La prossima edizione del Festival “Il Cinema Ritrovato” è in lavorazione e promette di essere a dir poco scoppiettante.
Mancano ormai poco meno di tre mesi a Il Cinema Ritrovato. E non sarà un appuntamento come gli altri: sarà un’edizione XL, nel senso di quarantesima ma anche di ‘extra large’, vista l’abbondanza di film in programma. In calendario dal 20 al 28 giugno, il festival cercherà un delicato equilibrio tra glamour ed estasi, impegno e lotta, sogno e realtà, passato e presente.
In aggiunta alle otto sale che proietteranno film e ospiteranno eventi senza sosta, ci saranno i consueti eventi serali all’aperto: l’appuntamento con ‘La Nonna’ (il nomignolo affettuoso con cui chiamiamo il nostro proiettore a carbone) in Piazzetta Pasolini e le proiezioni in Piazza Maggiore, dove si riunisce una delle più numerose e appassionate comunità di cinefili del mondo. Lo splendido Cinema Modernissimo resta il cuore pulsante del festival: basta scendere i gradini per sfuggire al sole intenso di giugno ed entrare nell’oscurità fresca e avvolgente del nostro gioiello Art Déco.
L’ossatura del programma è costituita da una decina di sezioni che spaziano dal cinema delle origini ai più recenti documentari sulla storia del cinema. Nel mezzo si articola il nucleo del festival: grandi e piccoli classici, opere dimenticate e trascurate, piaceri inconfessabili e capolavori canonici; film lunghi e brevi; film per bambini e per chi bambino lo è stato. Persino pellicole di cui non sapremmo più dire a quale fascia d’età fossero destinate, trovano a Bologna la loro collocazione ideale. Perché sono i film a cercare il loro pubblico, e non il contrario.
Tutti questi programmi sono selezionati dai maggiori esperti nei rispettivi ambiti. E dato che il cinema è solo il punto di partenza, non il punto d’arrivo, il festival accoglierà anche incontri, conversazioni e presentazioni con ospiti speciali e figure di spicco del mondo del restauro e della conservazione cinematografica.
Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen
Il cinema di Mitchell Leisen prende vita in una terra di nessuno leggera e sofisticata (in realtà abitata soprattutto da donne), sospesa tra commedia romantica, screwball e puro estetismo Paramount. Già costumista e scenografo all’epoca del muto, Leisen divenne celebre per classici come Easy Living, Hold Back the Dawn e Midnight, e fu l’unico regista hollywoodiano a cui fu concesso di far apparire la propria firma autografa nei titoli di testa.
Non c’era bisogno di una teoria dell’autore per riconoscerne le qualità inconfondibili: la naturalezza del flusso narrativo, una messa in scena impeccabile e dialoghi brillanti e ricchi di doppi sensi – talvolta scritti da Preston Sturges, Billy Wilder o Charles Brackett – insieme a protagoniste tanto affascinanti quanto intransigenti. Nei suoi film, Carole Lombard, Claudette Colbert, Barbara Stanwyck e Jean Arthur univano spirito e grazia a un impeccabile tempismo comico. Le loro eroine sovvertivano le convenzioni, e gli incontri con i personaggi maschili – spesso interpretati da Ray Milland o Fred MacMurray – si avvitavano tra equivoci e contrattempi fino al lieto fine.
Questo omaggio presenta una selezione di classici di Leisen in versioni restaurate (per gentile concessione di Universal), insieme a copie d’archivio raramente proiettate.

Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri
La sua capacità di stabilire un contatto immediato con il pubblico nasce dalla voce – ricca, stanca, tenera, vissuta, scettica, capace di muoversi con agilità tra asprezza e dolcezza. Poteva essere metallica, quasi mascolina e tagliente, oppure soffice come un cuscino di piume, talvolta nello stesso film: qualità ideali per un’attrice a suo agio in ogni genere, dal melodramma femminile al western, passando per il noir e la commedia sofisticata.
Più iconoclasta che icona, attrice di carattere alla maniera di Bogart o Cagney, non era né una grande bellezza né una diva patinata. Ed è proprio questo – il suo rifiuto o la sua incapacità di lasciarsi ridurre a un’unica immagine – a costituire uno dei fattori determinanti della sua longevità. Se ai suoi tempi fu talvolta sottovalutata, la sua arte della sottrazione – la fluidità del movimento, l’immobilità nella quiete, l’intensità trattenuta – appare oggi sorprendentemente moderna. Attraverso i generi, la retrospettiva metterà in luce le molteplici sfaccettature di un’artista iconoclasta.

