Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte è il terzo lungometraggio della regista transgender Jane Schoenbrun. Presentato all’ultima edizione del festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard e vincitore della Queer Palm.
Dopo We’re All Going to the World’s Fair e Ho visto la TV brillare, Jane Schoenbrun torna con quello che definisce l’ultimo capitolo della sua Screen Trilogy, ovvero Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte. Applaudito a Cannes e con un primo score iniziale del 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes da parte della critica, questo lungometraggio si pone il compito di offrire un nuovo punto di vista verso uno dei sottogeneri dell’horror più commerciali, ma storici di sempre: lo slasher. Sarà riuscito nel suo intento? Scopriamolo insieme!

Trama
Camp Miasma è uno storico franchise horror slasher. Un fenomeno degli anni ’80, che ha portato il suo serial killer, denominato Little Death, a diventare una vera e propria icona di quegli anni, con action figure, videogiochi a tema ecc ecc. Come tutte le saghe horror, però, è stato vittima di sequel sempre più scadenti, oltre ad aver ricevuto accuse di transfobia e misoginia nel corso del tempo.
Kris (Hannah Einbinder) è una giovane filmmaker, a cui viene offerta la possibilità di girare un reboot/remake di Camp Miasma, dandogli, grazie alla sua visione queer, la possibilità di cancellare le vecchie accuse e poter tornare ad essere di nuovo un franchise di successo.
La ragazza, appassionata fin da piccola della saga, accetta l’incarico, decidendo di provare a contattare per un ruolo, la storica protagonista del primo capitolo, Billy Presley (Gillian Anderson), da anni ritirata dal mondo della recitazione e che vive reclusa nella location dove fu girato il primo film. Il confronto tra le due donne, porterà però a dei risvolti inaspettati…
Da dove deriva Camp Miasma
La regista, nella sua opera, non risparmia criticità ai luoghi comuni e stereotipi narrativi che lo slasher ha generato nel corso degli anni, ma non nega neanche il suo amore per il genere, creando così una delle dediche più oneste e sincere ad un enorme parentesi della storia del cinema.
Lo slasher dominò la scena horror commerciale degli anni 70-80, con saghe lunghissime come Non aprite quella porta, Halloween, Nightmare e Venerdì 13. Proprio quest’ultimo, è la principale, ed evidente, fonte d’ispirazione per la fittizia saga di Camp Miasma. Le location dei due franchise sono pressoché identiche, così come l’accanimento contro il periodico gruppo di campeggiatori o teenager e il fatto che entrambi gli assassini vivano sotto al lago in cui sono morti annegati a seguito di vari episodi di bullismo nei loro confronti.
Altra ispirazione (citata pure nel film) è Sleepaway Camp, slasher B-movie del 1984. Nonostante la poca fantasia e un livello recitativo e registico basso, Sleepaway Camp riuscì ad avere un discreto successo e dei sequel grazie ad un colpo di genio sul finale, che lo rese iconico, dove si scopriva che l’assassino, non solo era una delle ragazze protagoniste, ma che in realtà fosse un uomo travestito, esattamente come il Little Death di Camp Miasma.

Lo slasher vittima dei suoi stessi stereotipi
La scelta d’ispirarsi a queste due pellicole, non è casuale. Venerdì 13 si rivelò la saga più commerciale in termini di qualità dei lungometraggi, con una sequela di capitoli sempre più scadenti, trash e senza senso (Jason X è persino ambientato nel 2455 in un astronave) e creò tutti i principali stereotipi del genere. Tutti i luoghi comuni sul fatto che non bisogna fare sesso nei film horror, che gli afroamericani sono i primi a morire e che le final girl sono sempre le ragazze più puritane nascono da franchise come Venerdì 13.
Sleepaway Camp, in modo più diretto, scelse di avere come assassino un travestito (proprio come in Camp Miasma), sfruttando questa caratteristica solamente come colpo di scena finale e principale elemento creepy del personaggio e non come eventuale aspetto psicologico. Al giorno d’oggi, una scelta simile, impostata in quel modo così superficiale, verrebbe massacrato ed accusato di transfobia senza alcuna pietà.

