Pascal Bonitzer porta sul grande schermo il celebre commissario affidando il ruolo a Denis Podalydès, in un giallo tratto dal romanzo “Maigret e i vecchi signori” di Georges Simenon, pubblicato nel 1960. Al cinema da domani, 24 settembre.
La pellicola riporta sul grande schermo il famoso commissario francese nato dalla penna di Georges Simenon in una trasposizione assolutamente convincente. Jules Maigret – per la prima volta interpretato da Denis Podalydès – si trova qui alle prese con un’indagine che si sviluppa nel cuore dell’alta società parigina con i suoi segreti e passioni nascoste.
La trama
Nella nuova indagine ambientata nella Parigi dei primi anni Duemila, Maigret viene convocato d’urgenza al Quai d’Orsay, sede del Ministero degli Affari Esteri francese, per fare luce sulla morte dell’ex ambasciatore Monsieur Berthier-Lagès, trafitto da cinque colpi di pistola.
Le prime piste – che escludono un legame del delitto con questioni di Stato – conducono Maigret verso un ambiente aristocratico apparentemente impeccabile, dove dietro il rispetto delle convenzioni si nascondono legami complessi. Scopre così l’esistenza di una corrispondenza epistolare durata cinquant’anni tra la vittima e la principessa de Vuynes (Dominique Reymond), rimasta vedova pochi giorni prima della morte di Berthier-Lagès: un amore ostacolato dalle convenzioni familiari e sociali.

Interrogando le persone vicine all’ex ambasciatore, tra cui l’enigmatica governante Jacotte (Anne Alvaro) e lo scostante Mazeron (Micha Lescot), Maigret cerca di ricostruire gli avvenimenti che hanno preceduto l’omicidio. Ogni testimonianza apre nuovi interrogativi e mette in discussione l’immagine di rispettabilità delle persone coinvolte.
Così, le certezze iniziali si incrinano progressivamente, fino a condurre il commissario verso una verità che non si limita alla ricerca di un colpevole, ma mette in luce le dinamiche relazionali che si intrecciano alla vita della vittima.
Essenziale, rapido, senza fronzoli
La prima cosa che colpisce di Maigret, l’amore e la morte è la sua durata: appena 80 minuti. In un panorama cinematografico nel quale sembra spesso un pregio dilatare le storie, Bonitzer sceglie invece la strada opposta. Non c’è bisogno di pretesti per allungare il racconto: tutto ciò che viene narrato ha una funzione precisa all’interno della trama e questa sintesi – decisamente apprezzabile – dà al film un’impronta stilistica ben definita.
È una scelta che ha conseguenze soprattutto nel ritmo, caratterizzato da dialoghi rapidi, serrate sequenze delle indagini e niente di superfluo. Anche la regia accompagna questa impostazione, con stacchi di camera netti e frequenti che, con una velocità incalzante, passano dal commissario ai suoi interlocutori. Tutto ciò permette al film di mantenere alta l’attenzione dello spettatore fino all’ultimo, senza ricorrere alla spettacolarizzazione.

Bonitzer entra infatti molto presto nel vivo dell’indagine. Già dalle prime sequenze, dopo la chiamata del Ministero e l’arrivo di Maigret sulla scena del delitto, il pubblico viene coinvolto direttamente nella ricerca del colpevole. Un coinvolgimento favorito anche da una macchina da presa che rimane spesso molto vicina al protagonista, così che anche lo spettatore sembra assumere lo stesso punto di osservazione.
Si tratta di un giallo nel quale, quando tutti sembrano dire la verità, ci si focalizza su cosa si nasconda dietro ciò che viene raccontato. È proprio questo ciò che rende interessante una trama che punta sulla forza delle parole, degli sguardi e delle esitazioni piuttosto che che su grandi rivelazioni o colpi di scena.
Un Maigret diverso dai predecessori
Denis Podalydès si trova ad interpretare un personaggio che porta con sé un immaginario cinematografico molto forte. Prima di lui, al commissario creato da Simenon hanno prestato il volto attori come Jean Gabin e Gérard Depardieu, oltre agli interpreti che lo hanno portato sul piccolo schermo.
Il suo Maigret non è una figura possente né particolarmente appariscente: una semplicità che diventa una delle caratteristiche più interessanti della sua interpretazione. Al contrario, è un uomo comune e tranquillo, che passerebbe inosservato se non fosse per i tradizionali elementi del detective: la pipa, il cappotto, il cappello e la passione per la buona cucina. A questa immancabile caratterizzazione si aggiunge e crea un efficace contrasto l’uso del telefono cellulare che rimanda all’ambientazione degli inizi del XXI secolo.

