“… che dio perdona a tutti” – la recensione in anteprima del nuovo film di Pif

“… che Dio perdona a tutti”, il nuovo film di Pif, arriva al cinema da oggi, giovedì 2 aprile, tra apparizioni di Papa Francesco e la risposta a un dilemma imprescindibile: si dice “arancino” o “arancina”?

Tutto ha inizio il 5 luglio del 1982.
Italia-Brasile.
Mentre gli azzurri, trascinati da Paolo Rossi, si giocano il destino del Mondiale contro i verdeoro, un bambino si interroga su quanto aver pregato Dio possa aver influito effettivamente sul risultato finale. 

Quel misto di candore infantile e sguardo sulla realtà che lo ha reso un marchio di fabbrica, si traduce in un incipit perfetto per il cinema di Pierfrancesco Diliberto – in arte Pif -, riuscendo ancora una volta a evocare momenti estremamente personali dell’infanzia.

A distanza di quattro anni dal precedente (e poco convincente) E noi come stronzi rimanemmo a guardare, ci si chiede se quel potere della fede di cui Pif discute sia ancora un motore narrativo valido o solo un pretesto per una nuova bizzarra commedia.

Trasponendo il suo best-seller del 2018, Pif ci riporta in una Palermo colorata, lavorando per sottrazione e tentando di scavare nelle pieghe dell’animo umano filtrandole mediante l’ironia, suo carattere distintivo. Se però nella sua opera precedente, una sorta di Her in salsa nostrana con Fabio De Luigi, la satira appariva a tratti banale (e confesso insolente), qui il regista prova ad alzare l’asticella interrogando il pubblico su un tema universale: la fede in Dio.

La trama

Il protagonista è Arturo (interpretato dallo stesso Pif), un agente immobiliare che nel tempo libero coltiva una passione singolare, quella di recensire dolci su Internet. La sua vita scorre tra lavoro e pasticcerie, finché non incontra Flora (Giusy Buscemi), un’aspirante dolciera, credente convinta.

Per conquistarla, Arturo finge di essere credente e il gioco di equivoci che ne deriva lo porta a intraprendere un viaggio di “conversione”, guidato da un mentore singolare.

Il “Metodo Pif”

Dal punto di vista attoriale, Giusy Buscemi si dimostra abile e credibile, donando una certa dose di purezza a un personaggio che rischiava di scivolare nella macchietta.

Al contrario, Pif continua a interpretare “Pif“: lo stesso personaggio stralunato, un po’ ingenuo e un po’ vigliacco che abbiamo imparato a conoscere fin dai tempi del programma tv Le Iene. Se questa scelta garantisce una zona di comfort per il pubblico affezionato, dall’altro limita la potenza del racconto, che finisce per sembrare estremamente personale e che fatica ad acquisire una dimensione più autoriale.

La fotografia di Guido Michelotti, in linea con l’intento dell’opera, risulta azzeccata e quanto mai funzionale, riuscendo a elevare l’immagine del Sud Italia, sottraendola al degrado urbano e, perciò, al realismo più crudo. La sua luce restituisce comunque spessore a un film che visivamente si distacca dalla piattezza di alcune commedie contemporanee.

La satira sociale

Il film colpisce nella volontà di delineare un aspetto sociale radicato in un mondo del lavoro specifico del sistema italiano.

L’agenzia immobiliare e il rito del calcetto diventano specchio di un apparato basato su dinamiche di potere meschine e concetti ampiamente normalizzati. La commedia viene alleggerita spesso dall’uso dell’iperbole, assumendosi così il rischio di risultare forzata e finendo per scivolare sui suoi stessi meccanismi ironici, causandone il distacco dal realismo del racconto. Il lungometraggio, nonostante le due ore di durata, ha comunque il pregio di servirsi di una scrittura incalzante, tratteggiando in modo spassoso gli interventi di tutti i personaggi della storia.

Il contrasto che ne deriva, tra vicende potenzialmente toccanti e situazioni grottesche, impedisce una reale empatia. Certo, si ride, ma non si soffre mai davvero con Arturo. Piuttosto, lo si compatisce per la sua ingenuità. Il risultato che ne deriva è che Pif sembra nascondere l’elemento sociale dietro una comicità palermitana divertente (anche se a tratti stereotipata), provocando un effetto ammorbidente nei confronti dei temi trattati. Appare evidente come, ad oggi, nessuno abbia lo spazio per poter esprimere un messaggio con il dente avvelenato di maestri come Mario Monicelli o Elio Petri.

In definitiva, con quest’opera Pif sembra essersi definitivamente allontanato dalla potenza del cinema di denuncia — l’esordio folgorante La Mafia uccide solo d’estate è solo un lontano ricordo —, probabilmente allo scopo di abbracciare un bacino di pubblico più ampio. Resta comunque un’opera audace che ha il coraggio di interrogare lo spettatore su un argomento storicamente divisivo, la religione. 

Conclusione

Il richiamo iniziale al 1982 di Pif suona a tratti profetico, in un’Italia che in questi giorni si ritrova ancora una volta fuori dai Mondiali per la terza edizione consecutiva.

Forse è davvero il momento di interrogarci non solo sulla nostra fede religiosa, ma anche sulla nostra “fede calcistica” e su come l’intero sistema culturale del Paese vada ristrutturato. Pif prova a darci qualche spunto tra le righe, ma forse stiamo solo cercando di raschiare le briciole di un cinema che un tempo era capace di cambiare la percezione della realtà e che oggi preferisce rassicurare con una risata leggera.

a cura di
Simone Torricella

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