Eddington – la recensione in anteprima del western di Ari Aster

Oggi, venerdì 17 ottobre, uscirà nelle sale italiane Eddington, un western che stravolge gli stilemi classici di genere cercando di puntare il dito su una società americana allo sfascio e con un futuro tutt’altro che idilliaco, sarà sufficiente un cast stellare per sancirne il successo?

Ari Aster è, senza ombra di dubbio, uno dei registi più interessanti nel panorama cinematografico mondiale e uno dei principali esponenti della nuova ondata americana.

I suoi lavori precedenti hanno avuto il pregio di far parlare critica e pubblico, dimostrando come sia possibile stravolgere un genere – l’horror – che vive di stilemi difficilmente modificabili.

Partendo da questa solida base, il regista newyorkese decide di fare un passo avanti, allontanandosi dal suo porto sicuro per portare in scena un’idea che covava da prima dell’uscita del suo primo lungometraggio.

Il risultato è Eddington, un western con una forte critica sociale, aggiornato nel tempo e ambientato nel 2020, il momento forse peggiore per la nostra generazione.

Riguardo la prima visione del trailer, ammetto di essere rimasto spiazzato. Quelle prime immagini mi fecero riflettere su cosa potesse essere la pellicola: uno scroll sui social media tra complottismo e notizie reali.

Cosa stavo vedendo?
Quello fu probabilmente il primo segnale del fatto che la mia curiosità era stata solleticata.

Ma solleticata da cosa? Quando Eddington venne presentato a Cannes, dopo le prime recensioni capii l’origine della mia curiosità: la pellicola non era il classico horror di Aster, ma un western solo di nome che, nei fatti, stravolge il genere.

Il film prende spunto dal 2020, dal Covid, dai no-vax e dal Black Lives Matter. Un’idea sulla carta geniale, ma riuscirà a esserlo anche nei fatti?

Sono sceriffo da sette anni

Siamo nell’America del Covid, dei video complottisti sui social e delle mascherine portate sotto il mento con la scusa che “danno fastidio e non fanno respirare”.

Nel piccolo paesino di Eddington, il sindaco Joe Cross (Joaquin Phoenix) non la indossa e si fa riprendere continuamente dallo sceriffo Ted García (Pedro Pascal), con il quale ha dei conti in sospeso fin troppo personali.

È l’anno della morte di George Floyd e delle manifestazioni del Black Lives Matter, dei tafferugli che hanno messo a ferro e fuoco gli Stati Uniti. Perché mai Eddington dovrebbe salvarsi?

È anche l’anno delle elezioni in quella piccola cittadina e la tensione tra sindaco e sceriffo è tale che quest’ultimo, pur essendo quasi la caricatura di un vero poliziotto, decide di candidarsi per dimostrare che anche un “Maschio Bianco Etero Cis” ha il diritto di comandare in un luogo dove le minoranze la fanno da padrone.

Questa decisione sarà l’inizio della fine per il nostro protagonista. Sua moglie Louise (Emma Stone) si allontanerà, attratta dal complottista Vernon Jefferson Peak (Austin Butler), lasciando però in dote a Joe sua suocera.

Con un quadro così idilliaco, cosa potrà mai andare storto? Lo sceriffo Joe Cross saprà affrontare questa sfida che si è autoimposto senza disintegrarsi completamente?

I telefoni sono delle armi, lo sono nel film e credo che lo siano anche nelle nostre vite. Sono armi usate gli uni contro gli altri e, al tempo stesso, contro noi stessi

Ari Aster
Tutto troppo lungo

Ari Aster decide di mettere finalmente in scena un’idea che coccolava sin dal 2018: un film tanto distante dai suoi precedenti lavori, ma che in alcuni punti vi si avvicina molto.

Porta sullo schermo un momento di questa ultima decade che forse in molti vogliono dimenticare e che alcuni preferiscono far finta non sia mai esistito.

Usare il periodo del Covid come cornice per un western in salsa Coen è stato un azzardo che però ha ripagato lo sforzo. La prima ora e mezza ha un andamento lineare che riesce a indurre l’ansia nello spettatore grazie al solo ricordo di quegli attimi; durante la proiezione, i pensieri scorrono via veloci.

Il vero problema è che da un suo film ci si aspetta un crescendo che, però, stenta ad arrivare e ci si ritrova a controllare l’orologio forse con troppa frequenza.

La seconda parte, invece, dà l’impressione di una di quelle insalate miste con troppi ingredienti che lasciano poca soddisfazione, perché la resa sullo schermo è un mix tra comico e thriller che fa domandare se si stia guardando lo stesso film.

La fotografia (ad opera di Darius Khondji) è una bella copia delle ambientazioni tipiche dei fratelli Coen e, anche se può sembrare una critica, non lo è. Essa, infatti, riesce a inquadrare un tempo fuori dal tempo, dandoci l’impressione di essere nel Far West grazie a una palette di colori adatta allo scopo e a inquadrature che si avvicinano molto ai film con protagonista John Wayne.

La colonna sonora è stata invece affidata a Bobby Krlić, che ha curato le musiche di tutti i film di Aster (a eccezione di Hereditary).

Il suo è un lavoro sublime che ci riporta indietro di cinque anni, facendoci riscoprire quell’ansia che abbiamo vissuto per mesi, seppure con il sorriso sulle labbra.

Una critica alla critica sociale

Uscito dalla sala, ammetto di aver esclamato: “Sono perplesso!”. Forse, in maniera errata, mi ero fatto un’idea diversa del film a causa dei trailer o per la necessità di un crescendo che non è mai arrivato. 

Eddington ha semplicemente un lato A e un lato B, come i migliori dischi, ma forse è stata proprio la sua lunghezza a portarmi a valutarlo negativamente.

Se infatti per la prima ora e mezza ho rivissuto a pieno l’angoscia e l’ansia del 2020 (e avrei tanti ricordi su quel periodo), quando c’è stato il passaggio a qualcosa di diverso non sono riuscito a sentirmi coinvolto, forse per il modo in cui è avvenuto il cambio.

Le due ore e mezza di durata, poi, si rivelano uno scoglio insormontabile per questo film. Mi sono chiesto a più riprese quando sarebbe arrivata la fine, cosa che raramente mi accade, ma in questo caso la sensazione si è amplificata a causa di una sceneggiatura a tratti inconcludente.

Spesso le aspettative non corrispondono alla realtà e questo, per me, è stato uno di quei casi. In sostanza, ci troviamo davanti a un bel film, difficile da digerire, ma che probabilmente sarà dimenticato nel tempo di uno starnuto.

Nemmeno la maestosa recitazione del cast riesce a risollevare il mio giudizio finale. Certo, ci troviamo davanti a una delle migliori interpretazioni di Joaquin Phoenix, ma anche questa passa in secondo piano rispetto alle sensazioni contrastanti che Eddington suscita.

Non siamo più in lockdown, ma siamo ancora intrappolati lì, non lo abbiamo ancora metabolizzato bene: è stato il momento in cui siamo rimasti bloccati nelle nostre realtà. Siamo tutti preoccupati per il mondo, l’individualismo ci fa diffidare del resto del mondo e non ci permette di comunicare tra di noi.

Ari Aster

Non vi resta che andare al cinema per confermare il mio pensiero o, al contrario, innamorarvi di una pellicola che sarà sicuramente una delle più divisive di questo 2025.

Buona Visione!

a cura di
Andrea Munaretto

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE: “La donna nella cabina numero 10” dal libro al film
LEGGI ANCHE: Black Phone 2 – la recensione in anteprima

di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

Related Post