La ACME non voleva farlo vedere, ma Coyote vs. Acme dimostra di essere tutt’altro che un disastro annunciato: un’esilarante commedia che comprende davvero lo spirito dei Looney Tunes e regala a Willy il Coyote (o Wile E. Coyote, nella versione originale) il riscatto che meritava.
Willy il Coyote e Beep Beep si inseguono dal 1949. Da allora, il primo ha escogitato ogni possibile stratagemma per catturare il secondo, finendo sempre vittima dei propri marchingegni. Quello che non potevano sapere è che, decenni dopo, anche il film dedicato al loro universo avrebbe dovuto affrontare un inseguimento altrettanto interminabile.
In genere non è fondamentale conoscere tutta la dietrologia che si cela dietro una pellicola, ma la vicenda di Coyote vs. Acme è una delle più assurde degli ultimi anni e merita assolutamente un ripasso. Conoscerla, infatti, permette di cogliere quanto la travagliata storia distributiva del film sia paradossalmente legata a doppio filo a ciò che racconta.
Una storia travagliata
Il film in tecnica mista viene annunciato da Warner Bros. nel 2018, inizialmente con Chris McKay alla regia, per poi passare a Dave Green nel 2019. Nel frattempo cambiano sceneggiatori, produttori e l’impostazione del progetto, fino ad arrivare alla sceneggiatura firmata da Samy Burch e basata su una storia sviluppata insieme a Jeremy Slater e James Gunn.
Quest’ultima avrebbe preso spunto all’omonimo articolo di Ian Frazier (pubblicato sul New Yorker nel 1990) che immaginava cosa sarebbe accaduto se Wile E. Coyote avesse deciso di portare in tribunale la ACME, l’azienda responsabile dei gadget difettosi con cui ha tentato per anni di catturare Beep Beep. A difenderlo ci sarebbe stato un avvocato interpretato da Will Forte, mentre John Cena avrebbe vestito i panni del rappresentante della ACME. Un’idea che, già sulla carta, appariva esplosiva e sembrava avere tutte le carte in regola per funzionare.
Il film viene completato nel 2023 e, secondo le testimonianze emerse all’epoca, ottiene ottimi risultati nei test screening. Eppure Warner non appare convinta del progetto e decide di non distribuirlo, inserendo la pellicola tra le produzioni messe da parte per ottenere dei rimborsi statali, piuttosto che spenderci ulteriormente per la campagna marketing (similmente a come accaduto col Batgirl, che non vedremo mai).
Decisione che, ovviamente, ha scatenato le proteste di chi ci aveva lavorato, trasformando Coyote vs. Acme in uno dei film inediti più discussi dell’industria hollywoodiana. La Warner concede successivamente ai produttori la possibilità di cercare un distributore, ma le trattative con diverse piattaforme non vanno a buon fine perché scoraggiate probabilmente anche dalla dubbia qualità che la stessa Warner aveva temuto. Per un certo periodo il film sembra destinato a non vedere mai la luce, tanto che Lana Condor (Paige nel film) ha raccontato di una sorta di “funeral screening” organizzata per il cast, che sembrava essere l’ultima proiezione in assoluto.
Proprio quando tutto sembrava perduto, arriva però Ketchup Entertainment: dopo aver acquisito e distribuito con successo Un’avventura spaziale – Un film dei Looney Tunes (2024), la società indipendente decide di credere nuovamente nell’universo animato di Warner e acquisisce i diritti di distribuzione anche di Coyote vs. Acme. Il film, dopo anni di rinvii, trattative e dato ormai per morto, torna così finalmente sull’unica strada che avrebbe dovuto percorrere fin dall’inizio: quella delle sale cinematografiche.
In Italia sarà Lucky Red a distribuirlo dal 2 settembre, con un titolo promozionale che è già una beffa nei confronti della stessa storia produttiva della pellicola: Coyote vs. Acme, il film che la ACME non voleva farvi vedere.
Dopo un’odissea distributiva degna dei migliori inseguimenti di Willy il Coyote, Coyote vs. Acme arriva finalmente al cinema. A questo punto resta una sola domanda: Warner Bros. aveva davvero tra le mani un disastro da nascondere o non si si è resa conto di cosa si è lasciata sfuggire?

