“Il Maestro”: in conferenza stampa con Andrea Di Stefano e Pierfrancesco Favino su un film sull’istinto e sulla fragilità

Alla conferenza stampa del film “Il Maestro”, il regista Andrea Di Stefano e Pierfrancesco Favino raccontano un progetto nato nel 2006 e riscoperto oggi, tra malinconia, ricerca di libertà e padri imperfetti. La pellicola arriverà al cinema dal 13 novembre

Il Maestro è un film che affonda le radici nel passato e trova oggi la sua forma più matura. Diretto da Andrea Di Stefano e interpretato da Pierfrancesco Favino, nasce infatti da una sceneggiatura del 2006, rimasta a lungo in attesa del momento giusto per essere realizzata.

La conferenza stampa ha svelato il cuore del progetto: una storia di formazione e di fragilità, ambientata nel mondo del tennis, ma soprattutto nella tensione tra controllo e libertà, tra sconfitta e rinascita.

Questo è un progetto nato quasi vent’anni fa. Perché era il momento giusto per realizzarlo?

Andrea Di Stefano: “Era la prima sceneggiatura che avevo scritto, un istinto che allora non si era concretizzato. Durante il viaggio per “L’ultima notte d’amore”, con Pierfrancesco abbiamo sentito il desiderio di metterci in difficoltà, di perderci dentro un ruolo. Entrambi volevamo esplorare le atmosfere malinconiche delle nostre vite. A un certo punto ho colto un suo sguardo e ho pensato: forse Raul Gatti ha trovato casa.”

Pierfrancesco Favino: “Questa è la meraviglia dei registi: colgono gli sguardi. C’era il desiderio di metterci in disequilibrio, di fare il cinema che vorremmo vedere. Non mi sono preparato in modo razionale: volevo libertà creativa, la possibilità di stupirmi. In certi momenti è stato possibile, in altri no, ma quella fragilità era necessaria.”

Si è parlato tanto della fragilità che Favino ha portato sul set: in che modo questo elemento ha influenzato il film?

Andrea Di Stefano: “Ero preoccupato, ma in senso positivo. Pierfrancesco arrivava con un bagaglio di fragilità che viveva davanti alla macchina da presa. Sembrava quasi di guardare dentro un buco della serratura cercando di non disturbare la magia che si andava creando.

Io cerco di non girare pensando a un risultato: ciò che mi commuove, provo a metterlo in scena. L’emozione arriva quando riconosco lo spessore umano, non quando lo cerco. Le inquadrature le ho sognate, ma poi c’è la magia del set e la comunità di talento che le rende vive.”

Pierfrancesco, il tuo personaggio vive di espedienti e di sconfitte. Ti sei mai sentito uno sconfitto?

Pierfrancesco Favino: “Mi piace che Raul non sia un vincente. È stato bello mostrare altri colori rispetto a quelli che ho interpretato finora. Mi interessa guardare il mio mestiere trovando nuove soluzioni e questo personaggio è simile a tutti noi: imperfetto, fragile, umano.”

Il film racconta un tennis che non esiste più, ma le dinamiche familiari sembrano ancora attuali. Come ti sei rapportato a questo mondo?

Pierfrancesco Favino: “Io ero fermo agli anni Ottanta e raccontare proprio quel tennis mi ha divertito. È uno sport che parla di crescita personale, di capacità di reagire, di dimenticarsi subito dell’errore e rialzarsi. Nel film, il vantaggio è che non devo essere perfetto come padre: sono solo una persona che viaggia con un’altra persona. I due si conoscono, conoscono se stessi e forse si perdonano. È una vittoria che si gioca su un altro campo.”

Andrea, parliamo di istinto e conflitto. Come si intrecciano nel finale del film?

Andrea Di Stefano“Il Maestro” ha una struttura classica, ma l’ultima scena rompe le regole. Felice decide di seguire il proprio istinto mentre recita l’ultima scena, andando contro le regole anche nella vita reale. Quell’occhiolino finale, infatti, non era in sceneggiatura, ma l’abbiamo lasciato ed è diventato la firma di Felice sul film, il segno della sua libertà.”

Conclusione

Con Il Maestro, Andrea Di Stefano e Pierfrancesco Favino costruiscono un racconto intimo e malinconico sul fallimento come possibilità, sull’errore come strada per conoscersi e guardarsi nel profondo: è una storia di determinazione, un film che guarda al passato per parlare di oggi e che trova, nella fragilità, la sua più autentica forza.

a cura di
Michela Besacchi

Articolo scritto con il parziale ausilio di AI

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