Milano Film Fest: il coming of age domina la giornata finale tra “Thanks for Nothing” e “Le Bambine”

La ricchissima giornata finale del festival ha intrecciato cinema, industria e premiazioni: dal coming of age tedesco Thanks for Nothing alla Shorts Battle sul branded content, fino all’anteprima de Le Bambine. La cerimonia finale ha poi sancito la chiusura della seconda edizione.

Giunti alla giornata conclusiva del Milano Film Fest, abbiamo seguito il programma finale del festival tra proiezioni, confronti e premiazioni, attraversando le diverse anime di questa edizione in un continuo dialogo tra cinema e industria.

“Thanks for nothing”: un delizioso coming of age tedesco

La nostra giornata conclusiva del festival si è aperta con la proiezione di Thanks for Nothing (2025), esordio al lungometraggio della regista Stella Marie Markert, un coming of age tedesco delizioso e sorprendente che alterna dramma, commedia e momenti dai toni più grotteschi.

Il film racconta la quotidianità di quattro adolescenti che vivono in una casa-famiglia a Berlino, sotto la supervisione dell’assistente sociale Ballack, in un equilibrio fragile e costantemente in mutamento.

Katharina è la figura più instabile del gruppo, segnata da continui tentativi di suicidio che finiscono per ribaltare i ruoli all’interno della comunità: le tre ragazze si ritrovano infatti a prendersi cura di lei come una sorta di famiglia improvvisata, in cui i confini tra amicizia e maternità si confondono continuamente. Ricky, la più ribelle e queer del gruppo, porta con sé un passato difficile e il rischio costante di un rimpatrio; Victoria incarna invece il privilegio e l’ostentazione, figlia di una condizione economica agiata che la rende al tempo stesso sicura e profondamente disorientata; Malou, silenziosa e apparentemente distante, è il vero centro nascosto del gruppo, una presenza quasi muta ma sorprendentemente brillante.

L’opera colpisce soprattutto per la sua freschezza d’esordio e per la capacità di costruire un immaginario coerente e riconoscibile attorno a personaggi volutamente eccentrici e interpretati tutti da attrici convincentissime. La messa in scena, caratterizzata da una fotografia dai toni saturi e pastello, contribuisce a dare al racconto una dimensione quasi sospesa, a metà tra realtà e una stilizzazione più dichiaratamente autoriale.

In questo senso il film richiama – per certe dinamiche famigliari e per i rapporti tra personaggi così bizzarri – il primo cinema di Wes Anderson. Mentre sul piano più contemporaneo è innegabile l’influenza di produzioni televisive più recenti, tra tutte, le prime due stagioni di Euphoria (2019-2022).

Un ritratto giovanile decisamente punk nella sua impostazione, capace di affrontare il passaggio all’età adulta con uno sguardo leggero, ma stratificato. Un esordio che riesce a restituire con efficacia il disordine emotivo e mentale dell’adolescenza e che si inserisce perfettamente nel dialogo tematico della giornata, preparando il terreno per Le bambine presentato in serata.

Una battaglia a suon di corti brandizzati

Il pomeriggio è proseguito con The Shorts Battle, un incontro organizzato da OBE (Osservatorio Branded Entertainment) in collaborazione con YouTube, pensato come una sfida dal taglio pop tra linguaggi e visioni del branded content contemporaneo.

L’evento ha messo di fronte quattro ospiti provenienti da mondi differenti – il creator Victorlaszlo88, Fru dei The Jackal, il regista e attore Francesco Mandelli e la produttrice Debora Magnavacca – chiamati a confrontarsi attraverso la scelta di un corto pubblicitario ritenuto esemplare nella capacità di fondere storytelling e brand. Ognuno di loro ha presentato il proprio riferimento, argomentandone la scelta, mentre gli altri intervenivano in modo volutamente provocatorio e giocoso per metterne in discussione la validità, in un continuo scambio tra difesa e attacco creativo.

La formula dell’incontro ha così trasformato la presentazione in una vera e propria battle, in cui il confronto non era solo tra opere ma anche tra approcci differenti allo storytelling: Victorlaszlo88 ha scelto Choose Go (2018) di Edgar Wright realizzato per Nike, esempio di montaggio energico e ritmo ipercinetico; Francesco Mandelli ha portato Montblanc: 100 Years of Meisterstuck (2024) di Wes Anderson, emblema di una estetica immediatamente riconoscibile e coerente con la sua cifra autoriale; Debora Magnavacca ha proposto Killer in Red (2017) di Paolo Sorrentino per Campari, il più lungo e strutturato in termini narrativi; Fru ha selezionato Long Live Play (2011), spot realizzato per PlayStation 3.

Il tono è sempre stato leggero e ironico, sostenuto dalle dinamiche di gioco tra i partecipanti e dalle votazioni del pubblico, chiamato a decretare il corto vincitore con gli applausi. A prevalere è stato proprio il lavoro di Sorrentino per Campari, accolto come quello più efficace nel coniugare immaginario autoriale e funzione pubblicitaria, riuscendo a tenere insieme una forte riconoscibilità stilistica e comunicazione del marchio.

Un dialogo stimolante su come anche i lavori sui brand – spesso dal pubblico sottovalutati – oggi richiedano un livello sempre più alto di costruzione narrativa, in cui il confine tra linguaggio autoriale e comunicazione commerciale diventa progressivamente più fine.

