The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: la recensione in anteprima del nuovo film di Ridley Scott

Arriva oggi al cinema un nuovo film del grande Ridley Scott, che questa volta si cimenta con una pellicola fantascientifica post-apocalittica con protagonisti Jacob Elordi e Margaret Qualley.

È inequivocabilmente un dato di fatto che Ridley Scott sia uno dei più importanti registi di sempre.
Allo stesso tempo, però, pochi registi hanno alle spalle una carriera così lunatica. Alcuni dei suoi film, infatti, hanno indubbiamente fatto la storia: Alien, ad esempio, ha cambiato significativamente il genere fantascientifico, presentandosi oggi come una delle pietre miliari della settima arte. Altri, come 1492: La conquista del paradiso, sono insuccessi conclamati, passando per Blade Runner, partito come flop per poi diventare un cult assoluto.

Insomma, una carriera lunga quasi cinquant’anni in cui il regista ha corso rischi e sfornato capolavori, ma che, negli ultimi anni, sembra pian piano sempre più orientata verso il declino.
Con l’uscita di un nuovo film, quindi, la domanda è lecita: questa volta sarà un top o un flop?

La trama

Basato sul bestseller omonimo di Peter Heller, The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine è ambientato in un futuro post apocalittico non troppo lontano, in Colorado. Il protagonista è Hig (Jacob Elordi), un giovane pilota che vive con il militare Bangley (Josh Brolin) e con il suo cane Jasper.

Hig crede ancora in un futuro più radioso, più comunitario, in cui non tutti gli sconosciuti siano per forza minacce. Questo è il motivo che lo spinge a partire verso Grand Junction, poiché via radio la voce di un’anziana gli comunica di trovarsi lì.

Prima di arrivare a destinazione, però, il suo aereo ha un guasto e il giovane è costretto ad un atterraggio di emergenza. Per caso, qui incontrerà Cima (Margaret Qualley) e il padre Pops (Guy Pearce), che lo aiuteranno a riparare l’aereo.

Diversi modi di vivere

Come spesso accade nei film post apocalittici, la più grande minaccia non è ciò che ha decimato la popolazione globale, ma chi è rimasto. La violenza che ha preso il posto della civiltà perduta diventa quindi, ancora una volta, il vero pericolo da cui i nostri protagonisti fuggono.

In questo caso nello specifico, Ridley Scott mette in scena diverse forme di piccole comunità che si sono adattate al nuovo mondo.
Come un gruppo di mennoniti pacifici, che Hig vuole aiutare. Forse perché già abituati ad uno stile di vita più naturale, questa comunità sopravvive autosostenendosi con l’agricoltura, nonostante rimanga in balia delle malattie, non essendoci più vaccini.

Come contraltare all’amenità di questa piccola società pacifica, ci sono gruppi ben più violenti. Il più degno di nota è quello che attacca Bangley: uomini mezzi nudi, ricoperti da quelli che sembrano tatuaggi rituali. Non parlano, si limitano ad agire d’istinto e di violenza, a distruggere e razziare ciò che trovano sul loro cammino. La fuga di Hig è, invece, accelerata da un gruppo di uomini a cavallo, che sembrano usciti da secoli lontani nel tempo. Una vera e propria regressione che sembra l’effetto di una macchina del tempo più che di una malattia.

C’è chi, inoltre, nel tempo sembra rimanere congelato. Come un élite confinata nell’aeroporto, bloccata in un mondo così antico da sembrare un privilegio quasi aristocratico, riservato a pochi.

Insomma, il regista immagina diversi modi in cui l’umanità sopravvive o rinasce a seguito della decimazione dando, in fondo, un parere senza grandi luce d’ombra: ciò che sembra chiaro è che la cosa migliore è semplicemente saper godere di ciò che si ha, fintanto che lo si ha.

Un messaggio non eccessivamente originale, anzi. Il risvolto pacifico e ottimista è perfettamente in linea con la trama del film, che non esagera mai con la violenza e non prevede grandi colpi di scena. Nella sua ambientazione post-apocalittica, rimane una pellicola all’acqua di rose.