Sono franchise che per diversi aspetti, se volessero essere riproposti oggi, dovrebbero ricevere una rielaborazione quasi totale, proprio come Camp Miasma. Sta esattamente qui il genio della regista. Da donna trasgender si mette nella posizione di criticare questi aspetti del genere slasher, senza però ergersi attraverso la sua protagonista a giudice.
Kris, nonostante sia Queer, ama la saga di Camp Miasma oltre la sua natura omofoba. Non solo, per quanto sia interessata con tutta se stessa a rilanciare la saga e farla apprezzare ad un pubblico più moderno, è ben consapevole che l’industria sfrutti la sua figura a fini puramente commerciali: perché se una ragazza queer è disposta a girare il reboot di Camp Miasma, allora forse non è una saga così transfobica come tutti credono, no?
Le tematiche del film
E qui infatti arriviamo agli aspetti principali che rendono il lungometraggio originale ed interessante. Perché è vero, si critica la natura dei vecchi slasher, ma non si risparmia neanche un’industria cinematografica cosi avida di denaro, da appropriarsi della cultura woke, in modo da poter nascondere possibili scheletri nell’armadio o magari poterli rielaborare per rilanciarli in futuro in una formula più funzionale e redditizia, anche a costo di tradire la loro essenza originale.
Jane Schoenbrun usa questa onesta e sincera visione del genere e dell’attuale periodo storico, per creare un’opera che decostruisce lo slasher tramite il meta cinema. Camp Miasma è puro meta cinema, parte da un confronto generazionale per arrivare ad un qualcosa di più astratto ma allo stesso tempo carnale, dove Little Death è un tramite per arrivare ad una maggiore consapevolezza di sé.

Per finire, Camp Miasma, usa la violenza per affrontare la sessualità. Kris è una ragazza fortemente passiva nei confronti del sesso, se ne vergogna, ne è spaventata e ciò le impedisce persino di raggiungere un orgasmo. Il confrontarsi con Billy, che non è solo un idolo per lei ma è anche una donna più adulta, di altri tempi e fortemente sicura e decisa, porteranno la protagonista a mettere maggiormente in gioco questo suo aspetto.
Non è infatti un caso, ma qui non andrò troppo nello specifico, che il nomignolo dell’assassino di Camp Miasma, Little Death, in Francia è uno slang usato per indicare l’orgasmo e i momenti subito successivi.
La chimica tra le due protagoniste
Non è possibile creare una buona tensione erotico/sessuale tra due personaggi che si sono appena conosciuti se non sei capace di scriverli bene. Ma per fortuna, la regista da questo punto di vista ha fatto un lavoro egregio.
Kris e Billy tirano fuori una grandissima alchimia. La tensione sessuale è palpabile, e in generale i loro confronti, oltre ad rendere più intimo il loro legame fanno da ponte per Kris verso una nuova maturazione e consapevolezza di sé. Tutto questo è stato ovviamente possibile grazie alle interpretazioni delle due attrici, che si caricano sulle spalle l’intero film.

La messa in scena “onirica”
Anche la messa in scena del film è sicuramente singolare. Non appena Kris mette piede nella casa di Billy, nonché luogo dove venne girato il primo Camp Miasma, è come se si venisse trasportati in luogo fuori dal tempo. Questo concetto è rappresentato dagli sfondi della pellicola, dove gli alberi del bosco e le montagne sono dipinti, non reali, e dove spesso la fotografia regala particolari giochi di luce, che in alcune scene possono però risultare un po’ pacchiani.
La regia è di buonissimo livello, specie nelle sequenze di Little Death, che passano dalla soggettiva del killer fino ad arrivare ad uno dei piani sequenza più belli degli ultimi anni.

Un film non per un pubblico generalista
Nonostante il film contenga i tre elementi del suo sottotitolo (come ogni buon film slasher che si rispetti), la sua natura fortemente meta-cinematografica non lo rende un film apprezzabile da un vasto pubblico.
Il meta cinema usato dalla Schoenbrun in Camp Miasma per parlare dello slasher non è quello satirico di Scream o di Quella casa nel bosco, è molto più criptico e onirico per certi versi, soprattutto nell’ultimo atto del film. Non è assolutamente un difetto, anzi, ma è un qualcosa che può bloccare la visione ai più e che spingerà chi il film lo ha apprezzato a dover selezionare bene a chi consigliarlo.
In conclusione
Camp Miasma è una delle esperienze in sala più originali di questo 2026. Non ci sono vie di mezzo: o lo amerete fin dagli splendidi titoli di testa o vi annoierà. Non fatevi influenzare dal fatto che la regista sia queer perché non è un film woke, come lo intenderebbe una grande industria come la Disney, tutt’altro.
Il film è attualmente in sala e, personalmente, non vedo in quale altro posto migliore di un cinema possiate andare a vedere un’opera così particolare. Preparatevi e tenetevi forte perché una cosa è certa: non è un film che dimenticherete tanto presto!
a cura di
Andrea Rizzuto

