“Pin Ups”, il mosaico sonoro dei The Dandy Warhols

“Pin Ups” segna il ritorno dei The Dandy Warhols: niente inediti, solo cover che scavano nelle radici della band e nella loro identità più intima, riorganizzando demo e b-side lasciati in sospeso

C’è qualcosa di profondamente mistico, e quindi perfettamente fuori tempo massimo, nel fatto che i The Dandy Warhols pubblichino nel 2026 un disco di sole cover. Non perché sia un’operazione nostalgia, ma perché Pin Ups” non è davvero un disco: è un archivio che ha deciso di farsi racconto.

Arriva dopo una fase tutt’altro che minore per la band statunitense: Rockmaker” (2024) ha cambiato il pin della loro cassaforte per il prossimo decennio, ma invece di capitalizzare i Dandys si muovono di lato. Tornano indietro, poi avanti, poi in obliquo, aprendo un cassetto senza stare troppo a controllare cosa ne verrà fuori.

Dentro ci trovano anni di materiale disperso tra demo, b-side e bonus track. Canzoni che esistevano già, lasciate a sedimentare in qualche hard disk dimenticato, finché Peter Holmström, chitarrista della band, non decide di rimetterle insieme e rifinirle con il resto del gruppo – Courtney Taylor-Taylor (voce e chitarra), Zia McCabe (tastiere) e Brent DeBoer (batteria) – senza mai attualizzarle davvero.

La prima cosa da chiarire, infatti, è proprio questa: “Pin Ups” non è stato immaginato come un lavoro unitario. È una raccolta stratificata, nel senso più concreto del termine, con l’obiettivo di chiudere un cerchio rimasto aperto troppo a lungo.

Tra omaggio e dissoluzione

La scelta del titolo non è un dettaglio trascurabile.

David Bowie lo aveva già usato nel 1973 per rileggere i brani che lo avevano formato, piegandoli a un’estetica precisa, quasi programmatica. I Dandys si muovono in direzione opposta. Assorbono, non cercano di superare le versioni originali, ma le filtrano attraverso il loro DNA.

Per questo, “Pin Ups” si avvicina più a un mixtape emotivo, quello in cui aggiungi senza sovrascrivere, quello che continua a raccontare qualcosa di te. Una mappa affettiva, una sorta di autobiografia indiretta, costruita attraverso le canzoni e che si eleva a lettera d’amore agli artisti che li hanno maggiormente influenzati.

È un album che si articola in modo disomogeneo.

Da una parte, le versioni che restano sospese, tra cui Lay Lady Lay di Bob Dylan e Sister Golden Hair degli America. Dall’altra, i momenti in cui qualcosa si sposta davvero: Primary dei The Cure diventa più fluida, meno rigida, quasi ipnotica.Rain” dei The Cult perde la sua tensione rock e scivola in una dimensione più shoegaze. Goo Goo Muck dei The Cramps cambia direzione, trasformandosi in una corsa surf piena di riverbero, elegante e notturna.

Poi ci sono le deviazioni più nette: The Beautiful People di Marilyn Manson viene disarticolata, rimontata in chiave desertica, lontana anni luce dall’aggressività industriale. Love Song dei The Damned diventa un battito elettronico, freddo, da club. Straight to Hell dei The Clash è minimale, trattenuta, necessaria.

In questo equilibrio sgraziato e sgangherato, Zia McCabe diventa centrale. Il suo timbro, quasi sussurrato da ninna nanna, prende aria in modo decisivo: Kiss Off delle Violent Femmes ha un’energia nuova, quasi irriverente, ma è soprattutto in Blackbird dei The Beatles che succede qualcosa di diverso. La voce si appoggia al brano senza forzarlo, lo attraversa in modo quasi distratto. Diventa una delle versioni più intime del disco, lontana sia dall’originale che da qualsiasi tentazione di riscrittura.

Chiudere il cerchio per aprirne un altro

Ci sono band che hanno segnato un’epoca. E poi ci sono quelle che l’hanno attraversata senza mai prendersi davvero il centro della scena. I The Dandy Warhols appartengono chiaramente alla seconda categoria.

Nati a Portland a metà anni Novanta, mentre poco più a nord Seattle stava ancora metabolizzando l’onda lunga del grunge, i Dandys hanno costruito un percorso parallelo: una miscela di alternative-garage rock, psichedelia e attitudine pop che li ha resi riconoscibili senza mai renderli riconosciuti.

Hanno scritto canzoni che sono rimaste in classifica per intere stagioni – Bohemian Like You e We Used To Be Friends, su tutte – ma non hanno mai trasformato quella visibilità in una posizione stabile. Troppo fuori asse per il mainstream, troppo accessibili per restare confinati nell’underground indipendente.

È da qui che bisogna partire per leggere Pin Ups”.

Alcune tracce restano esercizi, troppo fedeli agli originali, il limite strutturale di qualsiasi cover album. Altre sembrano jam lasciate volutamente incomplete e, proprio per questo, funzionano: perché non cercano un senso compiuto.

In una fase in cui molte band cercano di galleggiare aggiornandosi con gli ultimi plugin di ProTools, i Dandy Warhols rischiano uno scellino in più: si raccontano per accumulo, per frammenti, una confessione intima della loro genealogia sonora, come a dire: veniamo da qui, anche se non sappiamo più esattamente dove siamo.

Tracklist
  1. Cherry Bomb (The Runaways)
  2. What We All Want (Gang of Four)
  3. Primary (The Cure)
  4. Kiss Off (Violent Femmes)
  5. Goo Goo Muck (Ronnie Cook & the Gaylads)
  6. Rain (The Cult)
  7. Straight To Hell (The Clash)
  8. Sister Golden Hair (America)
  9. Lay Lady Lay (Bob Dylan)
  10. Ripple (The Grateful Dead)
  11. You Ain’t Going Nowhere (Easy Chair / The Byrds)
  12. Blackbird (The Beatles)
  13. The Beautiful People (Marilyn Manson)
  14. Love Song (The Damned)
  15. Jet Boy (New York Dolls)
  16. She Sells Sanctuary (The Cult)
  17. Inside the Outside (Love & Rockets)

a cura di
Edoardo Siliquini

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