Luca Canarecci e Gabriele Rattini, rispettivamente regista e attore protagonista del cortometraggio Emilio, raccontano la loro esperienza negli emozionanti giorni di contest.
Venerdì 10 luglio si è svolta la serata conclusiva del contest riminese Long Story Short, dove il cortometraggio Emilio si è aggiudicato diversi premi: miglior montaggio, miglior regia e una menzione per l’interpretazione del protagonista.
Abbiamo intervistato Luca Canarecci e Gabriele Rattini, che ci hanno raccontato il dietro le quinte di un progetto ambizioso e molto coraggioso: quello di creare, rispettando le regole del contest, un cortometraggio tutto in piano sequenza.
Dalla visione ci sono rimasti impressi diversi movimenti dal punto di vista registico e del montaggio. A livello tecnico, come avete lavorato?
Luca Canarecci: Ricevere il premio per il montaggio mi ha sorpreso parecchio, soprattutto perché all’inizio avevamo completamente sottovalutato quella parte. Pensavamo che sarebbe stato semplice: avevamo tre clip da mettere in sequenza e ci sembrava un lavoro quasi automatico.
In realtà il montaggio era fondamentale, perché avevamo già prenotato una jazz band e uno studio di registrazione per il 27 mattina alle 8:00. Entro quell’ora il cortometraggio doveva essere già montato: abbiamo suonato dal vivo direttamente sul footage, mentre io dirigevo. L’idea di montaggio era, quindi, di accostare le clip una all’altra e basta.
Gabriele Rattini: La colonna sonora è stata registrata interamente sul film già montato. Così come il corto aspira a essere un unico piano sequenza, anche la musica è un unico long take, registrato dall’inizio alla fine esolo successivamente rifinito in fase di mix.

E per quanto riguarda i movimenti di macchina?
Luca Canarecci: È stato un enorme lavoro di squadra, soprattutto con il direttore della fotografia Cristian Morello e con Gabri, che, oltre a interpretare il protagonista, ha ricoperto praticamente qualsiasi ruolo possibile in produzione.
La preparazione è stata decisiva. Abbiamo terminato la sceneggiatura praticamente all’ultimo momento: il 24 notte avevamo ancora soltanto una bozza del soggetto e il 25 è arrivata la prima bozza di scaletta. Giravamo durante la Blue Hour, una fascia oraria estremamente breve e complicata da gestire. Avevamo circa due ore di luce disponibili ogni giorno e dovevamo completare tutte le riprese in appena quattro ore complessive. Quindi è stato tutto un grande lavoro di pre-produzione.
Per questo, ogni movimento di macchina era stato pianificato con precisione. C’è una scena in cui la camera esce dal finestrino dell’auto: era tutto studiato in anticipo. Ogni passaggio è stato provato più volte prima delle riprese.
Anche i tagli fantasma sono stati progettati in fase di scrittura. Per renderli invisibili abbiamo costruito i dialoghi in modo che una battuta iniziasse prima del taglio e trovasse la propria risposta nella clip successiva, girata magari il giorno prima. Gli attori conoscevano perfettamente il punto esatto in cui interrompersi e riprendere l’azione.
Molti movimenti, inoltre, sono nati direttamente dal lavoro con Cristian. In alcune scene non gli ho detto precisamente come fare, ma lui faceva la prima prova e poi intervenivo con piccoli aggiustamenti. Gran parte dei movimenti li ha scelti lui in base a come si muovevano gli attori e alle esigenze di sceneggiatura.
Gabriele Rattini: Tra l’altro, abbiamo filmato a casa mia. All’inizio avevo paura di non sentirmi a mio agio ad interpretare un personaggio diverso da me in questo luogo, invece si è rivelato un grande vantaggio. Sapevo esattamente come muovermi e, nel momento in cui camminavo nello spazio, Cristian poteva venirmi dietro e capire come gestire la camera e la troupe intorno a noi.
Il piano sequenza era previsto fin dall’inizio oppure l’idea è arrivata in un secondo momento?
Luca Canarecci: L’idea è arrivata circa due settimane prima delle riprese, dopo aver visto “Victoria” di Sebastian Schipper, un film del 2015 girato interamente in un unico take di oltre due ore. Mi sono immerso completamente nello studio di quel lavoro: interviste, backstage, materiali di produzione. È diventato la mia principale fonte di ispirazione.
