“Aurora Popolare” è l’ottavo album in studio dei Ministri, uscito il 19 settembre 2025 per la label Woodworm/Universal Music Italia. Il trio torna così con un rock tagliente che racconta in modo diretto le paure e le disillusioni della vita odierna. Il tutto condito dai testi incisivi che caratterizzano da sempre i Ministri.
Dopo il successo di “Aurora Popolare” e dopo la prima parte del tour che ha calcato i palchi dei palazzetti, la band di Milano torna sulle strade delle provincie italiane con il “Provincia Popolare Tour”, suonando in club storici e palchi di periferia.
Per l’occasione abbiamo parlato con Federico Dragogna, la penna del trio, che ci ha raccontato dell’album, del pubblico e di come i Ministri vivono il palco e il rapporto con il proprio pubblico, che proprio con questo tour hanno voluto far sentire coccolato e “raggiunto” negli spazi anche più periferici d’Italia.
Il vostro modo di stare sul palco è unico, trasmettete l’idea di essere tutti allo stesso livello, ed essere un trio è forse un vantaggio in termini di spazio. Ma questa vostra formazione lineare si allaccia alla tematica del vostro album, facendo sentire il pubblico come abbracciato, “più vicino”. Com’è nata l’idea di occupare in questo modo lo spazio sul palco?
Più di vent’anni fa noi nascevamo come una band dove all’inizio sia io che Divi cantavamo, per questo eravamo quasi due frontman. Poi dato che Divi ha una voce rock, per me tra le migliori d’Italia, mentre io ho la scrittura come punto importante, siamo arrivati ad avere questa armonia che funziona da tanti anni, un po’ anche perché siamo amici da tanto.
Tutto questo ci permette di portare questa linea sul palco, insieme anche a tante altre cose. Per esempio il pubblico. Ormai dopo tanti anni lo spettacolo dei Ministri lo fa un po’ il pubblico, essendo cosi attivo e rispettoso e cantando tantissimo.
Si è creata davanti a noi questa comunità che pian piano ha scelto come stare ai nostri concerti e di conseguenza ci siamo influenzati a vicenda. Nel tour di quest’autunno per esempio, ad un certo punto Divi è sceso tra il pubblico, ha fatto sedere tutti e ha iniziato a suonare un brano acustico, mentre io continuavo a suonare la chitarra sul palco.
Non l’avevamo deciso, non abbiamo deciso niente di niente. E’ successo ed ha funzionato, perché una nostra caratteristica è che non abbiamo mai deciso i movimenti sul palco ma si è sempre sviluppato tutto in maniera organica.
In fatto di rispetto del pubblico, ricordo benissimo un vostro concerto a Rimini in piena estate. Il primo concerto dopo il Covid. A un certo punto Daivi è sceso dal palco e la sicurezza, colta di sorpresa, ha iniziato a correre ovunque: mi hanno preso in pieno. Però il pubblico era tranquillissimo, nessuno stava invadendo il palco.
Si beh, quello poi, era un periodo ancora particolarmente complicato. La gestione degli eventi era spesso problematica e si vedevano situazioni paradossali. Eravamo già nel 2021, non più nel pieno del 2020, eppure capitava di vedere bar all’aperto gremiti, tutti vicini, mentre ai concerti improvvisamente scattavano regole rigidissime.
Sembrava quasi un controsenso. Non voglio rivangare troppo, non è il momento, però mi chiedo se prima o poi la nostra società affronterà davvero il trauma di quegli anni, invece di rimuoverlo come sembra voler fare.
Come vedi la situazione attuale per i musicisti italiani, nel fare musica e nel suonare dal vivo?
La differenza con prima non è sostanziale, anche quando abbiamo cominciato noi era così. La differenza era che c’era una resistenza, una sorta di circuito alternativo che aveva delle sue regole morali. Da dieci anni a questa parte, quando tutte le etichette discografiche anche piccole, sono entrate sotto l’ombra delle major diventandone un po’ dipendenti, tutti stanno cercando di fare la stessa gara. Tutti cercano di riproporre le stesse cose.
