Lillo Morreale ci racconta traccia dopo traccia “ALL OF MY LIFE I’VE BEEN DREAMING ABOUT THE SEA”

Ci sono dischi che non nascono per essere semplicemente ascoltati, ma per essere attraversati. Il nuovo lavoro di Lillo Morreale, “All of my life I’ve been dreaming about the sea”, è uno di questi: un viaggio sospeso tra elettronica ambient e memoria ancestrale, dove il suono si fa racconto e il dialetto siciliano diventa materia viva, vibrazione, evocazione.


In questo progetto – intriso di influenze che spaziano da Jóhann Jóhannsson e Sigur Rós fino ad Alfio Antico e al De André di “Creuza de Mä” – Morreale fonde sintetizzatori e strumenti tradizionali come il saz, la baglama e il lotar, costruendo un linguaggio sonoro che abbatte i confini tra Nord e Sud, tra contemporaneo e arcaico.

Le dieci tracce del disco, anticipate dai singoli Ni Persimu” e “Nivuru Munnu”, sono tasselli di un mosaico che unisce elettronica, folk mediterraneo e suggestioni cinematografiche. Non a caso, nelle atmosfere si avvertono echi del cinema di Tarkovskij, di Eggers e dei documentari di Vittorio De Seta, ma anche un respiro letterario che rimanda a Vittorini, Hemingway e Goliarda Sapienza.

Frutto di una gestazione lunga e istintiva, l’album si muove come un sogno lucido tra improvvisazioni, immagini e dialetto. Un lavoro che nasce dal bisogno di riconnettersi con la propria terra e con un’idea di appartenenza che non è mai chiusura, ma continua trasformazione.

Un’opera intima e visiva, che trova nel suo traccia dopo traccia la chiave per comprenderne la profondità.

THERE USED TO BE FIREFLIES WHERE I WAS BORN 

Un brano che funge da introduzione all’album e che accompagna l’ascoltatore in un climax  emotivo fatto di potenti droni di sintetizzatori analogici che proprio sull’apice della  tensione, anziché esplodere come ci si potrebbe aspettare, si liquefano, dissolvendosi in  un �ield recording dell’oceano Atlantico registrato a Maspalomas. 

NIVURU MUNNU  

Sulla seconda traccia dell’album un cupo sottobosco elettronico dominato da  sintetizzatori e drum machine si fonde con le timbriche suggestive della baglama, innesti  di percussioni e riverberi sognanti. Per la prima volta sentiamo la voce che ripete  ostinatamente una criptica frase in dialetto agrigentino.

OCEAN IS MY CHURCH 

Una cavalcata elettro-acustica che riassume al meglio il concetto musicale di elettronica  mediterranea sul quale si fonda l’intero album. Un arpeggio di sintetizzatore al quale si  aggiunge a poco poco un saz (strumento della tradizione popolare turca) conduce  l’ascoltatore in una sperduta isola lontana dove l’unica religione possibile è appunto  l’oceano. 

ZAGARA 

Zagara è il termine con cui si indicano i �iori degli agrumi, viene dal siciliano zàgara che a  sua volta deriva dall’arabo “zahra” (�iore). Un brano che si articola in tre sezioni: un’intro  cupa e onirica che sfocia in una sezione centrale dominata da un caotico assolo di violino  per poi terminare in tripudio di voci campionate, baglama e chitarre acustiche. 

NI PERSIMU 

Una canzone destrutturata dove il suono del sintetizzatore Monopoly è il �ilo conduttore  sul quale si innestano i testi, sempre cantati in dialetto, e dei ghirigori vocali che sembrano  venire da un’epoca lontanissima, quasi primitiva. Nella seconda parte del brano sentiamo  anche un lotar (piccolo liuto nord-africano tipicamente usato dai popoli berberi) 

ALL THE THINGS I’VE NEVER TOLD YOU 

Dei piccoli frammenti di archi e strumenti a corda introducono il brano più breve  dell’album, la cui colonna portante è una progressione di voce iper-processata. Una catarsi  elettronica dove la voce si torce su sé stessa provando a spiegare l’inspiegabile con delle  parole che non esistono: All The Things I’ve Never Told You 

SOME NIGHTS I REMEMBER MY PAST LIVES UNDER THE STARS AS A FERAL ANIMAL

Una lunga suite strumentale fortemente in�luenzata dal lavoro di compositore per il  cinema che svolge l’autore. Un viaggio che parte da una chitarra quasi spagnoleggiante e  che attraversa angelici cori in falsetto, momenti di free jazz impreziositi dalla batteria e  sognanti progressioni di sintetizzatore. 

SCRUSCIU 

Forse il brano che in tutto l’album si avvicina di più alla cosiddetta forma-canzone.  Scrusciu è una dolce ballata per chitarra e voce arricchita da delicate trame elettroniche e 

da un missaggio volutamente lo-�i che la fa sembrare una ninna nanna uscita da una  vecchia radio. 

SATORI 

La traccia che chiude l’album è un lungo viaggio psichedelico di 8 minuti costruito su dei  loop di sintetizzatore. Un brano ipnotico che culmina in un crescendo di risonanze  sovracute e in una batteria che trasporta l’ascoltatore in una dimensione quasi rituale, tribale. Il cerchio si chiude con lo stesso Oceano che abbiamo sentito sul primo brano.

a cura di
Staff

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di Staff

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