La trama
Dopo decenni di fallimenti nella sua ossessiva caccia a Beep Beep, Willy il Coyote decide finalmente di cambiare strategia e portare in tribunale la ACME Corporation, l’azienda responsabile di tutti i marchingegni che nel corso degli anni si sono puntualmente ritorti contro di lui.
Per affrontare la causa si affida a Kevin Avery, un giovane avvocato in difficoltà che trova nei cartelloni pubblicitari il suo unico modo per ottenere clienti. Quella che nasce come una semplice collaborazione professionale si trasforma presto in un’improbabile amicizia, mentre i due si trovano a sfidare una grande compagnia che sembra celare interessi che vanno ben oltre quello che si può pensare.

Un grande film su Wile
Così come Le 12 fatiche di Asterix (1976) rappresentava l’ideale finale per il personaggio creato da Goscinny e Uderzo, o SpongeBob – Il film (2004) per la creatura di Stephen Hillenburg, anche Coyote vs. Acme ha il sapore di una conclusione perfetta per un personaggio che da oltre settant’anni continua a inseguire, fallire e rialzarsi.
Il film celebra e rinnova la grande tradizione dei leggendari cortometraggi nati dall’ingegno incontenibile di Chuck Jones, a partire dal mitico Fast and Furry-ous (1949), il primo storico incontro tra Wile E. Coyote e Beep Beep. Fin dall’inizio è evidente il rispetto verso quell’immaginario: ritroviamo la Monument Valley, i più disparati gadget ACME e le regole non scritte che hanno definito per decenni la serie.
Una delle scelte più intelligenti riguarda Wile E. Coyote, che nei cortometraggi classici con Beep Beep non ha mai pronunciato una parola, come un vero comico del muto al pari di Keaton e Chaplin. Anche qui la pellicola rispetta quella regola, lasciandolo comunicare attraverso pochi e limitati cartelli e trasformando ancora una volta il suo silenzio in una fonte inesauribile di comicità.

Un’altra ottima idea è il modo in cui Coyote vs. Acme tratta i cortometraggi originali, quasi come una vera continuity. Essi vengono recuperati come fossero ricordi, dando l’impressione che tutto ciò che abbiamo visto per decenni sia realmente accaduto nella vita di questo personaggio. Il momento in cui Willy porta all’avvocato tutti i suoi vecchi gadget ACME è emblematico: quegli strumenti che per anni sono stati semplicemente il motore delle gag diventano improvvisamente la testimonianza di una vita intera di fallimenti. Ma dietro la sua eterna sfortuna, Wile non è stato solo un personaggio goffo, ma anche un inventore brillante, ostinato e incapace di arrendersi.
Il film non lo tradisce né lo semplifica, ma riesce a portarlo verso una maturazione inedita. Dopo settant’anni di inseguimenti e ingiustizie viene finalmente riconosciuto anche il lato più “umano” di questo eterno perdente. La sua richiesta di risarcimento diventa una rivendicazione simbolica per uno dei personaggi più amati – e sfortunati – della storia dell’animazione.

Tanto rispetto per tutti i Looney Tunes
Anche gli altri Looney Tunes vengono utilizzati con grande intelligenza. Il film lascia giustamente gran parte della scena a Wile, ma permette anche agli altri personaggi di avere momenti significativi senza trasformarsi in semplici apparizioni nostalgiche. Ci sono numerosi easter egg che i fan più accanati noteranno, alcuni cameo (anche fugacemente sullo sfondo) e riferimenti a personaggi meno noti, inseriti però sempre con grande armonia narrativa. Sicuramente notevole il fatto che il primo personaggio che appaia sia proprio tra i più insospettabili, un Looney che non si vedeva da molto e non è neanche conosciuto dai più, ma che si adatta benissimo a quella precisa funzione narrativa.
È un equilibrio raro: Coyote vs. Acme guarda al passato senza essere stucchevole. Un film che probabilmente avrebbe fatto sorridere anche Chuck Jones, perché riesce a farci rinnamorare ancora dopo decenni dei suoi irrequieti e anarchici personaggi.