Omaggio a Luchino Visconti
Visconti nasce nel 1906, in una famiglia che incrocia il passato e il futuro dell’Italia: tradizione nobiliare per parte di padre e imprenditoriale per parte di madre. Questa è probabilmente la chiave per leggere la sua attività d’artista, capace di portare nel cinema – l’arte del Novecento – la tradizione performativa dell’Ottocento. Rivoluzionario regista di prosa e lirica, contribuì a formare una schiera di costumisti, scenografi e sceneggiatori entrati nella leggenda, e una schiera di attrici e attori che con lui ebbero, al cinema e a teatro, i ruoli decisivi della loro carriera: da Delon alla Callas, dalla Valli a Lancaster, dalla Cardinale a Gassman, dalla Magnani a Mastroianni.
Oggi consideriamo la sua filmografia un classico, ma dimentichiamo la dimensione sperimentale e di ricerca di tutta la sua carriera. Il suo primo, stupefacente, lungometraggio, Ossessione (1943), fu tagliato e condannato dal fascismo; gran parte dei suoi film successivi furono oggetto di epocali scontri censori. I cinquant’anni dalla morte sono l’occasione per riscoprire, anche attraverso nuovi, preziosi, restauri, la sua magistrale capacità nel mettere in scena il passato, nel costruire relazioni nuove tra la musica e le immagini, nel parlare, ancora e con forza, al presente.

Joséphine Baker, donna del Rinascimento
Joséphine Baker non è mai stata soltanto la donna con il gonnellino di banane. È stata un’onda d’urto. Apparsa sulla scena parigina degli anni Venti come una forza dirompente, si è impressa nell’immaginario collettivo con un corpo in perpetuo movimento, al tempo stesso feticizzato e fieramente indipendente. La sua arte, nata nelle strade di St. Louis, scaturiva dalla sopravvivenza, dall’improvvisazione e dal jazz. Un autentico Rinascimento! Mentre l’Europa chiedeva ‘la giungla’, Baker portò in scena la strada, trasformando l’esoticizzazione in arma e travestimento.
La sua immagine, sospesa tra nudità e animalità, alimentava fantasie coloniali che lei sabotava costantemente attraverso l’esagerazione, la smorfia e il rifiuto dell’immobilità. La rassegna presenta la filmografia completa – La Revue des revues, La Sirène des tropiques, Zouzou, Princesse Tam-Tam, Fausse alerte – arricchita da una selezione di cinegiornali provenienti dagli archivi Gaumont Pathé e da materiali rari.

Ombre e acciaio: il cinema di Daisuke Ito
La retrospettiva ripercorre la straordinaria opera di Daisuke Ito, la cui carriera da regista abbracciò quasi mezzo secolo. Per gli storici del cinema la fama di Ito è legata al sul contributo rivoluzionario al cinema di samurai dell’epoca del muto: rompendo con le convenzioni teatrali del primo cinema giapponese, il regista impiegò con straordinaria abilità il montaggio rapido e audaci movimenti di macchina per costruire eleganti scene d’azione, articolando al contempo una penetrante critica sociale.
La sua produzione del dopoguerra rimane tuttavia sottovalutata. Collaborando con alcuni dei migliori attori giapponesi, Ito spaziò dal campo di battaglia al teatro fino al mondo dello shogi (gli scacchi giapponesi), dando vita ad avventure di cappa e spada di grande raffinatezza formale, che richiamavano l’esuberanza visiva dei suoi muti, a drammi in costume più rigorosi e austeri e a sottili ritratti intimisti.
Una sezione della retrospettiva riunisce i film muti giunti fino a noi e i frammenti superstiti, presentati – grazie al sostegno della Yanai Initiative for Globalizing Japanese Humanities – con l’accompagnamento composto da musicisti giapponesi e il commento dal vivo di narratori benshi. Accanto a questi, sarà proiettata una selezione dei migliori film del dopoguerra di Ito, in copie 35mm di alta qualità, alcune delle quali restaurate dal NFAJ a partire dai nitrati originali.

