Sul palco del “Rock in Roma”, i Litfiba celebrano i quarant’anni di “17 Re”, un album che continua a interrogare il presente e a rivelarne le fratture più profonde
Quarant’anni possono trasformare un disco in un classico. Più raramente, gli permettono di restare attuale, necessario. Quando i Litfiba pubblicano “17 Re” nel 1986, il rock italiano è ancora alla ricerca di una propria identità. La band fiorentina, invece, guarda già altrove: al post-punk inglese, alla new wave, alla psichedelia, costruendo un linguaggio capace di sfuggire alle etichette e che, ancora oggi, conserva un’incredibile capacità di parlare al presente.
È il palco del “Rock in Roma” ad accogliere il tour celebrativo di quell’album che già allora aveva intuito alcune delle contraddizioni dell’essere umano che il mondo avrebbe attraversato: guerre, sopraffazione, avidità, sfruttamento, fanatismo, distruzione dell’ambiente.
Sul palco non sale una band intenzionata a rievocare il proprio passato, bensì quattro musicisti – accompagnati da Luca Martelli alla batteria – che tornano a confrontarsi con un’opera ancora viva: Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi, la fomer band che ha dato vista a uno dei dischi più influenti della musica italiana.
In questo senso, le due ore di concerto assumono il valore di una rilettura collettiva. Il pubblico canta ogni verso con la consapevolezza che quei brani non hanno mai smesso di respirare, custodendo una forza espressiva che molte produzioni attuali faticano persino ad avvicinare.
La trilogia del potere
Il concerto si muove principalmente dentro gli esordi della band toscana, nella sua fase più visionaria e sperimentale. Parte dai brani di “17 Re”, ma allarga lo sguardo ai capitoli che lo hanno preceduto e seguito, ricostruendo l’arco creativo della “Trilogia del potere”, iniziata con l’album d’esordio “Desaparecido” (1985) e conclusa con “Litfiba 3” (1988).
Pierrot e la luna, Re del silenzio, Come un Dio, Febbre e Apapaia restituiscono tutta la complessità di un collettivo che ha sempre rifiutato la forma canzone più convenzionale, mentre brani come Istanbul, Resta, Tex e Cangaceiro ampliano il racconto, riportando sul palco le atmosfere di un periodo in cui i Litfiba stavano esplorando una propria grammatica sonora, sospesa tra tensione politica, inquietudine esistenziale e ricerca musicale.
Più che una semplice celebrazione di un anniversario, la scelta della scaletta diventa così un viaggio dentro una stagione irripetibile della musica italiana: quella in cui i Litfiba, ancora lontani dalla consacrazione del grande pubblico ma già punto di riferimento dell’underground, stavano tracciando una nuova direzione per il rock degli anni Novanta.

Ghigo Renzulli resta il principale architetto del suono Litfiba, alternando muri di chitarra, aperture melodiche e suggestioni orientali senza mai cadere nell’autocompiacimento. Accanto a lui, Gianni Maroccolo non si limita a sostenere la sezione ritmica, ma dialoga costantemente con le chitarre: anticipa, contraddice, crea tensione. È un basso che racconta, capace di rendere ogni brano dinamico e imprevedibile.
Antonio Aiazzi completa questo equilibrio con un lavoro essenziale alle tastiere, rendendo possibile quell’incontro tra progressive, psichedelia e richiami mediterranei che ancora oggi rende il suono dei Litfiba inconfondibile. Al centro rimane, naturalmente, Piero Pelù con la sua intensità interpretativa. Ogni parola pesa, ogni pausa trova un senso, ogni pensiero diventa un manifesto.
La dimensione emotiva della serata raggiunge il suo apice con Eroi nel vento. Prima ancora delle note, il palco si riempie del ricordo di Ringo De Palma, il batterista scomparso nel 1990, a cui Piero dedica il brano, insieme a tutti gli eroi nel vento. Luca Martelli affronta quel passaggio con misura, senza cercare di sostituire un’assenza impossibile da colmare. La sua batteria non rincorre il confronto, ma accompagna la band con un rispetto quasi silenzioso, lasciando che sia la musica a dire ciò che le parole non potrebbero spiegare.
Quando il passato smette di essere nostalgia
I monumenti appartengono al passato e chiedono di essere conservati. Le grandi canzoni, invece, continuano a dialogare con il tempo e cambiano chi le ascolta. È proprio su questa differenza che si fonda la reunion dei Litfiba: non prova a spolverare vecchie foto ricordo, ma riporta alla luce una visione del mondo ancora attuale, quella di un’umanità incapace di imparare dai propri errori. Se allora immaginavano un futuro da scongiurare e confinare, oggi quelle stesse parole suonano urgenti, come un monito che, a distanza di quattro decenni, non può essere rinchiuso dentro una teca.
Perché non sono gli anni trascorsi a definire il valore di un percorso, ma le domande che riesce ancora a lasciare aperte.
Scaletta
- Febbre (Instrumental Intro)
- 17 Re
- Come un Dio
- Oro nero
- Sulla Terra
- Vendetta
- Ferito
- Apapaia
- Ballata
- Re del silenzio
- Pierrot e la luna
- Univers
- Tango
- Cafè, Mexcal e Rosita
- Gira nel mio cerchio
- Cane
- Resta
- Il vento
- Istanbul
- Santiago
- Eroi nel vento
- La preda
- Tex
- Cangaceiro
a cura di:
Edoardo Siliquini

