Lo sceriffo nella città di frontiera – l’eco del western in Eddington di Ari Aster

Con il suo nuovo film, uscito in Italia lo scorso 17 ottobre, Ari Aster riporta in sala uno dei generi a lui più cari. Attraverso alcune scelte chiave, Eddington rielabora in modo intelligente il profondo legame tra il western e gli Stati Uniti.

‘Il western come genere americano per eccellenza’

Così titolava un libro uscito nel 1953, frutto della collaborazione del critico francese André Bazin, fondatore dei Cahiers du Cinema, con Jean-Luois Rieupeyrout, scrittore ed esperto di storia americana. Nelle pagine dell’opera, Bazin sosteneva come i ricordi della conquista del west, attraverso la leggenda orale e la forma scritta, fossero stati la base di partenza di un folklore tipicamente americano, basato sui miti della frontiera.

I cowboys, le carovane dei coloni, le sparatorie tra sceriffi e fuorilegge, gli indiani razziatori rientravano tutti all’interno di precise codificazioni che sarebbero poi confluite nello spirito della nuova nazione divenendone l’humus mitologico. Da qui, sarebbero poi passate al cinema, influenzandolo fin dalla sua nascita, e trovandovi una definitiva consacrazione. Il western è infatti per definizione “IL genere americano”, collegato ad un luogo ed un tempo ben precisi: la frontiera, estesa dal nord-ovest al sud-ovest, ed i 100 anni che vanno dal 1790 alla prima decade del ‘900. 

Proprio per questo suo valore nazionale, e a partire dal periodo classico del genere negli anni ’40 e ’50 – grazie a maestri come John Ford, Howard Hawks e Anthony Mannil western è divenuto lo specchio cinematografico della società americana: una sorta di cartina al tornasole del sentimento politico nazionale.

Non è un caso quindi se alcuni registi pionieri della New Hollywood negli anni ’60, come Arthur Penn e Sam Peckinpah, hanno utilizzato la codificata impalcatura del western per svelare il volto più distorto degli Stati Uniti, caratterizzato da lotte sociali sempre più violente e dalla guerra in Vietnam. Il western, in quanto indissolubilmente legato all’America, diveniva così il prediletto strumento per criticare le origini violente e razziste della nazione. 

Il nuovo film di Ari Aster

È con questa consapevolezza sulle spalle che Ari Aster si approccia a quello che anche lui, in un’intervista sul Letterboxd Journal, ha definito il national genre americano, in perfetta continuazione con quanto già sostenuto da Bazin 80 anni fa. Gira così Eddington, un neo-western a prima vista grottesco e satirico, se solo la realtà non fosse poi così poco distante da ciò che viene mostrato.

Nella piccola ed omonima cittadina del New Mexico, completamente bloccata per il lockdown da covid, va in scena la lotta elettorale tra il sindaco uscente Ted Garcia (Pedro Pascal), progressista e rigido sostenitore del regolamento pandemico, e lo sceriffo Joe Cross (un grande Joaquin Phoenix), convinto negazionista critico delle mascherine che ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni cittadine.

Mentre sullo sfondo infuriano le schermaglie tra polizia e manifestanti BLM, i candidati si affronteranno in uno scontro senza esclusioni di colpi: paladini e personificazioni dei rispettivi volti di un’America che appare sempre più radicalmente divisa. Eddington è un film caotico e ansiogeno come la nostra realtà, ricco di spunti diversi tra loro, ma indirizzati verso la stessa domanda esistenziale: ‘come siamo arrivati fino a questo punto?’. 

La cittadina come piccolo universo

Per tematiche trattate, che spaziano dal razzismo al complottismo, passando per il ruolo dei social media e i falsi profeti, Eddington si avvicina ai western della New Hollywood, con le loro disincantate letture del sogno americano e le dure critiche rivolte alla società statunitense. Gli echi revisionisti sono evidenti anche nel rovesciamento di alcuni ruoli codificati, come quella dei nativi, che, attraverso la figura dell’agente Butterfly (William Belleau), forse l’unico personaggio positivo del film, vengono rappresentati non più nella stereotipata parte di razziatori selvaggi, ma come poliziotti capaci e onesti (soprattutto se paragonati ai colleghi bianchi). 

È nella forma che il film mostra la sua anima più classicamente western, instaurando un costante dialogo con alcuni imprescindibili modelli del passato, in particolare con i film di John Ford. Una connessione che si ritrova specialmente nel modo in cui Aster decide di trattare le dinamiche interne ad Eddington.

L’inquieta cittadina del New Mexico appare come un piccolo cosmo a sé stante, sperduto nel mezzo di un immenso deserto e solo apparentemente lontano da tutto ciò che accade nel resto dell’America. Si tratta della più classica delle piccole realtà di frontiera, chiusa in se stessa per paura dei pericoli esterni.

A Eddington tutti conoscono tutti, ma a regnare sovrano non è un sentimento collaborativo, bensì il disprezzo, che trova nelle regole del covid la scusa per esplodere. I riferimenti di Aster sono le ghost towns di frontiera come Deadwood o, ancora di più, Tombstone (l’ambientazione di My Darling Clementine, uno dei capolavori di Ford). Nomi di sconosciuti agglomerati urbani passati alla storia grazie a qualche leggendaria sparatoria tra banditi e uomini di legge. 

Lo sceriffo, la legge in un mondo senza legge

Proprio gli sceriffi, incarnazioni umane della legge di frontiera, rappresentano un altro dei legami fordiani presenti nel film di Aster. Il personaggio di Joe Cross appare basato su uno degli sceriffi-simbolo del western, ovvero il Wyatt Earp di My Darling Clementine, interpretato da Henry Fonda. Tutore della legge senza macchia e senza paura, puro come un cavaliere arturiano e abilissimo con la pistola, il Wyatt di Fonda è allo stesso tempo modello di riferimento e perfetta antitesi del maldestro sceriffo negazionista di Eddington.

La scena ambientata al bar, dove Joe cerca di calmare il clochard della città, mette in scena un evidente parallelismo con la prima azione legale di Wyatt, che riesce, da solo, a fermare un indiano ubriaco ed armato di pistola dentro al saloon cittadino. Aster decide di inquadrare Cross come se fosse un vecchio sceriffo del passato: il suo cappello bianco come il latte, apparente simbolo di purezza, la mano perennemente appoggiata alla fondina della pistola per far rispettare l’ordine e l’utilizzo del piano americano quando è in scena, sono tutti abili accorgimenti di regia che servono a questo scopo.

C’è soltanto una cosa che Joe Cross non ha niente da invidiare ai grandi marshall del passato, ovvero l’abilità con le armi da fuoco, imprescindibile qualità di ogni sceriffo che si rispetti. Come esemplificato ne L’uomo che uccise Liberty Valance, altro pietra miliare della filmografia di John Ford (tra l’altro ambientato in una cittadina in piene elezioni), nel west il mantenimento della legge di frontiera non può prescindere dall’uso legale della violenza.

Quando le paure diventeranno realtà e un gruppo di terribili banditi-suprematisti bianchi mascherati da Antifa giungeranno ad Eddington per metterla a ferro e fuoco, toccherà allo sceriffo, rimasto da solo come Gary Cooper in Mezzogiorno di Fuoco, affrontarli in un’incredibile sparatoria dove riecheggiano i miti del vecchio west.

a cura di
Tommaso Rubechini

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