Il secolo del cinema: 1906
“Vagabondi aggrediscono donna in bicicletta senza sapere che è una pugile professionista.” – “Bambino scrive una lettera al padre morto e viene travolto e ucciso mentre va a imbucarla”: le trame cinematografiche del 1906 presentano una sorprendente somiglianza con i celebri dispacci di cronaca pubblicati quell’anno da Félix Fénéon.
Le novità della nostra rassegna comprendono drammi di una raffinatezza senza precedenti firmati da Albert Capellani e le primissime produzioni della compagnia danese Nordisk. La sezione indaga la vocazione sperimentale del cinema, il crescente coinvolgimento emotivo degli spettatori e la capacità dei film di rispecchiare realtà sociali come il razzismo e l’ambivalente rappresentazione delle donne, sospesa tra misoginia ed emancipazione.
Le riprese documentarie del terremoto di San Francisco e della catastrofe mineraria di Courrières, in Francia, riportano al presente terribili eventi del passato. Molti aspetti affascinanti del cinema delle origini attendono di essere scoperti negli oltre sessanta titoli in programma, quasi tutti proiettati in copie 35mm.

Cento anni fa: 1926
Per il ventiquattresimo anno consecutivo Il Cinema Ritrovato dedica una parte del proprio programma al cinema di un secolo fa con una selezione di film realizzati e distribuiti nel 1926. Quest’anno partiremo alla ricerca dell’oro nello Yukon (passando per l’Unione Sovietica) con Lev Kulešov, assisteremo alla distruzione dell’antica Pompei con Carmine Gallone e Amleto Palermi, stringeremo un patto faustiano con il diavolo nel film di F. W. Murnau e visiteremo due volti molto diversi di Parigi con Alberto Cavalcanti ed Ernst Lubitsch.
Classici intramontabili e capolavori canonici sono affiancati da opere meno note (ma non meno brillanti), come l’inquietante e suggestivo Meren kasvojen edessä (Before the Face of the Sea) del regista finlandese Teuvo Puro. Il programma continua inoltre a valorizzare il lavoro delle cineaste con Flickan i frack (A Girl in Tails), ‘commedia estiva leggera’ di Karin Swanström, e con il fondamentale Die Abenteuer des Prinzen Achmed (Achmed, il principe fantastico) di Lotte Reiniger, il più antico lungometraggio di animazione a essersi conservato.
Il tutto è, ancora una volta, arricchito da una selezione di curiosi e sorprendenti cortometraggi di finzione e non-fiction, insieme a cinegiornali d’epoca.

Piccolo grande passo: Gunvor Nelson e Éric Duvivier
Quest’anno siamo lieti di presentare le opere di due cineasti d’eccezione. La filmmaker svedese Gunvor Nelson (1931–2025) emerse nella seconda metà degli anni Sessanta dal vivace ambiente del cinema sperimentale della costa occidentale degli Stati Uniti per poi proseguire il suo percorso creativo nella natia Svezia. Attraverso dodici film realizzati tra gli anni Sessanta e Novanta, il programma esplora le diverse fasi della sua carriera, spaziando da opere strutturate ritmicamente a film personali, dall’unico lungometraggio narrativo-sperimentale a film di montaggio, includendo anche due opere finora inedite.
Storicamente, il 16mm è stato il formato predominante del cinema scientifico, rappresentando una parte significativa dei materiali conservati negli archivi cinematografici. Oggi, tuttavia, viene raramente proiettato sul grande schermo. Per colmare questa lacuna presenteremo sei film degli anni Sessanta e Settanta firmati dal regista francese Éric Duvivier (1928–2018).
Estranee alle convenzioni del cinema d’arte tradizionale, le opere di Duvivier dimostrano come l’espressione cinematografica possa fiorire anche all’interno di generi più rigidamente codificati, come il film scientifico. Le sue immagini rivelano inoltre un capitolo spesso trascurato della storia del cinema surrealista, offrendo al pubblico uno sguardo affascinante su una visione artistica singolare.

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