La storia della sua realizzazione è incredibile. Schipper voleva girare il film in piano sequenza, ma il produttore gli disse che poteva farlo solo se avesse girato il film in modo tradizionale prima. I primi dieci giorni hanno girato in modo classico e solo negli ultimi tre giorni realizzarono tre tentativi completi in piano sequenza, di cui l’ultimo è quello che si vede oggi nel film. Da quel momento ho capito che volevo assolutamente realizzare qualcosa del genere.
Avevamo già iniziato un importante lavoro di pre-produzione e location scouting. L’idea iniziale era molto diversa: immaginavo un percorso attraverso una serie di rotonde fino al cimitero monumentale di Rimini, per il quale avevamo persino ottenuto i permessi di ripresa. Poi, però, le regole del concorso ci hanno costretto a ripensare completamente il progetto. Per diverse ore abbiamo cercato di trovare un modo per realizzare davvero un unico piano sequenza rispettando tutti i vincoli del concorso.
Gabriele Rattini: Continuavamo a studiare la mappa della città, calcolando tempi e distanze. Il limite di lunghezza del corto era di dieci minuti, ma il tragitto ne avrebbe richiesti almeno trenta. Abbiamo provato qualsiasi soluzione possibile, anche immaginando di “fingere” alcune location, ma non funzionava.
Luca Canarecci: A un certo punto sono uscito a riflettere da solo. Ho iniziato ad annotare idee osservando ciò che avevo intorno: dei gechi, un gabbiano… . È stato in quel momento che ho capito quale fosse la soluzione. Sono rientrato e ho detto semplicemente: “Ragazzi, ci apriamo ai tagli fantasma.”
Hanno esultato tutti.

Quanti tentativi avete fatto per realizzare il piano sequenza?
Luca Canarecci: La prima scena che abbiamo girato è stata in realtà quella finale del cortometraggio, ambientata a Covignano. Serviva anche a capire se il primo taglio fantasma avrebbe funzionato. Per quella sequenza abbiamo realizzato tre take, oltre alle prove.
Gabriele Rattini: Il primo take è stato disastrato. La sceneggiatura era ancora in evoluzione e, soprattutto, non aveva funzionato la logistica della troupe. Dovevamo far passare la camera, il fonico, il focus puller e gli attori in spazi molto stretti, nascondendo continuamente parte dell’attrezzatura. Dal punto di vista tecnico era troppo complicato.
Il secondo era buono, ma durava undici minuti ed era un terzo dell’intero cortometraggio. Troppo lungo, mentre, tra l’altro, la luce stava calando.
Luca Canarecci: Così mi sono confrontato con tutta la troupe e ho detto una cosa molto semplice: «Dobbiamo aumentare il ritmo di tutto». Il terzo tentativo, quello che è entrato nel film, è durato circa sei minuti ed è stato quello definitivo.
Il giorno successivo abbiamo scritto bene le battute che ci servivano per le altre due scene, meno lunghe e leggermente meno difficili dal punto di vista attoriale.
Gabriele Rattini: La follia logistica del secondo giorno era che avevamo due scene complete in due location diverse, sempre in blue hour, perché il giorno dopo dovevamo andare in studio a registrare la colonna sonora con la jazz band. Le abbiamo provate entrambe prima dell’arrivo della luce giusta, definendo ogni dettaglio. Quando le condizioni erano perfette abbiamo iniziato a girare: quattro take per una location e quattro per l’altra.
Luca Canarecci: La scena al porto si è rivelata relativamente semplice perché la zona era libera e passavano poche persone. Quella della stazione, che iniziava con un taglio fantasma e terminava con un secondo, invece è stata difficilissima. C’erano persone di produzione che tenevano bloccati due posti della stazione, uno serviva per l’auto della scena, l’altro per quella della troupe che seguiva l’azione. Davanti, nell’auto del protagonista, l’attrice era realmente al telefono.
Gabriele Rattini: Era una scelta importante. Non volevamo registrare la voce in post-produzione: la telefonata doveva essere autentica. Anche se non la vediamo mai, rende più immersivo il risultato.
Luca Canarecci: La difficoltà era che io e il puller dovevamo rimanere sempre abbastanza vicini da non perdere il segnale. Bastava che un’altra automobile si inserisse tra le due macchine perché tutto il take fosse compromesso.
Gabriele Rattini: Anche io che guidavo dovevo mantenere un ritmo molto preciso: troppo lento significava perdere tempo narrativo, troppo veloce avrebbe rotto il collegamento con la troupe.
