La Grazia – la recensione del nuovo film di Sorrentino in apertura a Venezia 82

L’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è ufficialmente iniziata e ad aprirla è stata La Grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino con protagonisti Toni Servillo, Anna Ferzetti, Milvia Marigliano, Massimo Venturiello e un inaspettato Guè. Una pellicola che indaga, ancora una volta, l’uomo dietro la figura istituzionale. E tutti i dubbi e le incertezze presenti sotto quella corazza granitica che ha conferito al Presidente Mariano De Santis il soprannome di “Cemento armato”.

“Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. 
[…]
Può concedere la grazia e commutare le pene.”

Art. 87 della Costituzione italiana

Con queste parole inizia La Grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino presentato in apertura alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Parole stagliate su un cielo azzurro tinto col tricolore e accompagnate da una musica graffiante che tanto ricorda i toni più divi dell’amato regista partenopeo. 

Con quest’ultima opera Sorrentino racconta di una politica che richiede coraggio e di una fragilità difficile da dimostrare, soprattutto se il tuo soprannome è “Cemento armato”. Di vecchie ma indelebili bugie e della ricerca costante – quasi ossessiva – della verità. Della vecchiaia, che avanza di pari passo col termine dell’ultimo mandato, e di uno struggimento costante, sintomo di una leggerezza mai posseduta. 

Di quella grazia, concessa e ricevuta, ma anche – e soprattutto – di amore. 

“La Grazia” è un film d’amore. Questo motore inesauribile che determina il dubbio, la gelosia, la tenerezza, la commozione, la comprensione delle cose della vita, la responsabilità.”

Paolo Sorrentino
La regia di Sorrentino 

Dopo Parthenope, Paolo Sorrentino torna a dirigere un film dallo stile decisamente meno esteta, ma non per questo meno affascinante o pretenzioso. La Grazia risulta infatti caratterizzato da una certa eleganza, alternando la tragicità insita nell’animo umano a frequenti momenti comici, che alleggeriscono la pellicola spezzandone il ritmo senza, tuttavia, mai prendere il sopravvento o scadere nell’eccesso.

La totale commistione tra i due toni emerge perfettamente nella scena della visita del Presidente portoghese, costruita in maniera tale da indurre, inizialmente, ad una breve risata, spentasi altrettanto improvvisamente a causa della cupa serietà dipinta sul volto di De Santis, afflitto da pensieri di morte e solitudine. 

Le frequenti riprese dal basso verso l’alto, la rettilineità della composizione e tutti quei monologhi con lo sguardo fisso in camera, a tu per tu con lo spettatore. I primi e i primissimi piani, le finte soggettive – che rendono il pubblico fisicamente ed emotivamente partecipe -, la potenza dei dialoghi e l’intensità degli sguardi: ancora una volta Sorrentino firma un’opera squisitamente autoriale, lasciandosi andare anche a qualche piccola provocazione (il Santo Padre nero e la polemica sull’immobilismo politico, per citarne alcune).

Giocando con le distanze spaziali dei corpi – fusi insieme in un abbraccio solo per un istante – e con quelle invisibili dei cuori, i cui sentimenti trascendono la dimensione terrena in cui l’uomo è confinato. 

Chiariamoci, il virtuosismo c’è e si percepisce, ma il più delle volte emerge con equilibrata delicatezza, senza mai straripare. La cinepresa avanza ed indietreggia, e con sottile artificio, in un distante gioco di specchi, si intravvede lo spettacolo a cui i ministri stanno assistendo. Ma, mentre l’immagine ruota su se stessa, ciò che davvero ci interessa – l’espressione di quegli occhi indagatori, di quello sguardo dipinto sul vecchio volto – ci viene occultato fino alla fine. 

L’interpretazione di Servillo 

A vestire i panni di Mariano De Santis è Toni Servillo, alla sua settima collaborazione con il regista partenopeo. L’attore non fatica a riprendere le sembianze dell’uomo politico, ma in maniera diversa rispetto al suo precedente ruolo di Andreotti, interpretando un Presidente della Repubblica fittizio vittima dello stesso grave immobilismo che affligge la classe dirigenziale contemporanea del nostro Paese. 

De Santis riflette e soppesa, analizza e cambia idea, non agendo – di fatto – mai.
Perché è più comodo rimanere fermi in attesa di qualcosa che non avverrà.
Perché ogni cambiamento richiede coraggio.
E perché non è così che ti guadagni il soprannome di “Cemento armato”. 

Ma questa inflessibile integrità, questa corazza impenetrabile nasconde al di sotto una fragilità profonda, che ha attecchito da ben oltre 40 anni e che porta un solo nome: Aurora. 

