Danny Boyle Torna con 28 Years Later, un’esplorazione terrificante degli orrori contemporanei.
Danny Boyle, il celebre regista di capolavori come Trainspotting e The Millionaire, è tornato a far parlare di sé con il suo ultimo lavoro, l’horror 28 Years Later, terzo film della saga iniziata con 28 Days Later e proseguita con 28 Weeks Later.
Dopo la proiezione in anteprima al cinema Barberini di Roma, abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa dove Boyle ha risposto alle domande, svelando così i retroscena e le riflessioni che si celano dietro la sua nuova opera.
L’Evoluzione dell’Horror e il Ruolo delle Donne
L’incontro è iniziato con una discussione sull’evoluzione del genere horror e il suo crescente appeal, soprattutto tra il pubblico femminile. Il regista, successivamente, ha sottolineato come l’horror sia oggi un mezzo per esorcizzare le paure e il disgusto per le atrocità del mondo reale.
Inoltre, viene definito come genere senza confini che si presta a innumerevoli interpretazioni. Interessante è stato il suo commento sulla presenza femminile nelle sale, un tempo impensabile per i film horror: “Un tempo le donne non sarebbero mai andate a vedere un horror. Oggi la situazione è cambiata.”
Ha poi aggiunto una riflessione potente sul perché il genere femminile sia così attratto da questo genere: “Ci stiamo liberando delle aspettative nei confronti delle donne. Sono interessate perché chi più delle donne conosce la sofferenza e gli orrori del mondo?”. Un punto di vista che evidenzia la capacità dell’horror di toccare corde profonde e universali.
Una trilogia in progresso e il viaggio del protagonista
Danny Boyle ha rivelato l’intenzione di aver creato questa trilogia con ogni film autonomo ma legati tra loro attraverso un filo conduttore. Parlando di Spike (interpretato da Alfie Williams), il bambino protagonista del film:
“Il viaggio del ragazzo è la storia principale dell’opera, lo spettatore si aspetta che segua le orme del padre ma non sarà così. Per questo ho scelto di fare riferimento alla situazione Brexit: la comunità nella quale vivono i protagonisti prende come modello una Gran Bretagna degli anni ’50, guardando solo indietro. Spike, invece, al contrario di tutti, sceglie di andare avanti, esplorando il cambiamento e prendendo decisioni che lo aiuteranno a maturare e a progredire”.
Danny Boyle

Il regista ha anche notato una notevole evoluzione nei giovani attori di oggi, influenzati da fenomeni come Harry Potter. “Anni fa fare provini con i bambini era diverso. Adesso, in confronto, c’è una differenza abissale. I ragazzi di oggi sono molto svegli, hanno una grande naturalezza e un talento purissimo nella recitazione. Questo perchè molti di loro crescono con Harry Potter, chiedendosi ‘perché non posso diventarlo anche io?’.
L’impatto della pandemia e dei sovranismi
Non poteva mancare una riflessione sull’influenza della pandemia e dei sovranismi sul film. Boyle ha confermato l’impatto significativo: “Assolutamente sì. La sequenza iniziale del primo film, ’28 Days Later’, mostra una Londra vuota. Con il Covid quest’immagine era diventata comune anche per altre città”. Ha poi fatto un parallelo con l’evoluzione del virus stesso: “Il virus si è adattato, si è evoluto perché ha cercato di sopravvivere, anche gli infetti si sono evoluti: alfa, bassi, lenti (facendo il paragone con gli infetti del film).”
Le interazioni tra il regista e gli spettatori hanno svelato non solo le intenzioni dietro la pellicola, ma anche la visione più ampia di Boyle sul cinema e sulla società contemporanea.
Una delle prime domande ha toccato il tema dei franchise e delle saghe cinematografiche, con un complimento alla solidità della sceneggiatura di Boyle.
La domanda successiva ha riguardato il nome del virus nel film: la “rabbia”. Un nome che, come notato dallo spettatore, sembra quasi profetico data la crescente irascibilità e polarizzazione che osserviamo nella società odierna.
Il regista ha accolto l’osservazione con serietà, spiegando l’origine del nome: “Sì, quando abbiamo fatto il primo film pensavamo alla rabbia che ti viene in momenti rari, ad esempio quando sei bloccato nel traffico stando alla guida. Poi abbiamo pensato alla rabbia come default nella nostra quotidianità…”. Questa spiegazione offre una chiave di lettura profonda del film, che va oltre la semplice minaccia biologica per esplorare un malessere sociale diffuso.
Il regista ha individuato la tecnologia come una delle principali “colpevoli” di questa “rabbia”, definendola “uno strumento che ci fa sentire importanti ma non è così, alla fine andiamo tutti a finire nello stesso posto”. Questa riflessione amara culmina in un’immagine potente e toccante: il muro memoriale delle vittime del Covid di fronte al Parlamento, creato non dallo Stato ma dalla gente comune con piccoli foglietti rosa. Un simbolo della mortalità universale che ci accomuna tutti.
Danny Boyle tra resistenza e innovazione
La conversazione è poi virata su un tema di grande attualità: “Chi è la resistenza oggi?” Di fronte alla crescente frammentazione e incertezza, il pubblico si interroga sulla presenza di figure guida. La risposta di Boyle è stata chiara e, forse, un po’ disillusa: “Mancano i leader della resistenza. Si è pensato che la tecnologia potesse guidarci ma dubito.”
Un’affermazione che denota una profonda sfiducia nelle soluzioni tecnologiche come unica via per affrontare le sfide complesse del nostro tempo. Significativa è stata la sua difesa della BBC come fonte di informazione affidabile, nonostante sia “disprezzata dai leaders delle politiche di destra perché considerata troppo liberale.”
Un aspetto distintivo dell’horror di Boyle, emerso da una domanda del pubblico, è l’alternanza tra scene spaventose e momenti emotivi o romantici, che in 28 Years Later sembra essere ancora più accentuata. Il regista ha confermato che questa scelta è stata intenzionale, mirando a un “risultato devastante”. Il sequel, infatti, è stato concepito per essere “basato sulla famiglia”, esplorando come il trauma possa frantumare i legami e avere un impatto profondo sulle dinamiche familiari.
L’intervista ha anche toccato aspetti tecnici e stilistici, in particolare l’uso del digitale. Boyle ha rivelato un approccio innovativo e quasi rivoluzionario: “Abbiamo utilizzato tanti iPhone, macchine da presa leggere e abbiamo utilizzato i droni senza la presenza della troupe.” Questa scelta radicale non mirava alla perfezione levigata, ma piuttosto a catturare “le crepe della perfezione”.

Un esempio? La scena in cui Aaron Taylor-Johnson corre velocissimo. Filmata da lui stesso con uno di questi dispositivi, ha permesso una spontaneità e un’autenticità irraggiungibile con le tecniche tradizionali. Questo approccio sottolinea la volontà del regista di sperimentare e superare i confini, utilizzando la tecnologia non per emulare il passato, ma per creare nuove forme di espressione visiva.
In conclusione 28 Years Later si preannuncia come un’opera che non solo intratterrà con le sue sequenze terrificanti, ma spingerà il pubblico a interrogarsi sugli orrori che ci circondano, sulla natura umana e sulla fragilità della nostra civiltà.
a cura di
Ludovica Casula