Penso ad un ragazzo, per esempio che ha16 anni che vuole iniziare a fare musica oggi. E’ inevitabile che si chieda, ma quindi, qual è la musica? Cosa devo fare? La musica è quella dei talent show oppure è altro? E questo inevitabilmente può generare anche appiattimento.
Vedo tanti ragazzi, io faccio anche il produttore, che cercano di essere ancora più pop di quello che la major richiede. Era diverso anche solo 10 anni fa, l’artista aveva un’idea e la proponeva, magari era disallineata e se era interessante la major cercava di normalizzarla. Adesso invece è proprio dall’artista che arriva normalizzata, appiattita. Non vedo più questa resistenza. E forse torniamo al discorso dei talent.
Il risultato è che tutto questo è complesso non solo per chi fa musica ma anche per chi ne è il fruitore e deve cercare di capirci qualcosa in tutta questa massa di uscite.
Una volta infatti, la quantità di cose che ti venivano proposte era più gestibile. Ora è più difficile star dietro a tutto come lo è alla contemporaneità, come anche i conflitti che ci sono nel mondo, ce ne sono talmente tanti che se devi stare dietro a tutto quello che succede non hai più tampo di vivere.
Se stiamo dietro a tutto, come possiamo costruire la nostra vita, la nostra realtà? Manca il tempo.
Nelle vostre canzoni affrontate sempre i cambiamenti e le problematiche della società senza filtri, in modo molto diretto. È qualcosa che ritroviamo anche in quest’ultimo album. C’è un brano, però, che per me è stato una vera svolta, “Cattivi i Buoni”, l’ultimo nella tracklist. L’ho ascoltato più volte, e mi suscita sempre pensieri diversi, a volte persino contrastanti. Mi chiedo: qual è davvero il messaggio dietro questa canzone? Esiste un significato unico, oppure è pensata proprio per essere interpretata in modi differenti?
Il messaggio della canzone, al di là dei riferimenti più o meno diretti alla realtà, è qualcosa di più ampio, quasi “sovra‑storico”. In sostanza: se pensi di essere dalla parte dei buoni, non smettere mai di esercitare il tuo spirito critico.
Non diventare indulgente verso la tua parte, la tua squadra, solo perché credi di rappresentare il bene. È un messaggio universale, valido in qualsiasi paese e, direi, in qualsiasi contesto. Noi viviamo in una parte di mondo in cui tendiamo a sentirci i “buoni”, ma proprio per questo dovremmo stare ancora più attenti a non perdere lucidità.
Curiosamente questo brano, uscito lo scorso settembre, è arrivato prima che questi ultimi mesi diventassero quasi imbarazzanti per la posizione in cui ci troviamo noi “buoni”, no?
Esatto. Siamo arrivati a situazioni quasi incredibili, come tutto il discorso che si è consumato in questi mesi sull’Islanda dove si toccano livelli quasi grotteschi. Il punto è proprio questo. Io, per carattere e per come scrivo, sono sempre stato un “avvocato del diavolo”, il guastafeste, il rovina‑cene.
È una cosa che mi appartiene da sempre. E questo pezzo si inserisce perfettamente in quella scia. Scherzando, ogni tanto ricordiamo quella frase attribuita a Bob Dylan, secondo cui ogni cantautore, in fondo, scrive sempre tre canzoni, che poi declina in mille modi diversi.
Ecco, una delle mie tre canzoni è sicuramente quella che potremmo definire la canzone “contro il PD”, per capirci, il fuoco amico, il fuoco interno. Invece di prendersela con il “nemico”, e dire quanto siano cattivi, preferisco parlare di quanto possano essere “cattivi i buoni”.
Tra l’altro è un pezzo che ho ascoltato in momenti diversi e ogni volta mi ha suggerito qualcosa di nuovo. La prima volta ho pensato subito all’invasione della Palestina e a tutti quelli che restano a guardare. Poi, riascoltandola, mi sono resa conto che poteva parlare anche di altro. Una canzone che si adatta a facilmente ad ogni situazione che stiamo vivendo. La trovo geniale, ed è quella che mi ha colpito più di tutte.