Il nuovo “Roger Rabbit”?
Ogni nuovo film in tecnica mista deve inevitabilmente confrontarsi con il modello per eccellenza: Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988). Un’opera ancora oggi irripetibile per ambizione, precisione tecnica e capacità di fondere due mondi apparentemente lontanissimi. Dopo quel capolavoro, pochi hanno saputo avvicinarsi a quel risultato, ma Coyote vs. Acme è probabilmente il tentativo più riuscito degli ultimi anni.
Anche Looney Tunes: Back in Action (2003) rimane ancora oggi un ottimo esempio dal punto di vista tecnico, ma la differenza fondamentale è nella natura del racconto. Quel film era una parodia dello spy movie alla 007 con i Looney Tunes come comprimari. Coyote vs. Acme, invece, è una storia sui Looney Tunes: il suo centro non riguarda il genere che attraversano, ma il modo in cui questi personaggi vengono compresi e raccontati. Wile E. Coyote non è un semplice elemento comico all’interno di un’altra storia: è il cuore del film.

Lo stesso si può applicare a Space Jam (1996): anche immaginando la presenza di altri personaggi al posto dei Looney Tunes, la struttura narrativa sarebbe rimasta sostanzialmente invariata. Sarebbero cambiate le gag, ma non il film. Qui invece l’idea nasce proprio dall’essenza di questi personaggi e non potrebbe funzionare senza di loro.
Le difficoltà di un’operazione di questo tipo
Un aspetto spesso sottovalutato dei film in tecnica mista è quanto sia difficile per gli attori recitare in un mondo dove gran parte degli elementi intorno a loro non esiste realmente. Guardando oggi alcune scene del primo Space Jam si percepiscono inevitabilmente i limiti della recitazione di Michael Jordan in un contesto simile. In Coyote vs. Acme, invece, il cast riesce a entrare perfettamente nel clima folle del racconto, che è ovviamente sempre molto caricaturale.

Will Forte è credibilissimo nei panni dell’avvocato di Wile, una sorta di squattrinato Saul Goodman trascinato in una causa completamente assurda, mentre John Cena come rappresentante della ACME è il perfetto volto duro e spietato. Entrambi comprendono perfettamente il tono del film: una premessa folle raccontata con grande dedizione.
Ed è proprio questa la grande intuizione di Coyote vs. Acme: prendere un’idea apparentemente impossibile e seguirla fino in fondo. Il film non ha paura di essere esagerato, sopra le righe e completamente sui generis, ma lo fa sempre mantenendo una coerenza interna.


Il grande ritorno della tecnica mista è un po’ altalenante
Coyote vs. Acme riporta i Looney Tunes su schermo principalmente con l’utilizzo di CGI, attraverso un rendering fortemente stilizzato che cerca di restituire l’impressione di un’animazione 2D.
Viene naturale chiedersi perché, considerando la natura di questi personaggi, non sia stato realizzato proprio il 2D. Una scelta del genere avrebbe sicuramente reso ancora più fedele lo spirito dei corti classici, ma avrebbe fatto lievitare i costi e, sapendo col senno di poi quanto poco Warner abbia creduto nel progetto, probabilmente una soluzione del genere avrebbe complicato ancora più la sua produzione.
Si è quindi optato per una scelta più ibrida: personaggi animati in 3D, ma con uno stile visivo e movimenti studiati per richiamare il più possibile l’animazione tradizionale.

