Tutto quello che resta di te: la recensione in anteprima

La storia di una famiglia, allontanata dalla propria casa. Un racconto intimo, familiare, di come una generazione influenzi l’altra e di come, per comprendere il presente, sia necessario conoscere il passato.

Tutto quello che resta di te uscirà nelle sale oggi, giovedì 18 settembre, distribuito da Officine UBU. Charien Dabis ne firma regia e sceneggiatura, interpretando anche la protagonista femminile: un film, insomma, in cui si immerge completamente.

“Mio padre è un rifugiato palestinese che ha vissuto gran parte della sua vita in esilio. Sono cresciuta ascoltando le sue storie, quelle della mia famiglia e della comunità che ancora vive lì, storie del 1948, del 1967 e delle Intifada. Le loro esperienze mi sono state trasmesse in modo così profondo ed emotivo che a volte sembrano essere parte dei miei ricordi.”

Charien Dabis

La trama

Un ragazzo palestinese si lancia in una protesta. Ma, prima che lo spettatore possa capire cosa stia succedendo, Hanan (Cherien Dabis) si rivolge direttamente a lui con un invito: per capire la storia di suo figlio, dobbiamo prima conoscere quella del nonno. Comincia così un viaggio negli anni e nei luoghi, che ci racconta tre individui -nonno, padre e figlio – e di ciò che è avvenuto in Palestina nello scorso secolo.

La prima storia che seguiamo è quella del nonno, Sharif (Adam Bakri). Nel 1948, vive con la sua famiglia a Jaffa, dove si trova la sua casa e il suo aranceto, a cui è legato profondamente. Con l’avanzare delle forze israeliane, la maggior parte degli abitanti di Jaffa scappa e si rifugia nei campi profughi, o da parenti (come la famiglia di Sharif). Lui decide invece di rimanere nella propria casa per prendersene cura, nella speranza che gli sia lasciata.

Ma così non sarà.

Nel 1978, la famiglia vive in uno dei campi profughi di Nablus, in Cisgiordania. Sharif è ancora perso nel ricordo del passato e della sua casa, mentre il figlio Salim (Saleh Bakri) cerca di adattarsi alle regole del luogo per vivere quanto più in pace possibile. Noor (nipote di Sharif e figlio di Saleh) è un bambino sveglio e vivace, ma un seme di odio e ribellione si insidia dentro di lui quando una pattuglia israeliana ferma lui e il padre, umiliandoli.

E sarà proprio questo seme che lo porterà a partecipare alla protesta (intifada) del 1988, con conseguenze irrimediabili.

Allontanarsi da casa

Tutto quello che resta di te è una saga familiare, in cui assistiamo all’intrecciarsi di tre generazioni con gli avvenimenti socio-politici della Palestina. L’atteggiamento di ognuno dei protagonisti è diverso, legato indissolubilmente a ciò che ognuno di loro ha vissuto e al trauma che si tramandano. Ciò che emerge chiaramente è che la storia di un popolo condiziona la vita di ogni individuo.

Il nonno, Sharif, cerca fino in fondo di rivendicare il diritto di rimanere nella propria casa. E non si tratta solo del luogo materiale, ma della terra che simboleggia e incarna le sue origini, le radici della sua esistenza. La casa gli è stata sottratta in modo improvviso e irreversibile e, anche trent’anni dopo, gli tornerà in sogno costantemente.

Salim (figlio di Sharif e padre di Noor), invece, da bambino si chiede costantemente dove sia il padre, rimasto per l’appunto nella casa. Ne sentirà la mancanza fino al suo ritorno: non sa perché non sia andato con loro, non sa cosa stia facendo né dove sia. Nel 1978, ormai adulto, la sua casa non è più il luogo fisico in cui è nato, ma semplicemente la sua famiglia, che vuole proteggere a tutti i costi. Ha imparato che sopravvivere vuol dire stare alle regole, anche quando queste si contraddicono da sole, come quando in una sola giornata il coprifuoco viene tolto e rimesso.

Proteggere la propria famiglia vuol dire anche umiliarsi di fronte al figlio di una decina d’anni, che non riesce a comprendere che il padre gli ha salvato la vita. Noor, infatti, vede solo la mortificazione a cui Salim si deve sottoporre, ma non capisce che l’uomo lo fa per il suo bene. Per lui il padre diventa un codardo, un traditore.

Noor crescerà nel mito del nonno e di questa casa ormai persa, nel rimpianto di qualcosa che non ha mai davvero avuto: è nato e cresciuto nel campo profughi, con l’esercito israeliano che detta legge e osserva sempre ciò che avviene nel campo.

Tre personaggi, un percorso di progressivo allontanamento – forzato – dalla propria casa.

Allerta spoiler

Dato che si parla dell’ultima parte del film, nel caso voleste vederlo vi consiglio di saltare direttamente al prossimo paragrafo!

Dopo la storia dei tre personaggi, il punto di vista passa alla madre. Con la sua figura viene messo in tavola un tema profondo e delicato: la donazione degli organi di Noor, che a causa di un ritardo burocratico non sopravvive alla pallottola.

La paura dei suoi genitori è una: che gli organi vadano a un israeliano che prima o poi possa uccidere dei palestinesi, finendo così risucchiati in un circolo vizioso di violenza. La donazione deve essere finalizzata al salvataggio di vite, non alla morte di altre.

A prescindere dal fatto che questo tema sia interessante, in questo punto il film si arena un po’. Dopo due ore di racconti, questa nuova svolta – che dovrebbe rappresentarne il finale – inizia a pesare davvero non poco. I temi già trattati finora sono tanti e, forse, non era necessario insistere così tanto anche su questo.

L’importanza della storia

All’inizio del film, Hanan ci dice chiaro e tondo ciò che la pellicola nella sua interezza vuole comunicare. Cioè che per capire ciò che accade bisogna conoscerne la storia.

Ed è vero. Soprattutto oggi, con le notizie del genocidio in corso che annunciano le condizioni sempre peggiori della popolazione palestinese. Ciò che sta succedendo oggi non è iniziato nel 2023, ma ben prima: si tratta di quasi un secolo di vessazioni e di violenza, di persone scacciate dalle proprie case senza poter controbattere.

Tutto quello che resta di te mostra un punto di vista ben preciso: quello di una famiglia originaria di Jaffa che si è dovuta rifugiare in un campo profughi. La sua storia è quella del dolore di un popolo e questo film è pensato ancora di più per chi questo racconto non lo conosce.

Quindi, il mio consiglio è quello di recarvi in sala per andare a vederlo. Anche solo per capire meglio ciò che sta succedendo oggi.

a cura di
Francesca Maffei

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