Ti ringrazio. Guarda, credo che questa canzone si adatti così bene al presente perché viviamo da tempo in una fase di grande “show‑off etico”, chiamiamolo così. Tutti, e soprattutto gli artisti, passano moltissimo tempo a mostrare quanto siano giusti, quanto siano i buoni, quanto i loro pensieri siano quelli corretti.
Io invece, per come sono fatto, tendo sempre a mettere tutto in discussione, compreso ciò che penso io stesso. Probabilmente è anche per questo che il brano è venuto fuori così, è nato quasi da sé, seguendo quella che è un po’ la nostra metodologia artistica fin dall’inizio.
Abbiamo sempre cercato di proporre pezzi che avessero un senso, uno spessore e che fossero in qualche modo una risposta, o una contrapposizione, all’idea, ormai data per scontata che la musica sia solo un veicolo leggero, qualcosa da consumare in modo superficiale.
Noi, invece, abbiamo sempre provato a fare il contrario.
Tornando all’album, “Piangere al lavoro” mi ha ricordato “Numeri”, data la tematica. Ma “Numeri” sembra mostrare più speranza verso il futuro, quasi un finale aperto. E’ corretto dire che in “Piangere al lavoro” c’è più disillusione?
Piangere al lavoro è una canzone dove convivono due discorsi. Nel ritornello che è buio e che è abbastanza senza speranza, non sono io che parlo, ma sto dando voce alle persone attorno a me che vedo piangere al lavoro, che passano buona parte delle loro giornate senza diritti e senza tutela.
Parliamo anche di amici che lavorano per multinazionali, non amici sottopagati. La soluzione sembra essere, “o faccio causa alla multinazionale o sto zitto e tiro avanti”.
Viceversa le strofe sono il mio stupore invece nel vedere che il mondo e tutte queste persone che, anche se vivono così le loro giornate, riescono comunque a fare delle cose che diamo per scontate e che invece a me sembrano miracolose, come comprare casa, fare figli, costruire una famiglia.
E’ miracoloso che là fuori la gente non stia facendo esplodere macchine e continui a vivere tranquillamente.
Tra l’altro c’è un film che ti consiglio, se non l’hai visto, è una commedia molto amara, di Joe Dante del 1997 che si chiama “La seconda guerra civile americana”. Al tempo probabilmente a noi sembrava una commedia molto surreale e invece era già l’America, quella che vediamo oggi. Lo trovo un film molto istruttivo.
Come è cambiato il vostro pubblico negli anni?
All’inizio c’è più un pubblico che parte dal tuo hummus, un pubblico di un passaparola, anche del periodo universitario e questo è normale. Quelli sono un po’ lo zoccolo duro. E infatti anche ora continua ad esserci una frangia di affezionati incredibili che sono fondamentali, persone a cui dobbiamo tutto, che continuano a starci dietro con attenzione e rispetto.
Alcuni poi fanno figli che portano ai nostri concerti. Un pubblico molto trasversale che va dai 18 anni ai 60 senza nessun problema ed è una cosa che amo. Vedere le generazioni riunite è una cosa di grande importanza che si vede raramente in Italia.
Poi c’è un’altra cosa che mi piace molto, è che si è sviluppata negli ultimi anni. C’è sempre stato un grande pubblico che vuole anche sfogarsi ai concerti, vuole energia, pogare, cantare. E forse questa parte di ricerca di energia e sfogo ogni tanto si mangiava un po’ tutto, come se si volesse solo quello. Quando magari c’erano ballate o pezzi con un ritmo più lento allora c’era quasi il sentimento del “si ok ma quando fate la prossima in cui posso fare casino?”
Ora invece c’è un grande equilibrio tra le due parti, possiamo fare un pezzo furioso e subito dopo una ballad senza alcun problema ed entrambe le cose siamo noi e sono pane per il nostro pubblico. E’ una libertà che ci siamo costruiti noi nel tempo.
Le canzoni arrivano al pubblico, è vero, ma non sono fatte per il pubblico: le canzoni sono fatte di quello che l’artista vuole esprimere. E se un tempo non sembrava essere appoggiata ora questa cosa è completamente abbracciata, permettendoci di passare da un registro morbido dal registro più violento.
E il pubblico ora lo apprezza.
a cura di
Sara Alice Ceccarelli

