I libri possono raccontarci un evento sezionandone i dettagli, o decidere di portarci lungo il percorso che conduce a quell’evento. Arkansas di Chiara Tagliaferri appartiene alla seconda categoria. Più che la cronaca dell’arrivo di una figlia, parla di una trasformazione. C’è una donna che decide di voler diventare madre e deve ridefinire la propria idea di sé, del desiderio, della famiglia e del futuro.
Tagliaferri ricostruisce il cammino che l’ha portata a diventare madre attraverso la gestazione per altri negli Stati Uniti. La GPA è certamente parte integrante della storia, ma il cuore del romanzo è altrove. Nella riflessione sul desiderio, sul rapporto con il proprio corpo, sull’incertezza che accompagna ogni scelta importante e sulla ricerca di una forma possibile di felicità. Ed è una riflessione che avviene nella più totale e spiazzante sincerità.
Uno degli aspetti più riusciti del libro è la distanza da qualsiasi rappresentazione idealizzata della maternità. Non ci sono illuminazioni improvvise o certezze granitiche. Il desiderio emerge lentamente, si trasforma, si intreccia alla paura, al dubbio e alla possibilità del fallimento. Tagliaferri racconta un percorso irregolare, fatto di diagnosi difficili, tentativi che non vanno a buon fine, attese e decisioni che costringono continuamente a rimettersi in discussione. È proprio questa sincerità a rendere il racconto credibile e coinvolgente.
La scrittura procede attraverso episodi, incontri, viaggi, procedure burocratiche e riflessioni personali, mostrando quanto la costruzione di una genitorialità possa essere complessa e imprevedibile. Accanto alla dimensione emotiva emerge quella concreta. Il tempo che passa, i soldi che servono, le regole da seguire, la gestione dell’incertezza. Il libro non nasconde nulla di questo e, proprio per questo, evita il rischio della retorica.
In questi anni ho sentito ripetere infinite volte che “bisogna mettere un limite all’egoismo riproduttivo” e mi è venuto da ridere pensando che per molto tempo mi sono sentita dare dell’egoista perché non volevo figli. Ora lo sono perché l’ho voluto troppo.
I desideri non sono diritti, dicono. Demonizzarli però non è la soluzione.
Sul piano politico, Arkansas interviene in una discussione spesso caratterizzata da posizioni inconciliabili senza assumere i toni del manifesto. Tagliaferri non cerca di convincere il lettore né di semplificare questioni etiche estremamente complesse. Sceglie invece di raccontare una storia. E attraverso quella storia restituisce volto e profondità umana a temi che troppo spesso vengono affrontati in termini astratti. Le norme, le leggi e le ideologie restano sullo sfondo. Tra le pagine abitano le persone, le relazioni e le conseguenze concrete delle scelte.
Dal punto di vista stilistico, Tagliaferri alterna il racconto autobiografico a una dimensione più evocativa e simbolica. Si muove tra realtà e immaginazione, tra il resoconto dei fatti e la necessità di attribuire loro un significato più profondo. Arkansas si colloca così in una zona di confine tra diario e fiaba contemporanea.
Personalmente, è una lettura che mi ha lasciata turbata. Ho chiuso il libro con la sensazione di essere stata costretta a guardare dentro questioni che spesso preferisco lasciare in sottofondo. Non perché la storia raccontata coincida con la mia esperienza, ma perché parla di qualcosa che riguarda tutti. Il desiderio di costruire una vita che assomigli davvero a ciò che siamo, accettando l’incertezza, la vulnerabilità e l’incoerenza che questo comporta. Che poi di incoerenza si può davvero parlare?
Ciò che mi ha colpito maggiormente, però, è la capacità del libro di invitare il lettore a ridefinire i contorni delle cose. Della maternità, della famiglia, delle relazioni e perfino dell’idea stessa di normalità. Tagliaferri ci spinge a domandarci quanto le nostre convinzioni siano davvero frutto di una riflessione personale e quanto, invece, derivino da modelli culturali che abbiamo ereditato e mai messo in discussione.
In questo senso Arkansas è un libro profondamente contemporaneo. Non perché proponga soluzioni o verità assolute, ma perché accetta e documenta la complessità del presente. In un tempo che spesso guarda al cambiamento con sospetto e che tende a rifugiarsi in definizioni rigide, Tagliaferri offre una prospettiva diversa. Quella di chi sceglie di raccontare la propria esperienza nella sua interezza, senza nasconderne le contraddizioni.
Forse è proprio qui che risiede la forza del libro. Nella sua capacità di aprire uno spazio di ascolto e di immaginazione. Di suggerire che il futuro non si costruisce difendendo ostinatamente ciò che abbiamo sempre considerato immutabile, ma accettando che le forme della vita, dell’amore e della famiglia possano cambiare. E che comprenderle richieda prima di tutto curiosità, empatia e disponibilità a guardare il mondo da un punto di vista diverso dal proprio.
a cura di
Andrea Romeo

