Milano Film Fest giorno 2 – alla scoperta dei film in concorso, uno sguardo su “Storia della mia famiglia” e un assaggio della sezione “Scintille”

Il racconto del secondo giorno del Milano Film Festival, caratterizzato da lotte sociali, tentativi di rivoluzione e racconti audaci.

La prima proiezione della giornata si è aperta con Where the wind comes from, un road movie moderno ambientato in Tunisia, paese natale della regista Amel Guellaty. Nell’opera emerge con forza una spiccata sensibilità femminile, tuttavia, per quanto l’urgenza del racconto e le tematiche toccate siano di indubbio interesse, la regia e la messa in scena appaiono a tratti poco credibili, penalizzando l’efficacia complessiva del film. I protagonisti sono due vicini di casa, Alyssa e Mehdi, che decidono di partire per partecipare a un concorso artistico che permetterebbe loro di rifarsi una vita in Germania.

La sceneggiatura appare a tratti banale e per questo il film perde quel guizzo. L’opera ha comunque il pregio di non annoiare, mostrando un accenno di sperimentazione che, in futuro, potrebbe evolversi in una vera e propria cifra stilistica per l’autrice. Nei suoi 105 minuti, la pellicola alterna sapientemente momenti di leggerezza e ironia a sequenze più intime ed emozionanti. Pur offrendo una visione godibile grazie al suo approccio disimpegnato, Where the wind comes from manca però della forza necessaria per approfondire in modo incisivo i temi sociali trattati.

Global Project

Al contrario, la proiezione successiva, Global Project di Ivo M. Ferreira, ci catapulta nel cuore della lotta di classe nel Portogallo di metà anni ’70.

In questo caso la regia si dimostra estremamente elegante e coesa rispetto allo sviluppo del racconto, che vede protagonista Rosa, una donna che decide di unirsi a un gruppo di giovani militanti di un’organizzazione di estrema sinistra. Ferreira gioca abilmente con lo sguardo dello spettatore e con la macchina da presa, sporcando costantemente l’inquadratura. I personaggi sono costantemente seguiti e, a mano a mano, il racconto si fa sempre più crudo, quasi a indicare una direzione finale ben precisa.

Ma l’unica nota parzialmente stonata risiede proprio nel finale, costringendo a una forte sensazione di amarezza. Il regista portoghese firma comunque un’opera audace, capace di trattare una pagina del passato che dialoga apertamente con i giorni nostri, sostenuta da una direzione tecnica rigorosa e di grande impatto visivo.

Keep Quiet

Tra i titoli del concorso ufficiale figura anche Keep Quiet, uno dei due film statunitensi selezionati all’interno del festival. Prima della proiezione è intervenuto ancora una volta Andrea Chimento, che ha raccontato come il progetto sia stato sostenuto da una film commission di nativi, nata dall’urgenza di restituire spazio e voce a queste realtà spesso marginalizzate, un aspetto che assume un peso ancora più significativo nell’America contemporanea segnata dal clima politico e sociale degli ultimi anni.

Diretto da Vincent Grashaw e già presentato al Locarno Film Festival, il film si muove tra thriller poliziesco, neo-western urbano e dramma psicologico, richiamando atmosfere vicine a True Detective e al cinema americano degli anni Settanta. Ambientato all’interno di una riserva indiana, il racconto prende avvio dall’omicidio di un giovane ragazzo, evento che rischia di riaccendere lo scontro tra due gang locali, i Dead End Posse e gli Indian Blood Nation.

Al centro della vicenda troviamo un convincentissimo Teddy Sharp, interpretato da Lou Diamond Phillips, un poliziotto segnato da un misterioso passato doloroso che tenta di mantenere un fragile equilibrio all’interno della comunità, seguendo un proprio codice morale spesso distante dalle procedure ufficiali.

Accanto alla nuova recluta Sandra, sarà costretto a inseguire Richie, giovane fuggitivo deciso a regolare i conti con il passato, mentre la tensione all’interno della riserva cresce progressivamente fino a trasformare la città in una gigantesca polveriera.

Keep Quiet costruisce attraverso l’espediente del poliziesco un ritratto cupissimo di una comunità schiacciata da povertà, violenza e criminalità, dove si alternano momenti di puro genere ad altri fortemente introspettivi.

