Nove anni dopo “Walk the Earth”, gli Europe tornano con un disco più heavy e inquieto. Mentre celebrano i quarant’anni di “The Final Countdown”, Joey Tempest e soci rifiutano l’effetto amarcord, dimostrando che il loro rock morde ancora più forte di prima
Gli Europe convivono con The Final Countdown dal 1986. Quarant’anni di palazzetti, stadi, pubblicità, ma anche di qualsiasi altra occasione in cui qualcuno abbia ritenuto necessario accompagnare l’ingresso di una torta con un intro di synth fin troppo riconoscibile.
All’inizio deve essere bellissimo, specialmente se sulle note di quel pezzo si sono ritrovate in sala prove migliaia di ragazze e ragazzi, dando vita alla scena metal e hard rock più importante degli ultimi decenni. Poi, inevitabilmente, una hit del genere rischia di trasformarsi in una condanna. Una gabbia d’oro da cui è quasi impossibile scappare.
Gli Europe, invece, se la vivono benissimo e senza ansie. Hanno imparato a gestirla come un parente molto famoso: gli vogliono bene, lo invitano alle cene di famiglia, ma poi ognuno torna alla propria vita.
Ed è proprio nel 2026, mentre preparano un tour interamente dedicato al quarantesimo anniversario dell’uscita del loro terzo album, che pubblicano il 25 settembre “Come This Madness” senza la presunzione di convincerci che il 1986 non sia mai finito. È finito, pure da un pezzo, ahimè. Per questo il disco prova a spiegare cosa significhi essere gli Europe oggi: un gruppo di sessantenni che si prende il lusso di suonare solo quello che gli pare.
Noi di The Soundcheck l’abbiamo ascoltato in anteprima e, prima di addentrarci nella recensione, dobbiamo mettere subito in chiaro le cose
Gli Europe non sono una band che si ritrova in studio per aggiornarsi sulla salute dei loro capelli. Dalla reunion del 2004 con “Start from the Dark”, la formazione storica – Joey Tempest alla voce, John Norum alla chitarra, John Levén al basso, Mic Michaeli alle tastiere e Ian Haugland alla batteria – ha pubblicato ben sette album: “Secret Society” (2006), “Last Look at Eden” (2009), “Bag of Bones” (2012), “War of Kings” (2015), “Walk the Earth” (2017) e “Come This Madness” (2026).
Praticamente, la vita discografica successiva alla riconciliazione è più lunga della prima – “Europe” (1983), “Wings of Tomorrow” (1984), “The Final Countdown” (1986), “Out of This World” (1988) e “Prisoners in Paradise” (1991) – e questo ci aiuta a contestualizzare questa seconda giovinezza come un percorso che rifiuta l’effetto amarcord, andando a riprendere le radici degli anni Settanta che li hanno maggiormente influenzati (Deep Purple, Rainbow, UFO, Thin Lizzy e Led Zeppelin), rompendo il classico schema che associa il passato nostalgico alla coperta di Linus.
Su One on One l’inizio è quasi cinematografico: un’apertura orchestrale che anticipa l’ingresso del basso distorto di John Levén, corposo e centrale, lontanissimo dal ruolo decorativo che spesso gli viene assegnato nell’hard rock. Le tastiere di Mic Michaeli sono stratificate e tridimensionali, Ian Haugland alla batteria dà profondità e John Norum entra senza fretta, una scelta che si ripeterà spesso nell’album per far salire il climax dei brani.
Dietro questa architettura c’è la mano di Tom Dalgety alla produzione (Ghost, Pixies, Opeth, Rammstein e The Cult) e l’impronta di Mike Fraser al mix, che completa l’opera con quella fisicità tipica di chi ha passato anni a plasmare il suono di AC/DC, Van Halen e Metallica. Il risultato non è particolarmente snello, ma suona moderno senza sembrare vecchio, un traguardo tutt’altro che scontato quando si parla di classic rock.
La sorpresa più grande, però, riguarda le liriche. Nei testi, Joey Tempest sposta lo sguardo all’esterno: abbandona le storie di fuga, desiderio e romanticismo per abbracciare il presente e una forte sensazione di sfiducia sociale. Ne è un esempio The Cult of Ignorance, che denuncia la facilità con cui si manipolano le masse promuovendo convinzioni basate sull’imposizione piuttosto che sulla conoscenza.
La title track Come This Madness si muove partendo da uno dei riff più heavy dell’album, giocando sulle dinamiche: alterna strofe trattenute a ritmiche serrate nel ritornello, con uno special che si svuota completamente prima di esplodere in una ricostruzione progressiva. Il testo riflette un mondo nervoso, rumoroso e polarizzato, che non porta all’apocalisse ma a una consapevolezza precisa: oggi ignorare quello che accade richiede molta più energia rispetto a prendere posizione.
