Half Man: la violenza della mascolinità tra desiderio, paura e autodistruzione

Un’indagine feroce e cruda della mascolinità che rivela luci, ma soprattutto ombre, di uomini insoluti, inetti, incompleti e per questo violenti. Si tratta di Half Man, serie attualmente in streaming su HBO Max, nata da un’idea di Richard Gadd. A un passo dall’ultima puntata di questa serie controversa, ne analizziamo i punti di forza e le debolezze.

Negli ultimi anni il nome di Richard Gadd, drammaturgo, sceneggiatore e attore britannico, si sta facendo prepotentemente strada nel mondo dell’audiovisivo. Dapprima con l’acclamata serie Netflix Baby Reindeer, tratta dalle sue stesse esperienze di vita, e adesso con una nuova miniserie dal titolo Half Man, disponibile in Italia su HBO Max e co-prodotta anche dalla BBC. Si tratta di un prodotto che segue concettualmente un filone già conosciuto, ossia il ripensamento del ruolo maschile nella società, la cosiddetta “crisi del maschio” e la messa in dubbio della sua virilità. Tuttavia, per le modalità di costruzione del racconto e grazie a una regia cupa e disturbante, Half Man si distacca parzialmente dai cliché per riproporre il viaggio di due fratelli acquisiti, in bilico tra amore e odio, attrazione e repulsione.

Half Man racchiude quasi quarant’anni di storia in sei puntate (cinque già disponibili in streaming) il cui fulcro nevralgico è il complicato rapporto tra Niall Kennedy e Ruben Pallister, figli di due donne che iniziano una relazione e decidono di vivere insieme. Niall e Ruben sono così costretti a convivere come fratelli in una Scozia di fine anni Ottanta che demonizza il diverso e il più debole, guardando con sospetto anche alla relazione tra le loro madri.

I due protagonisti, tuttavia, affrontano la frustrazione di questa nuova condizione e del rigido contesto sociale in cui diventano adulti in maniera profondamente diversa.

Niall e Ruben: due poli opposti che si attraggono

Sono loro, Niall e Ruben, interpretati rispettivamente da Jamie Bell e Richard Gadd nella versione adulta, l’assoluto epicentro su cui gira attorno la storia. Il primo, Niall, è un ragazzo gracile, timido, bullizzato a scuola, caratterizzato da un forte desiderio di andare via da Glasgow per ristabilire una sua identità. Ruben, invece, è prepotente, virile, un ragazzo che utilizza la violenza in quanto affermazione dell’Io, come se al di là della sopraffazione costante non esistesse altro. Insomma, parliamo di due personalità agli antipodi che per certi versi collidono e per altri sembrano inevitabilmente attrarsi.

L’analisi della mascolinità per Niall passa attraverso l’incertezza della propria sessualità e l’intenzione di reprimere le proprie pulsioni e l’attrazione verso gli uomini. Ruben, al contrario, viene rappresentato come un uomo fisicamente imponente, muscoloso che all’apparenza rispecchia i canoni dell'”Uomo Forte”, ma che purtroppo risulta intrappolato in schemi figli di una società patriarcale. La violenza, per lui, è uno strumento attraverso cui ottenere ciò che desidera, dichiarando la propria potenza al resto del mondo e soprattutto al suo stesso “fratello”, verso il quale nutre un sentimento ambivalente.

Da un lato, Niall è terrorizzato dalle azioni sconsiderate di Ruben, dall’altro invidia la sua facilità di imporsi nella società, di non lasciarsi schiacciare dagli altri, anche a costo di piegare la vita del prossimo. Le puntate scorrono alternando presente e passato, in una struttura fatta di flashback e flashforward che funziona proprio perché costringe lo spettatore a rimanere incollato allo schermo.

Parola chiave: disturbare

Eppure, la visione della serie firmata da Gadd è tutt’altro che comoda: chi guarda viene attratto e allo stesso tempo respinto dalle immagini. Questo perché vengono confezionate per essere disturbanti, anche grazie a una fotografia cupa che riflette la chiusura della provincia scozzese. Sequenze, quelle di Half Man, che spesso rivelano una violenza selvaggia quasi primordiale e che sembra appartenere alle bestie ma è profondamente umana. Ed è proprio nella fisicità contratta, nella muscolatura tesa di Ruben, che emergono le sue fragilità e il disperato desiderio di essere amato.

Una speranza, quella di vivere l’amore in maniera autentica, che appartiene anche al sempre schivo Niall vittima dei giudizi dei suoi compagni, di sua madre e soprattutto di Ruben. I due fratelli, però, sembrano incapaci di rinunciare l’un all’altro nonostante il dolore che accompagna ogni loro interazione: Half Man mette in scena una relazione di reciproca dipendenza e l’esasperazione di due vite segnate da profondi traumi generazionali.

Nella serie l’autodistruzione e la violenza invadono lo schermo, infastidendo continuamente lo spettatore: impossibile proseguire, difficile interrompere la visione. Una spirale autodistruttiva che avvolge i due protagonisti dalla quale faticosamente si riesce a prendere le distanze. Per certo, è proprio questa ambiguità visiva, narrativa e relazionale a rendere Half Man un prodotto complesso, imperfetto ma assolutamente degno di essere fruito.

Half Man: un’ottima serie tra luci e ombre

A rendere ancora più affascinante Half Man è l’interpretazione ottimale di Jamie Bell e Richard Gadd, così come quella di Stuart Campbell e Mitchell Robertson, ossia gli attori che interpretano Ruben e Niall da adolescenti. Bell rende al massimo la fragilità del suo corpo e della sua anima, risultando spesso impaurito, sconnesso, incapace di trovare un equilibrio nel caos che lo circonda. Allo stesso modo Gadd, nervoso e nevrotico, restituisce perfettamente la volontà di prevaricare del suo personaggio, modulando la voce e i gesti fino a renderlo quasi brutale, una presenza animalesca pronta a esplodere da un momento all’altro. Il finale di Half Man, in arrivo questo venerdì in streaming, lascia aperta una domanda inquietante: cosa produce davvero tutta questa violenza?

La sensazione costante è che nulla possa realmente risolversi, che non esista una vera possibilità di redenzione e che il dolore finisca soltanto per ripetersi, tramandandosi di generazione in generazione come una ferita mai rimarginata. Richard Gadd, insomma, con questo secondo progetto conferma ancora una volta la propria capacità di raccontare le crepe della società e dell’essere umano attraverso opere audiovisive scomode, delicate e profondamente stratificate, capaci di mettere a disagio lo spettatore ma anche di restituire un mondo autentico, complesso e ricco di sfumature.

a cura di
Noemi Didonna

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