Tra illustrazione e fumetto, Veil mette in scena la nascita di una relazione senza dichiararla, affidandosi alla percezione e al non detto. Ho avuto modo di leggere l’opera grazie alla collaborazione con Zipaki, un piattaforma per acquistare e leggere fumetti e manga

Veil è un manga scritto e illustrato da Kotteri!, pseudonimo dietro cui si cela Ikumi Fukuda, già nota per il suo lavoro su Nanatoshi Monogatari (Cronaca delle sette città) realizzato in collaborazione con Yoshiki Tanaka. Con Veil, l’autrice si muove verso una dimensione più intima e personale, abbandonando strutture narrative più tradizionali per costruire un’opera che si colloca tra illustrazione, fumetto e studio atmosferico del gesto.

Il primo volume, intitolato Body Temperature of Orange, segna l’inizio di una serie tuttora in corso in Giappone, attualmente composta da sei volumi. L’edizione italiana, pubblicata da J-POP, propone un formato grande 15×21 cm, interamente a colori, per un totale di 130 pagine. Una scelta editoriale coerente con la natura stessa dell’opera: più che un semplice manga seriale, Veil è concepito come oggetto visivo, pensato per valorizzare la qualità delle tavole e la delicatezza cromatica.

L’opera si muove tra illustrazione, fumetto e studio visivo del gesto. Le tavole alternano sequenze minimaliste a composizioni estremamente curate, in cui il colore, la luce e la postura dei personaggi diventano strumenti narrativi tanto quanto le parole.

Una trama senza cronologia

Riassumere la trama di Veil in termini tradizionali risulta complesso. La trama ufficiale parla di Aleksander, un poliziotto affascinante, e di Emma, una donna misteriosa, che si incontrano in una città coperta di neve, tra strade acciottolate e atmosfere sospese. Emma è cieca, e questa condizione non viene trattata come elemento drammatico centrale né come ostacolo narrativo. È parte integrante del suo modo di percepire il mondo. La relazione con Aleksander si sviluppa attraverso contatti, pause e gesti minimi, dove il tatto e la presenza sostituiscono lo sguardo come strumenti principali di connessione. Aleksander, più grande di due anni, assume spesso una postura composta e controllata, quasi trattenuta. Emma, al contrario, si muove nello spazio con una sensibilità diversa, esplorativa, fatta di mani che cercano e riconoscono. Questo scarto percettivo crea una tensione delicata, mai esplicitamente dichiarata.

Non esiste una progressione lineare che racconti come Emma e Aleksander si avvicinano fino a diventare una coppia, né una cronologia precisa degli eventi. Il lettore entra nella relazione quando questa è già in parte consolidata, senza spiegazioni preliminari. Le scene si susseguono come frammenti autonomi, piccoli momenti quotidiani che costruiscono lentamente un senso di familiarità. Più che raccontare l’inizio di un amore, Veil ne mostra la consistenza.

La complessa costruzione di Veil

Nel primo volume compaiono brevi monologhi o dialoghi che commentano la scena appena mostrata o anticipano quella successiva. Non si tratta di una voce narrante tradizionale, né dei pensieri espliciti di Emma o Aleksander. A volte queste voci sembrano appartenere agli oggetti presenti nell’ambiente, altre volte assumono la forma di osservazioni indirette, quasi sussurrate. Il loro ruolo non è spiegare né chiarire. Creano distanza. La relazione viene osservata da un’angolazione obliqua, mai completamente frontale, come se l’intimità non potesse essere esposta senza filtro. Questa scelta contribuisce a rafforzare la sensazione di sospensione che attraversa l’intera opera e rende l’esperienza di lettura più simile a una contemplazione che a una narrazione lineare.

A sostenere questa impressione interviene anche la costruzione visiva. L’influenza della moda e del cinema europeo d’epoca è evidente sia nello stile grafico sia nell’impostazione delle scene. Cappotti strutturati, guanti, sigarette e ambienti eleganti compongono un immaginario sofisticato, quasi fuori dal tempo. Ogni tavola sembra studiata come un’inquadratura cinematografica o una fotografia editoriale. Il colore non si limita a riempire lo spazio, ma lo organizza. Le palette limitate e le scelte cromatiche rallentano il ritmo e trasformano la lettura in un gesto misurato.

In questo equilibrio tra voce indiretta e costruzione estetica, Veil non racconta una storia d’amore nel senso convenzionale del termine. La mette in scena attraverso frammenti, pause e gesti trattenuti. Non cerca di spiegare il sentimento, ma di evocarlo. Il lettore non segue una trama da risolvere, ma attraversa una sequenza di momenti che si sedimentano lentamente nella memoria. Più che una narrazione tradizionale, l’opera diventa un’esperienza percettiva, delicata e sospesa, in cui ciò che resta implicito assume più peso di ciò che viene dichiarato.

Un’opera che racchiude il detto “Un gesto vale più di mille parole”

In un panorama narrativo spesso guidato da tappe precise e momenti chiave chiaramente identificabili, Veil sceglie una modalità diversa per raccontare la nascita di una relazione. Il primo volume non costruisce una cronologia esplicita dell’avvicinamento tra Emma e Aleksander, ma mostra una serie di momenti che suggeriscono già una forte sintonia tra i due. Non assistiamo a dichiarazioni decisive o a passaggi narrativi tradizionali, ma a gesti quotidiani che rivelano una confidenza crescente: uscire insieme a bere tè, camminare fianco a fianco mentre Emma si affida al suo braccio, visite spontanee, attenzioni silenziose come aiutarla a scegliere un outfit.

È proprio attraverso queste azioni semplici che il manga racconta l’inizio di una storia d’amore. Non come un evento improvviso, ma come qualcosa che prende forma lentamente nello spazio condiviso. La mancanza di linearità non cancella l’evoluzione del rapporto, ma la rende più sottile, affidata alla percezione del lettore piuttosto che a svolte narrative esplicite.

In questo senso, Veil osserva l’amore mentre nasce senza mai dichiararlo apertamente. La relazione tra Emma e Aleksander si costruisce attraverso presenze ripetute, gesti familiari e un equilibrio delicato tra distanza e vicinanza. Non è una storia che chiede di essere seguita passo dopo passo, ma un’esperienza che invita a riconoscere il sentimento nei dettagli più piccoli. È proprio in questa discrezione che Veil trova il suo equilibrio, lasciando che il sentimento si definisca attraverso la continuità più che attraverso gli eventi.

a cura di
Rachel Anne Rialo

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