Podalydès costruisce un Maigret estremamente controllato nel tono di voce e nei comportamenti, privo di atteggiamenti teatrali e capace di mantenere la dovuta distanza dai suoi interlocutori. Durante gli interrogatori le sue domande sono dirette, veloci e precise, come se avesse già perfettamente pianificato il percorso da seguire. Il film dà anche spazio ad alcune scene della vita privata che contribuiscono a rendere il personaggio più umano, momenti brevi ma funzionali anche allo sviluppo della trama investigativa che mostrano il commissario al di fuori del ruolo professionale, restituendogli una dimensione quotidiana.
Tra passato e presente
In Maigret, l’amore e la morte il delitto è il punto di partenza, ma non è necessariamente il centro del film. Dietro la ricerca dell’assassino emerge progressivamente un’altra storia: quella di persone che hanno trascorso gran parte della propria vita dentro una rete di silenzi, rinunce e convenzioni, avvolti ora nella solitudine.
La relazione tra Berthier-Lagès e la principessa de Vuynes si inserisce in un ambiente aristocratico ormai fuori dal proprio tempo, ancora legato a gerarchie, tradizioni e codici di comportamento in contrasto con il mondo intorno che cambia.
Si può individuare un parallelismo con Maigret, da una parte legato al cliché del personaggio e dall’altra inserito in una contemporaneità in trasformazione: la scelta – originale e riuscita – di discostarsi dal romanzo di Simenon nella collocazione cronologica all’inizio degli anni Duemila consente al regista di creare un’atmosfera particolare, sospesa tra passato e presente.
Anche la fotografia lavora in questa direzione, con una cura evidente per la raffinatezza degli ambienti e per la resa dell’intensità dei colori e della luce. I pochi scorci delle vie di una Parigi elegante ma triste contribuiscono a costruire un senso di solitudine che accompagna l’intera indagine e ciascuno dei suoi protagonisti.

La forza dei ruoli secondari
Accanto a Podalydès, il film può contare su un cast di particolare bravura nell’interpretare i ruoli secondari, a cui viene dato ampio spazio. Tra questi spicca Anne Alvaro nel ruolo di Jacotte, la governante dell’ex ambasciatore, un personaggio difficile da decifrare, chiuso e misterioso a cui l’attrice riesce a conferire complessità anche solo attraverso i silenzi, le esitazioni e gli sguardi, trasmettendo allo spettatore un senso di inquietudine.
Anche gli altri attori danno spessore ai personaggi che interpretano: l’antiquario Mazeron e l’ex moglie, l’abate Gauge e la principessa Isi de Vuynes con il figlio Philippe e il nipote Julien sono caratterizzati efficacemente e, dato che Bonitzer appare interessato meno all’azione che a ciò che può emergere da una conversazione, valorizzati da un’espressività incisiva.

Un giallo che va dritto al punto
Come accennato, nella pellicola si privilegiano i volti e i dialoghi. Maigret, l’amore e la morte è un film fondamentalmente statico in cui dominano gli interni, con ambienti curati e scene costruite con una tale attenzione da non far pesare la mancanza di movimento.
A dare qualità al racconto sono soprattutto la scrittura, la recitazione e il ritmo sostenuto, grazie alla rapidità dei dialoghi, mentre la componente visiva contribuisce a creare quell’atmosfera grigia e decadente che accompagna Maigret durante l’indagine.
Gli ottanta minuti della pellicola da un lato sono un piacere per lo spettatore perché non si dilunga oltre il necessario, e dall’altro diventano parte integrante – e convincente – del suo stile, che la distingue dalle altre dello stesso genere. Il film arriva rapidamente al cuore della storia e la sviluppa senza deviazioni. E proprio quando sembra che l’indagine abbia trovato la soluzione definitiva, Bonitzer mantiene ancora qualcosa in sospeso, lasciando il pubblico con l’amaro in bocca.
Una trasposizione più che riuscita del romanzo di Simenon (con qualche libertà), che cattura lo spettatore dall’inizio alla fine e per cui vale proprio la pena andare al cinema.
Prodotto da SBS Productions e Versus Productions, il film arriva nelle sale italiane domani, 24 settembre, distribuito da Lucky Red.
a cura di
Micol Perotti

