A distanza di tre anni dall’uscita di Black Phone, torna nelle sale il Rapace, che, nonostante il finale del primo capitolo, è pronto a tormentare Finn e sua sorella cercando di distruggerli nel più profondo della loro psiche. Questo Black Phone 2 riuscirà a essere all’altezza del primo film, che tanto ha fatto parlare di sé?

A partire da oggi, giovedì 16 ottobre, uscirà nelle sale Black Phone 2, secondo capitolo dedicato al Rapace, killer di bambini a sangue freddo, tratto dal racconto omonimo di Joe Hill (figlio dell’immenso Stephen King), ormai noto ai più grazie ai tanti film tratti dai suoi racconti di paura.

Ammetto che, quando tre anni fa uscì Black Phone, ebbi parecchia paura. Ci trovavamo davanti a un’idea stupenda (consiglio a tutti di leggere il racconto da cui è tratto), con il dubbio, come tante volte, che quell’idea diventasse un classico della non applicazione.

Venne alla luce, invece, uno degli horror del 2022: Ethan Hawke rese talmente bene il personaggio del Rapace da portare turbamento e ansia ad una certa fetta di spettatori, che credette di trovarsi davanti all’opera di genere del secolo.

Era, però, semplicemente un film ben realizzato dal regista Scott Derrickson, che dopo la parentesi fantastica nell’MCU capì che il suo genere non poteva che essere quello dell’orrore.

Sembrava non potesse esserci un sequel, visto il finale conclusivo del primo film, ma regista ha invece deciso di stupirci, portando in scena un secondo atto che stravolge l’archetipo del primo Black Phone: un sequel che sa di prequel e che, al tempo stesso, potrebbe essere uno dei più grandi omaggi a uno degli horror che ha segnato la storia del genere, Nightmare.

Ma andiamo con ordine e non mettiamo troppa carne al fuoco.

Quando quattro mesi fa vidi per la prima volta il trailer, rimasi decisamente incuriosito: le scene che si susseguivano avevano il gusto di un horror d’altri tempi, dove la paura non era un jump scare, ma era suscitata dalle immagini e dall’ansia che queste provocavano.

Sarà, quindi, uno degli horror dell’anno? Scopriamolo assieme.

L’Inferno è fatto di ghiaccio, non di fuoco

(Questa recensione contiene spoiler riferiti al primo capitolo, si sconsiglia la lettura a chi non ha mai visto “Black Phone”.)

È il 1982. Sono passati quattro anni dalla fine del primo film e dalla morte del Rapace per mano di Finn (Mason Thames). Il ragazzo è ormai un adolescente, ma quegli avvenimenti lo hanno cambiato per sempre: dentro di lui sono rimaste la rabbia e la paura nei confronti di qualcuno che non c’è più.

Questa esperienza gli ha lasciato una forma di veggenza che continua a perseguitarlo, con telefoni fuori uso che suonano in cerca del suo aiuto.

Sua sorella Gwen (Madeleine McGraw) cerca di vivere la sua vita normalmente, ma i sogni non la lasciano in pace. Come nel primo film, le notti portano nel suo subconscio immagini sconnesse di terrore e paura.

Il mondo onirico vuole dirle qualcosa, vuole far capire ai ragazzi che il Rapace non se n’è mai andato veramente, ma è ancora lì, pronto a portare a termine il suo compito: distruggere Finn.

Spinta dai suoi sogni e dalla sua convinzione, Gwen parte assieme al fratello e all’amico Ernesto verso il luogo che le sue visioni le hanno indicato: il campo Alpin Lake.

Un campo, questo, dove la loro madre ha fatto da tutrice e dove, nel sogno della ragazza, le due hanno avuto una telefonata che scavalca il tempo e le barriere tra sogno e realtà, portando alla luce un mistero che quel luogo nasconde da ormai troppo tempo.

RIusciranno i ragazzi a sopravvivere ad una lotta tra due mondi dove l’unico modo per salvarsi consiste nell’affrontare i sogni e la realtà al tempo stesso?

Il sottile limite tra perfezione ed esagerazione

Scott Derrickson porta in scena un racconto che va oltre la narrazione stessa, trasformandosi in un’idea onirica che ci riporta indietro nel tempo, a quando Wes Craven portò in scena per la prima volta Nightmare – per la cronaca, si tratta del 1984 (aggiungiamo anche questo nella pletora di capolavori usciti nel mio anno di nascita).

Il rischio che il film oltrepassasse il sottile limite tra la sufficienza e il flop era più che concreto. Il regista riesce invece a portare a casa una pellicola che, nonostante tutti i limiti del caso, fa immergere lo spettatore in un’atmosfera di ansia e paura.

Pur con jump scare super-telefonati, il film riesce a farci sobbalzare dalla sedia, e questo è assolutamente un bene.

La fotografia è, senza ombra di dubbio, la parte più interessante del film. Pär M. Ekberg riesce con un’idea semplice a catturare lo spettatore, suddividendo il mondo umano da quello onirico con una scelta stilistica: mentre il primo è nitido, definito e perfetto, quello dei sogni è girato in Super8, pieno di grana, ovattato e imperfetto.

La colonna sonora ad opera di Mark Korven riesce ad alternare grandi classici della musica (su tutti Another Brick in the Wall, Pt. 1) a sinfonie che da sole alzano la soglia dell’ansia, portandoci a chiedere se effettivamente anche noi siamo parte del sogno che la protagonista sta vivendo.

Ci siamo piaciuti, ma non basta

Black Phone 2 è un film riuscito, piacevole, con momenti di puro horror come non se ne vedevano da molto tempo, ma vive dei suoi limiti e per questo scivola nella monotonia di quegli horror che hanno paura di fare quel passo in più per eccellere.

La necessità di aggiungere una storia d’amore – a mio parere evitabile – e di stravolgere il concept originale, portano questo film a divenire un ibrido che, seppur bello, demolisce quanto di buono era stato fatto tre anni fa, lasciando lo spettatore con il dubbio di essere entrato nella sala sbagliata.

Sia chiaro: a me è piaciuto, tanto da meritarsi una sufficienza più che piena nella mia classifica personale. Mi ha fatto decisamente arrabbiare, però, questa necessità di rifugiarsi nel sogno per giustificare una sceneggiatura che poteva dare molto di più e che invece si accontenta di citare il re degli horror dream movie, e nulla più.

Ethan Hawke riesce a sorreggere da solo il ruolo di un antagonista che, come è successo per Nicolas Cage in Longlegs, risulta essere una presenza asfissiante. Pur rimanendo sempre ai margini e palesandosi col contagocce, infatti, quando è presente anche lo spettatore più integerrimo avrà un sussulto.

Un plauso alla fotografia, che sorregge un costrutto di sceneggiatura che altrimenti crollerebbe come un castello di carte.

Non vi resta che correre al cinema per scoprire cosa leghi veramente Il Rapace a Finn e a sua sorella e per farvi prendere da una sana paura mista ad ansia, sullo sfondo dei laghi ghiacciati di Alpin Lake.

Buona visione!

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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