Couture – la recensione in anteprima del nuovo film di Alice Winocour

Alice Winocour torna con Couture, un dramma al femminile ambientato nel mondo della Fashion Week parigina. Un film dalle premesse ambiziose che, tra trauma personale e ricerca d’identità, fatica però a trovare una vera forza cinematografica. In uscita con Plaion Pictures dal 26 agosto.

Nel 2012 Alice Winocour arrivò a Cannes col suo primo lungometraggio, Augustine, dando inizio a un percorso autoriale che proseguì con Maryland (2015), Proxima (2019) e, portando avanti parallelamente anche il lavoro da sceneggiatrice, in alcuni casi a quattro mani col regista serbo Vladimir Perišić per Ordinary People (2009) e The Lost Country (2023) e con la regista franco-turca Deniz Gamze Ergüven per Mustang (2015). 

Film dopo film, la regista francese ha costruito una poetica radicale e riconoscibile, popolata da protagoniste impegnate in profondi percorsi di trasformazione. Le sue opere privilegiano sempre il punto di vista dei personaggi, offrendo una prospettiva intima e inevitabilmente parziale sugli eventi, in cui il viaggio emotivo conta più dell’azione stessa.

Con Revoir Paris (2022) questa ricerca assumeva una dimensione ancora più personale, ispirandosi all’attentato del Bataclan del 13 novembre 2015, da cui il fratello della regista riuscì a salvarsi. Un’esperienza che ha segnato profondamente Winocour e che si rifletteva nel modo in cui il film affrontava trauma, memoria e ricostruzione.

Il suo ultimo lavoro, Couture (2025) è stato presentato in anteprima allo scorso Toronto International Film Festival e successivamente da noi alla Festa del Cinema di Roma. Arriva ora nelle sale italiane il 26 agosto distribuito da Plaion Pictures. Un’opera che sembra confermare la volontà della regista di continuare a esplorare personaggi femminili alle prese con un delicato percorso di ridefinizione della propria identità.

La trama

Nel cuore scintillante della Fashion Week di Parigi, dove ogni sguardo è un giudizio e ogni passo può precedere una rovinosa caduta, si intrecciano i destini di tre donne. Maxine, una regista americana arrivata nella capitale francese per dirigere un video promozionale; Ada, una giovane studentessa di farmacia di Nairobi scoperta quasi per caso come modella; e Angèle, una make-up artist che lavora dietro le quinte dell’alta moda.

Pur provenendo da mondi molto diversi, le loro vite finiscono per sfiorarsi tra passerelle, backstage e riflettori. Ciascuna sarà costretta a confrontarsi con le proprie fragilità, i compromessi del passato e il desiderio di ritrovare la propria identità in un ambiente che impone costantemente di reinventarsi e di essere qualcun altro.

Nobili intenti, ma inefficaci nella resa

Come già accadeva in Revoir Paris, anche Couture nasce da una dolorosa esperienza personale. Questa volta, però, il vissuto su cui si fonda il film non appartiene alla regista, bensì alla sua interprete principale Angelina Jolie. Senza entrare nei dettagli di una rivelazione che arriva quasi a metà pellicola, possiamo dire che riguarda un evento destinato a scardinare tutti i programmi della sua Maxine. Un evento accadutole analogamente nella vita reale, e di cui è ammirabile la voglia di esorcizzare il proprio trauma attraverso l’operazione. Tuttavia, se gli intenti alla base del progetto risultano sinceri e condivisibili, il risultato finale non riesce a svilupparli con altrettanta efficacia.

Il principale problema di Couture risiede proprio nella sua costruzione narrativa. Il film porta avanti tre storie inizialmente parallele, con l’idea di raccontare tre donne diverse unite dalla ricerca della propria identità all’interno del mondo della moda. Ben presto, però, l’equilibrio viene meno: la vicenda di Maxine finisce per occupare gran parte dello spazio narrativo, mentre le altre due protagoniste rimangono relegate a minutaggi sempre più brevi.