Avete fatto davvero diverse scelte coraggiose!
Luca Canarecci: Sì! E la scena della stazione è stata complicata anche per un altro motivo: ad un certo punto uno degli attori scende dall’auto e va a picchiare un altro personaggio davanti all’ingresso.

Durante le prove siamo andati ad avvisare i militari presenti in stazione, spiegando che stavamo girando un cortometraggio. Ci hanno risposto che avevamo fatto bene, perché altrimenti sarebbero intervenuti davvero. Alla fine, fortunatamente, è andato tutto liscio.
Parliamo della colonna sonora. Vi siete ispirati a qualche artista o a qualche film in particolare? Guardando il corto mi sono venuti in mente “Birdman“, “Cowboy Bebop” o persino “Lupin“, tutti lavori in cui il jazz ha un ruolo molto forte.
Luca Canarecci: Poco prima delle riprese ero stato al Pesaro Film Festival e avevo visto “A cavallo della tigre” di Luigi Comencini, che non era in piano sequenza, ma aveva questo tipo di colonna sonora.
Più che dare reference cinematografiche, ai musicisti ho dato alcuni autori precisi: Thelonious Monk, Charles Mingus, Miles Davis. Era quel tipo di atmosfera che cercavamo.
Anche trovare la band è stato un viaggio incredibile. Qualche mese prima avevo ascoltato un gruppo suonare dal vivo in un locale di Rimini. Ho recuperato il contatto del contrabbassista e gli ho scritto. Da quel momento è stato lui a cercare gli altri componenti.
Eravamo riusciti a mettere insieme quasi tutti, ma mancava ancora lo studio di registrazione, che abbiamo trovato soltanto due giorni prima delle riprese. Poi, all’improvviso, quasi tutti i musicisti sono venuti meno.
Gabriele Rattini: Due settimane di lavoro sembravano andate in fumo!
Luca Canarecci: Invece, la sera prima del contest, tutto ha iniziato incredibilmente a sistemarsi.
Il contrabbassista ha trovato un batterista disponibile all’una di notte. La voce femminile non c’era più, ma un mio amico, il cantautore M.E.R.L.O.T., ha accettato di scrivere un brano originale per i titoli di coda.
Gli ho raccontato la storia del film e, in appena venti minuti, ha scritto il testo immedesimandosi completamente nel protagonista. Lui è un fenomeno.
È una canzone che colpisce moltissimo.
Luca Canarecci: Mi fa piacere.
Ma nel frattempo continuavano gli imprevisti. M.E.R.L.O.T. ha trovato un musicista di Bologna che qualche anno fa suonava il sax e che, però, non lo aveva più. Per pura coincidenza, la sera precedente avevo ospitato a cena un amico che vive in Svizzera e che l’aveva iniziato a suonare qualche anno fa. Gli ho chiesto così se lo possedesse ancora.
La risposta è stata affermativa e, così, alle sei del mattino sono andato a recuperare lo strumento, sono passato in stazione a prendere il musicista arrivato da Bologna e siamo entrati direttamente in studio. Anche quella, col senno di poi, sembra una scena del film.
Abbiamo registrato tutto allo Studio De Brada a San Marino. Fortissimi: hanno sposato in pieno la causa e si sono divertiti a sperimentare insieme a noi. Tra l’altro, non avevano mia registrato strumenti, solo voci.
La cosa di cui vado più fiero, però, è il tema musicale che accompagna la scena tra Emilio e sua madre.
Come reference avevamo indicato “I See Her Don’t be Afraid” di Asaf Avidan. Della colonna sonora abbiamo fatto solo due take; siamo tornati il 28 a finire il mix e abbiamo aggiunto alcune cose, come il pianoforte finale che riprendeva le note del contrabbasso.
Ma la cosa più rilevante è che sia un long take, proprio come il corto.
Gabriele Rattini: Per me, la cosa importante che ho visto stando accanto a Luca è che il piano sequenza immerge tanto in una storia che non è basata sulla tensione thriller, rinforzandone il tema – in questo caso il rapporto di Emilio con la sua famiglia. Emilio è proprio Emilio Brentani.
Luca Canarecci: Siamo partiti dal fatto che volevamo che Emilio fosse un inetto. Quando, nell’ultima scena, entra in casa la banda, il ragazzo rimane infatti immobile. Non reagisce.