Il risultato, però, purtroppo è spesso altalenante. In alcuni momenti la CGI funziona molto bene, soprattutto nelle scene notturne, dove l’illuminazione riesce ad amalgamare meglio i personaggi con gli ambienti reali. In altri casi, al contrario, la resa visiva appare meno convincente, con protagonisti che sembrano quasi usciti da un vecchio videogioco in cel shading, risultando datati.
Altre volte i personaggi sono invece in 2D e molto più curati (possiamo anche immaginare quali, forse un certo coniglio), ma anche quelli che normalmente nel film sono in computer grafica spesso vengono rappresentati bidimensionalmente per sequenze più concitate, dov’era proprio necessario. Certo, alcuni Looney Tunes sono un po’ troppo piatti e scarni, ma una volta fattaci l’abitudine non è nulla di realmente problematico, solo una nota dolente.
Il vero peccato è che la Warner oggi creda davvero così poco nell’animazione, specie pensando a quanto Un’avventura spaziale – Un film dei Looney Tunes fosse veramente un prodotto di altissimo livello, rimasto però un caso isolato.

Un film che la Acme non voleva far vedere
La cosa più assurda è che, pur senza poter parlare di una vera continuity, Coyote vs. Acme, Chi ha incastrato Roger Rabbit e Looney Tunes: Back in Action sembrano accomunati da un elemento ricorrente: in tutti e tre i film la ACME diventa, in modi diversi, il simbolo della minaccia capitalista da affrontare.
Tre opere molto differenti che, però, finiscono tutte per trasformare questa azienda immaginaria in una satira del consumismo e delle grandi companies senza controllo. In particolare, Coyote vs. Acme porta questa idea alle estreme conseguenze, trasformando la ACME nel simbolo di un sistema dove il potere delle grandi corporazioni sembra impossibile da contrastare.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso più incredibile: il film che più di tutti ironizza su questa dinamica è finito al centro di una vicenda produttiva che sembra uscita dalla sua stessa sceneggiatura. Wile E. Coyote, probabilmente il più sfortunato tra quegli outsider che sono i Looney Tunes, è diventato il simbolo di un’opera che rischiava di essere cancellata senza nemmeno avere la possibilità di essere giudicata dal pubblico.
Il film si presenta fin dall’inizio come una “storia vera”, un cartello pensato evidentemente come una semplice battuta. Eppure, con il senno di poi, quella frase assume un significato quasi profetico. Le ingiustizie subite da Willy sono diventate quelle di chi ha lavorato al film e che ha visto per mesi i propri sforzi rischiare di essere vanificati.

È come se realtà e finzione si fossero riflesse una nell’altra: la battaglia legale di Wile contro la ACME è diventata la stessa odissea distributiva affrontata dal film per riuscire finalmente ad arrivare nelle sale. La sua lotta contro un colosso imbattibile assume così un valore ancora più grande, trasformando un personaggio nato per fungere da perdente assoluto in una sorta di moderno Davide contro Golia.
E forse è proprio questa la più grande conquista del film: riuscire ad affidare una critica lucidissima al potere delle multinazionali proprio al personaggio più fantozziano (pensando anche a quello che denunciava Villaggio) dell’universo Looney Tunes. Vedere finalmente Willy ribellarsi contro il sistema che lo ha sempre sfruttato è un’idea geniale e audace.
In questo ipotetico terzo capitolo di questa improbabile trilogia apocrifa dei Looney Tunes – con Roger Rabbit e Back in Action come lontani parenti spirituali – ancora una volta l’immaginazione e la creatività hanno prevalso sulla ACME.
Il film arriverà in sala il 2 settembre e alla fine viene quasi da sorridere pensando a quanto fosse assurda l’idea di considerare questa pellicola un possibile disastro, la cui sola presenza di James Gunn alla sceneggiatura doveva essere indicativa.
Brillante.
a cura di
Alfonso La Manna