Tramite monologhi accorati, repentini scatti d’ira ed il tremolio delle mani e della voce, Servillo fa centro ancora una volta, restituendoci l’immagine di un uomo smarrito in un amore ormai perduto da tempo. Il ritratto preciso di colui che, abbandonato ogni piccolo piacere e gioia di vivere, ha relegato la sua esistenza al ricordo della moglie defunta. 

A lei, la sua sigaretta quotidiana, quel pensiero fisso che spesso si tramuta in ossessione. Una brutta vicenda mai superata, ma anche dolore, gioia, leggerezza acquisita. 

Perché era lei quella colorata, a differenza sua, il “grigio uomo di diritto”: l’unica che sapesse colorargli la vita. “La donna perfetta per me, perché non mi ha mai dimenticato”, protagonista di un amore così intenso da indurlo a nascondersi dallo sguardo indiscreto dello spettatore tra quei soffici tessuti variopinti, respirando a pieni polmoni il loro profumo. 

Lei, nell’odore di fumo di quell’ultima sigaretta, consumata nella solitudine della vecchia casa. Nella dimora di una vita, guardando per un attimo fuori dalla finestra e dimenticandosi di tutto. Ma Mariano De Santis non vuole dimenticare, bensì ricordare costantemente quell’amore così grande.
La donna di una vita. Aurora. La sua “ragazza”. 

Ricordare così la donna perfetta. 

L’eleganza della politica 

“Siamo stati bravi a non darlo a vedere.” 
“No, siamo stati eleganti.”

Ancora una volta Sorrentino torna a rappresentare la dimensione più umana di un uomo politico del nostro Paese. Ma l’indagine psichica da lui condotta – a differenza de Il divo e di Loro – è qui riferita ad un personaggio storicamente inesistente, pur presentando alcune peculiarità proprie della gestione statale italiana degli ultimi anni. 

La Grazia diviene così un film di denuncia politica mai gridata, ma sussurrata. Una pellicola che condanna la mancanza di azione e di coraggio, capace di mostrarci, al contempo, l’inadeguatezza dei rappresentanti della nostra classe politica. 

L’eleganza e la serietà balzano agli occhi, in contrasto con quei reali protagonisti della politica che ci tocca sorbirci ogni giorno. Quelli che non conoscono il significato della parola “decoro”, che fanno teatrini in aula fischiando, gridando, mettendo in ridicolo, con i loro comportamenti, l’Italia intera. Politici che non hanno la minima idea di cosa voglia dire rappresentare un Paese. Uno Stato che dovrebbe ritrovare la sua dignità, partendo proprio dai suoi “illustri” rappresentanti. 

“La politica attuale risulta in netto contrasto con quella di un tempo, che, anche in alcune manifestazioni deteriori, era, in fondo, sempre popolata da uomini che avevano una loro profonda serietà.“

Paolo Sorrentino in apertura alla proiezione de “Il Divo”, Piazza Maggiore, Bologna, agosto 2022
L’eutanasia e la grazia 

Strettamente interconnesse tra di loro sono indubbiamente le tematiche dell’eutanasia e della grazia, da cui la pellicola stessa prende il nome. La prima, estremamente attuale e continuo fonte di dibattito, è motivo di scontro tra padre e figlia – tra il pensiero di un ex giudice, figlio del suo tempo, e quello all’avanguardia di chi gli susseguirà – attraverso la firma mancante ad un’apposita legge, continuamente rimandata alle Camere nella speranza di prendere tempo. 

Per il Presidente vige la necessità di definire il concetto di eutanasia, di tracciarne in modo inequivocabile limiti e confini, in modo tale da allontanare da lui ogni accusa. Quella di “assassino”, in caso di firma, o quella di “torturatore”, a seguito del suo rifiuto. Mostrandoci, per un attimo, il peso di una scelta tutt’altro che semplice.

Ma le cose non andranno come previsto e De Santis si troverà a scontrarsi da vicino con una verità che sa di realtà, così distante da quel diritto “che ti mostra ogni cosa da lontano”. Una verità che, andando contro ogni rituale, condurrà lui e la figlia lontano dal Quirinale, nelle carceri di una piccola prigione di provincia dove due detenuti affermano di aver compiuto i loro reati per eutanasia. 
Per amore. 
E, proprio per questo, di meritare la grazia. 

Dove sta dunque il confine tra giustizia ed errore? Qual è il margine tra verità e dubbio? 
E “di chi sono i nostri giorni”, di chi se non nostri? 

L’ultima opera di Sorrentino spalanca le porte ad ogni fragile incertezza, offrendoci, sul finale, un’opinabile definizione: quella di “grazia” come “bellezza del dubbio”. 

Il dubbio nutrito verso gli altri e verso se stessi. Quello di scegliere, con coraggio, leggerezza e libertà. 

Perdonando e perdonandosi ogni possibile errore, ma assumendosi ugualmente il rischio di scegliere. 

a cura di 
Maria Chiara Conforti 

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