“Le bambine”: il film italiano più sorprendente degli ultimi anni

In prima serata abbiamo potuto assistere alla proiezione di Le Bambine, presentato in anteprima come evento speciale. Il film, unico titolo italiano in concorso allo scorso Locarno e già passato anche dal Bellaria Film Festival seguito da un incessante passaparola, è stato introdotto dalle registe e sorelle Valentina Bertani e Nicole Bertani insieme alla casting director Valentina Materiale. La pellicola ha conquistato tutto il pubblico in sala, che al termine della proiezione si è prodigato in tre lunghissime sessioni di applausi, imponendosi immediatamente come uno dei momenti più calorosi e memorabili di questo festival. In uscita nelle sale oggi 11 giugno con Adler, Le Bambine arriva accompagnato dalla sensazione di essere un’opera destinata a far parlare di sé a lungo.

Ambientato nel 1997, Le Bambine segue l’estate di Azzurra e Marta, destinata a cambiare con l’arrivo di Linda, trasferitasi in Italia insieme alla madre Eva dopo aver lasciato la villa svizzera della nonna. Le tre bambine costruiscono presto un microcosmo di complicità, protezione reciproca e solidarietà, che si oppone al mondo adulto. Intorno a loro gravita una galleria di figure bizzarre e contraddittorie: genitori fragili e incapaci, vicini invadenti e un babysitter queer che cerca di emanciparsi in una realtà respingente.

In un contesto abitato da adulti così smarriti e irrisolti, il film sembra spesso ribaltare i ruoli: sono le bambine a mostrare maggiore lucidità emotiva e capacità di prendersi cura degli altri, mentre i grandi appaiono come veri e propri buchi neri emotivi, presenze nocive e corrosive, la cui forza di gravità rischia costantemente di inghiottire le piccole. Queste ultime, invece, si muovono come piccole stelle luminose: fragili solo in apparenza, traboccano di energia e si trovano nel momento in cui devono iniziare a brillare. Il loro corpo sta iniziando a mutare, la loro mente anche, e le circostanze le spingono verso una maturità molto più precoce rispetto alle loro coetanee.

Le bambine stordisce per il suo coraggio e il suo tono estremamente irriverente e audace. Al netto di ciò che si intravede di tetro nello sfondo, nel film convive un onnipresente gusto comico esagerato e grottesco che non molla mai lo spettatore, con scelte così esasperate da far letteralmente morire dal ridere per quanto fuori da ogni contesto plausibile.

Le influenze sembrano venire tutte indubbiamente da un immaginario internazionale: da Un sogno chiamato Florida (2017) di Sean Baker prende la centralità dello sguardo infantile con la camera ad altezza bambina e la capacità di raccontare l’infanzia dentro contesti difficili con una lucidità rara, mantenendo però una messa in scena dai toni pastello che filtra la realtà in una fiaba che nasconde però risvolti oscurissimi.

Il formato in 4:3 rafforza la sensazione di claustrofobia domestica, richiamando alla mente che lo stesso aveva fatto Xavier Dolan per Mommy (2014). Allo stesso tempo la scelta stilistica si rifà anche all’immaginario televisivo anni ’90 che era il formato in cui le giovane registe vedevano probabilmente le immagini in quegli anni. Per questo è chiaro quanto Le Bambine sembra porsi come un’opera fortemente biografica e stratificata, costruita per raccontare ed esorcizzare un punto di vista il più possibile vissuto e sincero.

Le giovani interpreti sono straordinarie per naturalezza e talento, soprattutto considerando la loro età e quanto è stato chiesto loro di fare in scena. Riescono a far immergere e immedesimare lo spettatore nel racconto come poche volte dei protagonisti così piccoli sono riusciti al cinema. Il film si muove con un’energia e un’estetica quasi da videoclip, che si traduce in una regia strabordante di idee visive e continuamente imprevedibile.

È un’opera che dialoga perfettamente con il cinema di Todd Solondz e Harmony Korine per la sua capacità di alternare innocenza e provocazione, una dimensione infantile che convive col macabro, creando allo stesso tempo un nuovo immaginario assente nel nostro paese fino a questo momento. Le Bambine si impone così come un esordio già maturo nello sguardo, capace di portare una freschezza rara nel panorama italiano contemporaneo, e come un racconto potente e sbalorditivo sulla crescita. Assolutamente imperdibile.

La premiazione finale

La giornata si è conclusa con la cerimonia di premiazione alla sala Excelsior dell’Anteo Palazzo del Cinema, alla presenza del direttore artistico Claudio Santamaria, che ha sancito il trionfo di Where the Wind Comes From di Amel Guellaty come Miglior Lungometraggio e di A Sisyphean Task di Gus Flind-Henry e George Malcher come Miglior Cortometraggio del festival.

Dal palco è emerso anche come la presenza di Where the Wind Comes From in concorso sia stata il risultato di una lunga trattativa e di una volontà forte da parte del festival, che ha rivendicato con soddisfazione la scelta di averlo inserito in selezione ufficiale e l’entusiasmo di avergli potuto conferire quest’attenzione.

Il film tunisino ha raccolto infatti anche ulteriori riconoscimenti, tra cui la menzione speciale della giuria per gli interpreti Eya Bellagha e Slim Baccar e il Premio della Giuria Studentesca, confermandosi come uno dei titoli più significativi di questa edizione. Per i cortometraggi, oltre al vincitore, sono state assegnate menzioni speciali a Concrete Kids e Faux Bijoux, a testimonianza di una selezione particolarmente trasversale e attenta a tutte le nuove forme di linguaggio audiovisivo.

La serata si è conclusa con la chiamata sul palco di tutto lo staff del festival, accolto dagli applausi del pubblico, chiudendo così ufficialmente la seconda edizione del Milano Film Fest.

a cura di
Alfonso La Manna

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – Milano Film Festival 2026 – la masterclass del Maestro Dario Argento
LEGGI ANCHE – Milano Film Fest giorno 4 – dalla serialità di “Avvocato Ligas” al cinema visionario di Maurizio Nichetti

Related Post