Ritorno alla semplicità

All’inizio del film ci viene presentata una situazione in cui Hig e Bangley sono in forte contrasto l’uno con l’altro: quest’ultimo sembra infatti convinto che non ci possa essere nulla di meglio di ciò che già hanno, ritenendo che sia arrivato un momento in cui la vita e la sopravvivenza si equivalgano senza possibilità che la situazione cambi.

In questo, Bangley ci sguazza, mentre Hig – non senza ragione – dice che l’uomo era pronto per quello stile di vita prima ancora che si trovassero in quella situazione. Il militare sembra, infatti, molto più a suo agio in quella vita violenta che in quella precedente al virus.

Hig, al contrario, pensa al passato con rammarico: non ha ancora dimenticato la moglie, morta per l’influenza, né ha ancora accettato che non ci sia possibilità di ritornare alla civiltà come era un tempo. Per questo, parte verso l’ignoto. Verso la speranza che, da qualche altra parte, sia rimasto qualcosa di simile al suo passato.

Il contrasto tra i due, profondamente diversi eppure compatibili, dà modo ai due attori di far emergere il carattere dei propri personaggi. Hig è taciturno e cupo, pratico nei lavori manuali, dato che era un meccanico. Jacob Elordi riesce a render bene il dubbio e la tristezza del personaggio e le riprese che si concentrano sulle attività manuali danno importanza anche alla pragmaticità del suo sviluppo.

Bangley, al contrario, è cinico e divertente. Spicca per il suo sarcasmo disincantato e la freddezza con cui uccide. Classico militare americano pronto a farsi saltare in aria piuttosto che mollare la presa. In ogni caso, rimane il personaggio più divertente, recitato con freschezza.

I personaggi, insomma, emergono dai propri modi di fare oltre che da ciò che dicono. Tuttavia, sia la loro scrittura che quella di Cima e Pops rimane però piuttosto sulla superficiale, poiché sappiamo qualcosa della loro storia, ma poco su chi siano davvero. Manca qualcosa del loro background che permetta davvero di entrare in empatia con loro in modo più profondo.

Le riprese

Nonostante il film sia ambientato interamente in Colorado, le riprese si sono svolte in Italia, tra gli studi di Cinecittà e le Dolomiti, oltre ad alcune riprese nella zona centrale del nostro Paese. L’idea era quella di trovare paesaggi che richiamassero l’idea di un ambiente selvaggio, ma allo stesso tempo della tranquillità. La pace della natura rendeva inoltre più concrete le scene per gli attori, che potevano entrare nell’atmosfera del film.

La produzione ha anche puntato alla creazione di set fisici: a Bordano, per esempio, l’area dell’Eerie Airport è stata creata dal nulla a partire da un campo, su cui sono stai costruiti diversi hangar, così come la stessa casa di Banglay.

Un modo, insomma, per conferire un’ulteriore concretezza al film a beneficio sia dello spettatore che per gli stessi attori, che non dovevano immaginarsi le location e, anzi, rimanevano immersi nel luogo della storia. Una scelta particolarmente riuscita, perché uno dei più grandi punti di forza della pellicola è proprio la sua ambientazione, capace di rimandare all’idea della desolazione di un mondo post apocalittico, ma, soprattutto, della pace del dominio della natura.

Top o flop?

Tornando alla domanda iniziale, la risposta sembra forse più complicata. Ci troviamo di fronte ad un film che si trova a metà strada tra tutto: girato bene, con attori che fanno un buon lavoro, una storia interessante, ma che, in fondo, non dice nulla di che.

Il problema principale, infatti, è proprio il fatto che per tutto il film lo spettatore si trovi davanti a qualcosa di già visto, di comodo e già conosciuto che, alla fine, può risultare un buon intrattenimento per una serata, ma che non può ambire a pretese maggiori. Lungo quasi tutta la pellicola, si riesce ad intuire ciò che accadrà ancor prima che succeda, proprio perché non c’è nulla di nuovo rispetto alla stragrande maggioranza dei film post apocalittici.

In questa pellicola Ridley Scott non sembra, dunque, aver particolarmente infuso il suo genio artistico: The Dog Stars – Le stelle del cane intrattiene e si lascia guardare senza stravolgere il linguaggio, ma lasciando una sensazione di già visto che, perché no, potrebbe risultare anche a suo modo confortante.

a cura di
Francesca Maffei

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