This Time of Year è una ballad cucita su misura attorno al pianoforte, con la voce di Tempest che racconta quanto il dolore per l’assenza di una persona sia più amplificato in determinati periodi dell’anno. Qui, il rischio di scivolare nella solita caricatura della power ballad, con la luce degli smartphone accesa durante i concerti, è dietro l’angolo. Gli Europe, invece, riescono a evitarlo, girando alla larga dai fantasmi del passato, tra cui il singolo dell’87 Carrie.
Accanto alla scelta di Mic Michaeli di ampliare il proprio registro sonoro con hammond, mellotron, orchestre, pianoforti e synth, John Norum interviene a piccole dosi. Potrebbe suonare molto di più, ma il suo stile vive soprattutto di scelte, tra bending, ghost notes e pause sospensive.
Scandinavian Eyes è uno dei momenti in cui questa maturità artistica emerge meglio: chitarra, basso e tastiere si muovono insieme su un riff sabbathiano. Passando per Takin’ It Back, che si muove anch’esso sul vero filo conduttore del lavoro degli Europe – il passato come materiale a cui attingere, non come destinazione – si arriva a In the Absence of Grace. Poco più di un minuto e mezzo di pianoforte, voce e orchestrazioni. Funziona come interludio, ma è una scelta che divide, perché termina proprio quando sembra pronta a trasformarsi in qualcos’altro.
Subito dopo, The Angels Must Have Flown sfrutta proprio quel vuoto per rientrare con uno dei riff più crepuscolari dell’album, mentre le tastiere rendono l’atmosfera da pellicola e compare perfino un richiamo sonoro a The Shining.
Su The Devil’s Back l’assolo di Norum concede qualcosa in più, imboccando una strada neoclassica senza però perdere la componente blues che da sempre rendono riconoscibili i fraseggi di uno dei chitarristi più sottovalutati degli anni Ottanta. È anche uno dei brani che ricordano meglio quanto il suono degli Europe sia sempre nato da una dicotomia: le influenze sono prevalentemente britanniche, ma non perdono mai quella melodia tipicamente scandinava.
Sul disco compaiono anche Tobias Forge dei Ghost e Mikael Åkerfeldt degli Opeth, entrambi ai cori. Una presenza discreta, che resta dentro il tessuto delle undici tracce, ma che simbolicamente riunisce tre generazioni diverse della stessa scena nello stesso studio di registrazione. Gli Europe appartengono alla generazione che ha dimostrato al mondo che una rock band svedese poteva avere una dimensione internazionale; Ghost e Opeth rappresentano due evoluzioni completamente diverse di quella stessa possibilità: i Ghost hanno trasformato il metal in uno spettacolo teatrale e pop; gli Opeth, invece, hanno passato una carriera a smontarlo e ricomporlo secondo regole proprie.
L’album si chiude con Nothing Can Follow This, un titolo piuttosto impegnativo per l’ultima traccia. Il pezzo parte sospeso e riprende gradualmente le varie ambientazioni sonore incontrate durante l’ascolto del disco, senza dimenticare di aprirsi verso un ultimo, definitivo assolo di Norum.
In estrema sintesi, il nuovo album com’è?
Non è perfetto, ma presenta molti punti a favore. Sicuramente tenta in tutti i modi di far coabitare il classic rock con le produzioni moderne, togliendo qualcosa alle sfumature e alla spontaneità di alcuni ritornelli, che sembrano conoscere in anticipo il numero di persone che dovranno cantarli. Ma c’è anche molto mestiere, quello che permette di capire quando suonare e, soprattutto, quando non farlo.
Tra pochissimi giorni, per la precisione dal 30 settembre, a soli cinque giorni dall’uscita di “Come This Madness”, inizierà da Glasgow il tour per i quarant’anni di “The Final Countdown”. La contraddizione è bellissima: salgono su un palco per celebrare l’album che li ha resi immortali proprio mentre pubblicano nuove canzoni per non restare prigionieri di quell’elisir di lunga vita.
È questa contraddizione a esprimere il significato del nuovo album: non ignorare che il tempo sia passato, ma utilizzarlo per uno scopo. Ci verrebbe quasi da raggiungerli immediatamente, rigorosamente sotto al palco, per un’intervista di una sola domanda: “Cari Europe, come si sopravvive a una canzone che qualsiasi band con un tastierista ha suonato insieme fin dalle prime prove?”
Siamo sicuri che ci mostrerebbero la copertina del nuovo disco. Se il riff di tastiera più famoso che hai scritto continua a inseguirti per decenni, a un certo punto può venirti voglia di dimostrare al mondo che possiedi anche una chitarra.
a cura di
Edoardo Siliquini

