Honey Don’t! – La recensione in anteprima dell’ultimo film di Ethan Cohen

A distanza di due anni dal controverso Drive-Away Dolls, Ethan Coen e sua moglie Tricia Cooke portano sul grande schermo il secondo capitolo della trilogia queer ideata dalla coppia negli ultimi 20 anni. Saprà superare le diffidenze dei molti che sono rimasti delusi dal primo capitolo o troverà di nuovo difficoltà di comprensione da parte del pubblico?

Quando fu annunciato il primo capitolo della “trilogia lesbica” ideata da Ethan Coen e sua moglie Tricia Cooke, in molti rimasero perplessi: sarebbe riuscito il regista a portare sul grande schermo gli stilemi classici dei capolavori creati con suo fratello? All’uscita di Drive-Away Dolls, in molti storsero il naso per essersi trovati davanti un film con buone aspettative, ma fagocitato dal totale no-sense della sceneggiatura, con una storia che si perdeva su sé stessa e scivolava su un dildo politico.

A una prima analisi il film risultava davvero mal riuscito, ma per i puristi del duo del Minnesota il potenziale era tanto e il personaggio centrale, dato in mano a Margaret Qualley, era la cosa migliore che potesse capitare al regista. Sulla scorta di questo, a inizio 2024, venne annunciato il secondo capitolo della trilogia, con uscita nel 2025 e con protagonista la stessa attrice nativa del Montana.

Il titolo scelto per questa pellicola è Honey Don’t! e sin da subito è stato chiaro che i due film non fossero collegati come personaggi, ma solo come temi trattati. Presentato al Festival di Cannes 2025, è stato accolto con pareri contrastanti: visto come un esperimento interessante ma freddo e incapace di coinvolgere, sebbene comunque migliore rispetto al capitolo precedente.

Con queste premesse, le mie aspettative nei confronti del film erano decisamente contrastanti, ma all’uscita del trailer (nello stesso giorno della presentazione a Cannes) ho visto uno spiraglio di luce e il mio interesse è diventato più alto che mai. Riuscirà Honey Don’t! a non deludere le mie aspettative? Scopriamolo insieme.

I Farisei sono dei maccheroni

Apertura. Ci troviamo sul luogo di un incidente: un’auto è uscita fuori strada e al suo interno c’è un cadavere. A scoprirlo è una ragazza in vespa che, avvicinatasi alla vettura, controlla che il corpo sia effettivamente spirato e ne approfitta per rubare un anello.

Questo anello si rivela appartenere a una chiesa della locale cittadina di Bakersfield, diretta dal reverendo Drew Devlin (Chris Evans). Ma cos’è successo? È stato effettivamente un incidente o un omicidio? Qui entra in gioco la nostra protagonista, Honey O’Donahue (Margaret Qualley), detective privata che si ritrova collegata a ogni morte sospetta che da questo momento coinvolgerà la piccola cittadina.

Ad affiancare la detective ci sarà la poliziotta MG Falcone (Aubrey Plaza) che, ammaliata dal fascino di Honey, ne diventa l’amante e la supporta dall’interno del distretto grazie al detective Marty Metakawich (Charley Day) il quale, nonostante l’orientamento sessuale di Honey, tenta in ogni modo di avere un appuntamento con lei. A questa serie di delitti si interseca la scomparsa di Corinne (Talia Ryder), la nipote di Honey.

Sarà tutta colpa del Reverendo Devlin? Cosa c’entra in tutto questo la misteriosa ragazza in vespa? MG Falcone è davvero chi dice di essere? Non vi resta che scoprirlo.

Un ottovolante di sensazioni

Senza ombra di dubbio, ci troviamo davanti a una regia magnifica. La scelta di mantenere quel mood da B-Movie anni ’70 con fortissime tinte LGBT è un azzardo riuscito in pieno.

Sin dai titoli di testa si nota l’ambientazione tipica dei film anni ’70/’80; nello scorrere delle immagini, dentro di me sono nati ricordi piacevoli delle scene iniziali de I Blues Brothers e non solo.

La fotografia al tempo stesso è magistrale: la scelta di utilizzare diversi stili, mixati sapientemente tra simmetrie perfette e piani sequenza, è condita con una colorazione tipica degli anni sopracitati che dona a Honey Don’t! una suggestiva ambientazione, sebbene la storia si sviluppi nei giorni nostri.

Non è tutto oro quello che luccica, però. La sceneggiatura risulta un po’ debole e a volte ondivaga. Spesso si perde il punto focale della storia, tanto che sembrano esserci due trame diverse nel film, che lo porta quasi a essere due pellicole in una.

La colonna sonora mantiene il tipico stile dei B-movie di 40 anni fa e ritma alla perfezione il film, dando la sensazione che vada più veloce di quanto effettivamente scorra il tempo sui nostri orologi, tanto da trasmettere anche una certa leggerezza nel pubblico.

Menzione speciale per il cast: superlativa Margaret Qualley, che dimostra ancora di più di non essere solo una stella nascente, ma una solida realtà di Hollywood.

Aubrey Plaza si immedesima alla perfezione nel ruolo della poliziotta LGBT, dimostrando al pubblico di essere ormai un’attrice matura.

Il vero game changer è Chris Evans, che finalmente si scrolla di dosso i panni del supereroe e del bello da film d’amore con un ruolo difficile e tanto lontano dalla sua comfort zone, offrendo una prova recitativa solida e decisamente interessante.

Non per tutti, ma comunque difficile da digerire

Per quanto a me Honey Don’t! sia piaciuto, capisco quanto la pellicola sia difficile e divisiva. Ci troviamo davanti a un film che polarizzerà tanto la critica quanto il pubblico: da una parte vediamo una qualità visiva eccellente, con una fotografia di prim’ordine e una regia di qualità superiore.

Dall’altra, ci troviamo davanti a una sceneggiatura di difficile lettura, spezzata in due come se Coen e sua moglie non avessero scritto assieme, ma ognuno per conto proprio, cosa che porta lo spettatore a un senso di spaesamento e alla tipica domanda: “Perché hanno messo quelle cose se non servono?”.

Forse i 90 minuti di durata del film sono troppo pochi per lo sviluppo di una storia che aveva la necessità di dire molto più di quanto è stato fatto, e questo porta quasi a un senso di incompiutezza, lasciando l’amaro in bocca a molti spettatori.

Ed è proprio questo dubbio che mi ha attanagliato da quando sono uscito dal cinema fino al momento in cui sto scrivendo queste parole: per quanto sia uscito soddisfatto, dentro di me rimane il fastidio per una storia che risulta monca di una spiegazione.

Lo consiglierò ai miei compari di cinema? Senza ombra di dubbio. A livello tecnico è splendido e vicino alla mia idea di estetica del film, ma a livello di storia so già che in molti mi odieranno, proprio perché manca una linearità di discorso che nei film dei Coen c’è sempre stata, nonostante il no-sense sempre presente.

Honey Don’t! può essere inserito in un mix di generi, definendo la pellicola come una commedia poliziesca no-sense con tanto humor, dove la sessualità dei personaggi è solo un corollario, a volte necessario, che amerete o odierete. Ma non riuscirete a rimanere nel mezzo.

Buona Visione!

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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