Orchestra Stonata

Nella sezione Scintille abbiamo visto l’Orchestra Stonata (2024), un film francese delizioso che utilizza la musica come linguaggio universale per raccontare famiglia, lavoro, ossessione artistica e lotta sociale, riuscendo a tenere insieme tutti questi elementi con una dolcezza rara e sorprendentemente omogenea.

Ambientato nella piccola cittadina di Walincourt, appena duemila abitanti, il film mette in scena il rapporto tra due fratelli separati alla nascita: uno dirige una prestigiosa orchestra, l’altro suona nella banda dei minatori del paese. La musica diventa così il ponte che permette ai due di avvicinarsi, ma anche lo strumento attraverso cui entrambi imparano a migliorarsi a vicenda, abbattendo insicurezze e fragilità.

Il film cambia continuamente tono e registro, passando dal dramma familiare al racconto sociale, fino ad assumere i contorni di una vera ode alla musica. L’orchestra stonata sceglie una strada umana, profondamente legata alla provincia e alle difficoltà quotidiane di chi vive di lavoro operaio.

La colonna sonora, quasi interamente diegetica, utilizza brani celebri come elementi narrativi vivi. Tra questi emerge naturalmente il Boléro di Ravel, che nel film assume un significato potentissimo: diventa il simbolo della rivendicazione degli operai contro la chiusura della fabbrica. Una scelta simbolica fortissima, soprattutto considerando che Ravel aveva immaginato il Boléro proprio pensando ai ritmi meccanici di una fabbrica.

Un film che cresce scena dopo scena, fino a esplodere in un climax finale fenomenale e indimenticabile.

“Storia della mia Famiglia”: talk e proiezione in anteprima della nuova stagione

Alle 21.30, presso l’Anteo Palazzo del Cinema, si è tenuto l’incontro “Storia della mia famiglia. Oltre l’assenza, l’evoluzione dei legami e la rinascita”, realizzato in collaborazione con Netflix e moderato da Marina Pierri. A presentare la seconda stagione della serie sono intervenuti gli attori Eduardo Scarpetta e Antonio Gargiulo, insieme al creatore e sceneggiatore Filippo Gravino, alla sceneggiatrice Veronica Chirra e al regista Claudio Cupellini.

Si è parlato delle tematiche centrali affrontate dalla serie, tra cui l’elaborazione del lutto, la capacità di ricostruire la propria vita dopo una perdita, il significato delle promesse e delle responsabilità lasciate in eredità da chi non c’è più: sono emersi la complessità dei legami familiari, l’importanza delle figure femminili nel racconto, ma anche l’impegno nell’affrontare temi così delicati senza cadere nel banale o nello stereotipo né privarsi di uno sguardo più leggero, che dona autenticità e umanità alla storia.

Se gli autori hanno raccontato il lavoro di scrittura e regia volto a restituire personaggi ancora più complessi e tridimensionali rispetto alla prima stagione, gli attori hanno parlato del delicato processo di costruzione dei personaggi influenzato anche dal proprio vissuto. Al termine del talk, arricchito anche dagli interventi del pubblico, è stato proiettato in anteprima assoluta il primo episodio della seconda stagione di Storia della mia Famiglia, disponibile su Netflix a partire dal 10 giugno.

Il primo episodio riparte a un anno dalla morte di Fausto (Eduardo Scarpetta), momento in cui ritroviamo una famiglia che, pur tra difficoltà e fragilità, sta cercando di mantenere le promesse fatte a Fausto e di costruire attorno alla sua assenza un nuovo equilibrio, che viene però improvvisamente sconvolto dall’arrivo di Gaetano, il padre del protagonista, interpretato da Sergio Castellitto.

L’uomo, ignaro della morte del figlio fino a quel momento, irrompe nelle vite dei familiari portando con sé nuove tensioni e domande, riaprendo vecchie ferite: una nuova sfida che metterà alla prova i legami e aprirà un percorso di crescita e trasformazione per tutti i personaggi. È una delicata alternanza di dramma e commedia a caratterizzare ancora questa attesissima stagione.

a cura di
Alfonso La Manna
Simone Torricella
Micol Perotti

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