Per la settima giornata de Il Cinema Ritrovato si spazia tra adattamenti di opere letterarie e una grande libertà creativa.
Arrivati al settimo giorno de Il Cinema Ritrovato, si comincia ad avvertire l’arrivo della fine. Eppure, nonostante ciò, le grandi opere da riscoprire continuano a fioccare. La giornata prevedeva un adattamento letterario con Un Dessert Pour Constance, la versione cinematografica di una pièce teatrale con Darling, How Could You! e un’esplosione di libertà creativa con l’omaggio al regista armeno Artavazd Pelechian.
Ma entriamo subito nel vivo.
“Un Dessert Pour Constance” (Sarah Maldoror, 1979)
Cinema Jolly, ore 14.00. Come ogni anno, mi piace partecipare a qualche proiezione della rassegna Cinemalibero, dedicata al cinema non occidentale: così ho iniziato la giornata con un tributo alla cineasta Sarah Maldoror. Per riuscire a fornire uno sguardo più ampio sulla politica e poetica della regista, il festival ha scelto di unire nello stesso evento due proiezioni: in apertura, il corto Et Les Chiens Se Taisaient (And the Dogs Were Silent) e, a seguire, il lungometraggio Un Dessert Pour Constance.
Tratto dalla pièce teatrale omonima di Aimé Césaire, il cortometraggio della Maldoror è ambientato nel Musée de l’Homme di Parigi, dove, a seconda del momento, le statue assumono sembianze differenti: la folla o gli schiavisti. Per questa ragione l’opera non deve essere considerata tanto un adattamento quanto un’interpretazione personale della pièce teatrale.
Per quanto riguarda invece Un Dessert Pour Constance, siamo nel terreno della commedia. Anche in questo caso si tratta di un adattamento, stavolta di una novella di sole 20 pagine, nonché del primo film di finzione di Sarah Maldoror per la televisione pubblica. I protagonisti sono due spazzini africani di Parigi che, per pagare il viaggio di ritorno in patria di un loro amico malato, decidono di partecipare ad un quiz televisivo sulla cucina francese.

Tralasciando l’ironia di fondo del film e le situazioni comiche in cui vengono inseriti Bokolo e Mamadou, la vera chiave di lettura dell’opera è tutta nella frase finale: “l’essenziale è non venire mai a lavorare nella solitudine e nel disprezzo”. Bisogna infatti tenere conto del fatto che i protagonisti sono due uomini neri negli anni Settanta, ragion per cui la pellicola ha anche un forte connotato politico: ciò che serve realmente è umanità e dignità.
La rassegna Cinemalibero si conferma, dunque, ancora una volta una delle più interessanti ed eroiche del festival, la vera essenza della riscoperta di un cinema dimenticato.
“Darling, How Could You!” (Mitchell Leisen, 1951)
Cinema Jolly, ore 16.00. La mia giornata è proseguita con Darling, How Could You! di Mitchell Leisen, l’ultimo film del regista per la Paramount Pictures. Memore delle risate che mi ero fatta con Midnight, ho voluto assolutamente inserire nel mio programma un’altra pellicola di Leisen e, a posteriori, è stata un’ottima scelta.
Basato sulla pièce teatrale Alice Sit by the Fire. A Page From a Daughter’s Diary di James M. Barrie, il film è una commedia in costume brillante sul rapporto genitori-figli. Il punto di partenza è una domanda: cosa succederebbe se genitori e figli fossero costretti a conoscersi a vicenda solo in un momento secondario? In breve, un insieme di malumore e incomprensioni che, però, nelle mani di Leisen diventano esilaranti.

La penna di James M. Barrie, autore di Peter Pan (che viene giocosamente nominato più di una volta nel corso dell’opera), è evidente. La cura nel mettere in scena dialoghi credibili tra ragazzini non è cosa da poco, così come è interessante che la risoluzione finale richieda agli adulti di stare al gioco dei figli. In particolare, il personaggio di Amy, la figlia maggiore, incarna il momento di passaggio dall’innocenza dell’infanzia ad un nuovo tipo di consapevolezza.
Pur adottando un ritmo meno incalzante rispetto a Midnight, anche Darling, How Could You! è riuscito a farmi ridere genuinamente. Sicuramente richiede un po’ di scene per fornire allo spettatore tutti gli elementi necessari, ma nel momento in cui tutte le linee narrative si incastrano è un’esplosione di comicità.
L’omaggio a Artavazd Pelechian
Piazza Maggiore, ore 21.45. Ho concluso la mia giornata in piazza con una proiezione un po’ diversa dal solito. Il nome dell’evento sul programma era Progetto Pelechian e, effettivamente, la serata è stata strutturata come un vero e proprio progetto di riscoperta delle opere del regista armeno Artavazd Pelechian.
Dopo essersi diplomato alla scuola di cinema sovietica VGIK nel 1967, Pelechian realizzò nei trent’anni successivi nove opere. Complessivamente, tutti i suoi girati ammontano a circa 300 ore: questa sera in Piazza abbiamo avuto modo di assistere a circa 100 di queste ore. I corti che ci sono stati mostrati sono sei: Pattuglia di montagna (10’), La terra degli uomini (10’), Noi (27’), Gli abitanti (10’), Le stagioni (30’), Fine (10’).
La regia di Pelechian è abbastanza fuori dall’ordinario e presenta alcuni elementi ricorrenti. In primis vi è un’attenzione particolare all’utilizzo dei materiali d’archivio che, tendenzialmente, vengono montati in modo antinaturalistico. In più, l’immagine non può essere separata dalla dimensione sonora che, dunque, gioca un ruolo fondamentale nella trasmissione di significato. Il tempo e lo spazio non sono mai dei punti saldi e la narrazione procede più per richiami e risonanze che per una vera e propria sequenza di rapporti di causa-effetto.
La domanda principale che mi sono posta a fine proiezione è come si possa dunque classificare il cinema di Pelechian.
È un documentario?
Una sinfonia di immagini?
Ma, soprattutto, c’è davvero tutta questa necessità di incasellare questo regista?
Forse, dopotutto, il Progetto Pelechian è un segnale della bellezza della libertà creativa.
A domani con nuove notizie da Il Cinema Ritrovato!
a cura di
Claudia Camarda

