Presentato in anteprima all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Un anno di scuola” è distribuito da oggi, 9 aprile, nelle sale italiane da Lucky Red e si propone come racconto di formazione, spostando il fulcro tematico dal desiderio maschile all’autodeterminazione femminile.
Un anno di scuola segna il ritorno di Laura Samani che, dopo il successo internazionale di Piccolo Corpo, non si limita a firmare un puro adattamento dell’opera di Giani Stuparich, ma catapulta lo spettatore nel contesto più moderno del 2007, trasformando un classico della letteratura triestina in una sfida contemporanea.

La trama
La diciassettenne Fredrika (detta Fred) si trasferisce a Trieste, in seguito al trasferimento lavorativo del padre. Si ritrova qui ad affrontare l’ultimo anno di ITIS in una classe di soli maschi, interfacciandosi con un ambiente particolarmente difficile. Farà così la conoscenza di tre ragazzi: Antero, Pasini e Mitis.

Il legame con questi compagni spingerà la ragazza ad affrontare le conseguenze delle proprie scelte e della propria indipendenza.
Lo sguardo femminile
La macchina da presa ci accompagna dentro l’istituto tecnico “Liceo Ginnasio Statale Dante Alighieri” di Trieste attraverso un elegante piano sequenza, tramutando lo spettatore nell’ombra di Fred, che si appresta a varcare lo spazio scenico.
“Come l’inizio di un film porno”. Con questa frase, gelida e disarmante, Fred descrive al padre il suo primo giorno scolastico in Italia. Un momento unico, trasformato in un intenso vortice di comportamenti molesti che culmina nell’episodio dello spogliatoio, dove i compagni le rubano i vestiti mentre è sotto la doccia.
A differenza del libro, dove la ragazza è spesso l’oggetto dello sguardo maschile, Samani compie un ribaltamento radicale, illustrando il racconto mediante gli occhi della protagonista, che non è più l’oggetto osservato, ma il soggetto che agisce e guida la narrazione.
Il motore iniziale del film si traccia con il coraggio di Fred nell’affrontare una sorta di rito di iniziazione, conquistando successivamente la fiducia di Antero, Pasini e Mitis. L’amicizia, però, si scontra inevitabilmente con sentimenti più potenti e dinamiche personali, ma la scelta registica di affrontare le questioni attraverso lo sguardo della protagonista contribuisce a mutare il significato profondo dell’opera.
La ragazza rinuncia a fungere da mero espediente narrativo, rivendicando la propria emancipazione e libertà nell’affrontare le sue esperienze, come quando il padre prova a consolarla paragonandola a una mela che aiuta i kiwi intorno a maturare. Per questo motivo Fred esplode, rifiutando di essere relegata al ruolo prestabilito di “educatrice” di maschi che non sanno comportarsi.
Una nostalgia senza filtri
Coerentemente con lo stile già apprezzato in Piccolo Corpo, Samani insiste sulla dimensione visiva. Sullo sfondo, una Trieste — tra colline e vicoli — immortalati attraverso la spensieratezza adolescenziale che passa per le fumate al parco e per il “Covo”, un vecchio negozio trasformato in rifugio dai ragazzi. È qui che il racconto diventa rappresentazione moderna, mostrandoci le nottate trascorse a fumare, parlare e a crescere insieme.
Le feste a cui partecipano i protagonisti sono filmate audacemente attraverso diversi piani sequenza, supportati da una colonna sonora post-punk e indie rock locale (Tre Allegri Ragazzi Morti, Mellow Mood, The Great Complotto) che restituisce perfettamente l’anima della regione dell’epoca.
In questo quadro si inserisce il lavoro di Loredana Buscem (fedele costume designer di Alice Rohrwacher), che qui aiuta visivamente la caratterizzazione dei personaggi. Gli stili sono differenti e vicini al contemporaneo, dipingendo un’estetica che non si prende troppi rischi formali, ma che risulta estremamente coerente con lo spaccato sociale descritto, dimostrando ancora una volta l’autenticità delle esperienze vissute dai protagonisti.

Una scelta di cast esemplare
La forza suggestiva della pellicola risiede anche nel processo di selezione dei propri interpreti. Nessuno dei quattro protagonisti, infatti, ha precedenti esperienze di recitazione. Giacomo Covi (Antero) — vincitore del premio come miglior attore in Orizzonti a Venezia — è stato scoperto insieme a Pietro Giustolisi (Pasini) in un bar dalla stessa regista, mentre Samuel Volturno (Mitis) è stato notato in ambiente scolastico.
Il personaggio di Stella Wendick è un caso quasi unico, poiché l’attrice svedese al momento dell’ingaggio parlava solo inglese e francese. Lo sforzo reale di Stella nel trovare un baricentro comunicativo ricalca perfettamente l’isolamento e la successiva integrazione del personaggio di Fred, trasformando questa apparente barriera linguistica in una risorsa espressiva preziosa. Il suo straniamento, non essendo solo recitato ma vissuto, conferisce al personaggio una sorta di naturale vulnerabilità.
Laura Samani, autrice in ascesa del cinema italiano
L’impronta autoriale e le capacità registiche della cineasta friulana appaiono evidenti. La costruzione di un bacio tra due personaggi — in una delle scene più affascinanti del racconto — risulta satura di una tenerezza autentica, perlopiù assente nel cinema italiano degli ultimi anni.
Nonostante la cura dell’opera, emerge una critica feroce, seppur nascosta, al sistema scolastico italiano. La scuola appare come un testimone impassibile e incapace di offrire strumenti educativi. Un’istituzione cieca di fronte agli avvenimenti osceni che i ragazzi compiono ai danni della povera Fred.
Sebbene nella seconda metà il racconto sembri imboccare binari più classici di gelosie adolescenziali, contenendo parzialmente la carica sovversiva della regista, il risultato resta comunque impattante.

Conclusione
Un anno di scuola si presenta come il racconto sincero di una generazione abbandonata a sé stessa, non educata all’amore né al conforto emotivo, costretta a superare gli ostacoli della giovinezza nel vuoto lasciato da adulti negligenti.
In definitiva, un importante ritratto contemporaneo, capace di parlare alle ragazze e ai ragazzi di oggi e, allo stesso tempo, di arrivare subito nel cuore dello spettatore, immergendo anche gli adulti tra i momenti fugaci di un’adolescenza ormai perduta.
a cura di
Simone Torricella