Gabriele Rattini: Non è in grado di prendere decisioni. Credo che sia una condizione nella quale ci riconosciamo tutti. Ci sono momenti in cui sappiamo cosa dovremmo fare, ma non riusciamo a farlo.
Quando Emilio finalmente decide di agire è ormai troppo tardi e, probabilmente, lo fa nel modo sbagliato. Però in qualche modo è un finale positivo perché rappresenta quel passaggio.

Luca Canarecci: Anche il nome nasce da questa idea. Ci siamo ispirati a Emilio Brentani, protagonista di Senilità di Svevo.
Gabriele Rattini: E il cortometraggio s’intitola così anche come omaggio a “Victoria”: in entrambi i casi il titolo coincide con il nome del protagonista.
Anche il font del titolo sembra suggerire questa frammentazione del personaggio.
Avendo avuto soltanto quattro giorni di lavorazione, come ti sei preparato per interpretare Emilio?
Gabriele Rattini: Il vantaggio è stato conoscere Luca da tanti anni. Collaboriamo spesso, siamo amici e, soprattutto, ho partecipato alla scrittura del cortometraggio. Le scelte che proponeva Luca mi hanno portato a una conoscenza del personaggio che ho costruito durante la scrittura.
Quando sono iniziate le riprese non ho dovuto costruire Emilio in pochi giorni: lo conoscevo già. È stato un work in progress che ho sentito davvero mio.
L’inettitudine che caratterizza Emilio appartiene, in qualche misura, a tutti noi. Non mi identifico nelle sue scelte, ma nei suoi atteggiamenti nei confronti di ciò che avviene attorno a lui.
Se doveste immaginare cosa succede subito dopo il finale del cortometraggio, come proseguirebbe la storia?
Luca Canarecci: In realtà credo che il punto fondamentale non sia quello che Emilio farà dopo. Mentre stavamo scrivendo il film, ancora prima di avere un soggetto, avevo deciso che dovevamo raccontare una storia in cui il valore tempo è fondamentale. L’unica cosa che conta, sennò non esiste il piano sequenza. Avevo annotato sul mio taccuino tre lettere: FDM. Per me erano i “fatidici dieci minuti”.
Così siamo arrivati ai fatidici dieci minuti, in cui a Emilio cambia la vita.
Lui non era mai arrivato a una vera consapevolezza di se stesso, non era mai arrivato mai a capire cosa stesse succedendo. Ora lo capisce. Non è importante cosa deciderà di fare.
Il corto parla del fatto che c’è un momento nella vita in cui le cose diventano chiare. E quello è il momento in cui per lui succede.
Gabriele Rattini: Anche perché, per come l’ho vissuto io, dopo la morte del padre, Emilio fatica a prendere consapevolezza e tradurre tutto in azione. Viene accusato dalla sorella di non essere presente, soprattutto per la madre.
Nel momento finale, in cui fa un gesto – sicuramente sbagliatissimo, ma comunque per la sua famiglia -, in qualche modo prende consapevolezza di ciò che è.
Luca Canarecci: Esatto.
Emilio prende una pistola e spara. È un’azione che non avrebbe mai compiuto in tutta la sua vita. Ed è proprio questo il punto: quel singolo istante rappresenta il momento in cui cambia definitivamente.
C’è un ultimo aneddoto che vi piacerebbe raccontare?
Gabriele Rattini: In realtà il finale che si vede oggi nel film non era quello previsto dalla sceneggiatura. Originariamente avremmo dovuto vedere Emilio rispondere alla telefonata della sorella, mostrando anche lei sullo schermo.
Per problemi tecnici di memoria, il take si è interrotto poco prima che questa cosa succedesse. Il fatto che il “Ciao sorellina” si senta sui titoli di coda, nasce da qua.
Eppure funziona perfettamente.
Gabriele Rattini: Il giorno successivo abbiamo costruito meglio anche il rapporto tra i due fratelli, inserendo quel modo affettuoso di chiamarsi “fratellone” e “sorellina”.
Luca Canarecci: L’idea finale è di Alice Ronci, l’attrice che interpreta la ragazza della banda. È stata lei a suggerire che l’ultima battuta fosse semplicemente: “Ciao, sorellina”.
A completare il finale c’è la perla “Per cuori di marmo”, scritto da Manuel M.E.R.L.O.T appositamente per il cortometraggio.
a cura di
Francesca Maffei
foto di
Alessandro Bisognani
Martina Giovanardi