Lo spettatore si aspetta un intreccio capace di alternare e valorizzare i tre percorsi, ma il film finisce per trasformarsi quasi esclusivamente nel racconto di una sola donna. Le altre figure appaiono così più come elementi complementari che come protagoniste autonome, con storie troppo esili per sostenere il peso del racconto. E quando un film sembra dimenticare i propri personaggi, diventa inevitabile che anche lo spettatore faccia altrettanto.

Anche il ritratto del mondo della moda risente di questa indecisione. Couture prova a raccontare un universo spesso spietato fatto di apparenze, lontano tanto dalle rappresentazioni più fiabesche del Diavolo veste Prada (2006) quanto da approcci più sperimentali come The Neon Demon (2016). Finisce però così sospeso in un limbo: un cinema d’autore che vuole osservare le proprie protagoniste con profondità, ma che non riesce a dare loro una reale tridimensionalità con una chiave di lettura convincente.

Ne è un esempio anche il personaggio interpretato da Louis Garrel, un attore dal grande talento qui confinato a una presenza monolitica e privato di ogni possibilità espressiva. La sensazione finale è quella di un film costruito attorno a un nucleo emotivo molto forte, ma incapace di trasformarlo in un racconto altrettanto solido.

La Fashion Week secondo Winocour

Scegliendo di ambientare il film durante la Fashion Week di Parigi, Alice Winocour aveva a disposizione un contesto narrativamente ricchissimo: un momento in cui il mondo della moda raggiunge il suo massimo livello di frenesia e pressione. Eppure il racconto costruito dalla regista sembra quasi dimenticare la natura stessa di quell’evento.

La settimana più importante per chi lavora nell’industria della moda viene rappresentata come un ambiente sorprendentemente statico e privo di tensione. Mancano il caos, gli impegni che si accavallano, la corsa contro il tempo e tutte quelle dinamiche che avrebbero potuto diventare il punto di partenza per una riflessione sui meccanismi di questo universo. Al di là del segmento finale, la scelta della Fashion Week finisce per sembrare accessoria: Couture avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi altro periodo dell’anno senza modificare realmente il percorso delle sue protagoniste.

Anche la fotografia sembra risentire della stessa indecisione. In un racconto di questo tipo le strade possibili erano due: o una sfarzosa e glamour, che mettesse in risalto il contrasto con l’alienazione delle protagoniste che vivono questi ambienti spesso distruttivi (proprio come ha fatto Refn in The Neon Demon). Oppure la strada opposta, cioè ritrarre queste storie con una fotografia gelida che si conformasse alla solitudine di questi personaggi. Winocour sceglie invece una via intermedia, con immagini pulite ma prive di mordente, che non contribuiscono ad amplificare il significato del racconto.

Il risultato è che anche il mondo della moda rimane inevitabilmente sullo sfondo, subordinato al dramma personale di Maxine. La Fashion Week diventa più un contorno che una componente essenziale della storia: le vicende delle protagoniste avrebbero potuto svolgersi in qualunque altro ambiente senza cambiare realmente la natura del film. Ed è proprio questa la principale occasione mancata da Winocour: trasformare il suo universo narrativo in qualcosa di più di una semplice ambientazione.

Una mancanza di visione generale

Quello che emerge da Couture è la sensazione di un film rimasto fermo alla propria idea di partenza. Una premessa interessante e potenzialmente ricca, ma che nella messa in scena finisce per perdere forza, trasformandosi in un racconto anonimo e privo di una vera direzione.

I personaggi si muovono spesso smarriti all’interno di una narrazione che vorrebbe assumere i caratteri del cinema d’autore, ma che finisce per risultare troppo lenta e appesantita. È una sensazione non nuova negli ultimi anni: quella di opere nate attorno a un forte nucleo emotivo o a un’importante esperienza personale, ma incapaci di svilupparne fino in fondo il potenziale. Un esempio recente è The Shrouds (2024) di David Cronenberg, film affascinante e imperfetto, che porta sullo schermo un dolore profondamente legato al vissuto del regista.

Con Couture non ci troviamo davanti alla stessa ambizione né alla stessa complessità, ma il sentimento finale è simile: la delusione di fronte a un film che aveva tutti gli elementi per raccontare qualcosa di significativo, senza riuscire mai a trovare una forma davvero all’altezza delle sue premesse.

a cura di
Alfonso La Manna

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