Elisa: la recensione in anteprima del nuovo film di Leonardo Di Costanzo

Esce oggi nelle sale italiane Elisa, il nuovo film di Leonardo Di Costanzo selezionato in concorso all’82 Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola ci propone una glaciale Barbara Ronchi intenta a scontare una pena di vent’anni per aver ucciso la sorella e per il tentato omicidio della madre. L’incontro con il criminologo Alaoui la costringerà a ripercorrere il viale dei ricordi, alla ricerca di risposte e moventi alle atrocità da lei compiute.

Nel cinema, così come nella vita, parlare di detenuti che stanno scontando pene per crimini che hanno commesso (dando per assodata la veridicità della colpa) è sempre molto complesso. Focalizzarsi troppo sul contesto di crescita del colpevole, sulle sue motivazioni e sue emozioni, infatti, rischia di annebbiare la razionalità a favore di un giudizio troppo indulgente.

Al contrario, dire che l’assassino di turno è un mostro – come accade molto spesso – ci rende il giudizio semplice e approssimativo: ai nostri occhi questi criminali vengono demonizzati, senza se e senza ma. Purtroppo, anche coloro che si macchiano delle efferatezze più atroci sono esseri umani ed è troppo comodo catalogare queste persone come difettose, perché questo ci permette di escludere che chiunque – da un nostro amico, a un collega stimato – sarebbe capace di replicare le stesse gesta.

“Elisa”

Ed è proprio all’interno di questo dibattito che si inserisce il film di Leonardo Di Costanzo, spinto la volontà di portare in scena il ritratto di Elisa (una glaciale Barbara Ronchi), una donna di 35 anni condannata a 20 anni di detenzione per aver ucciso la sorella e tentato di uccidere la madre. La sua figura viene raccontata attraverso flashback che si alternano con i suoi incontri con il criminologo Alaoui (Roschdy Zem), che porteranno Elisa a compiere un lungo viaggio introspettivo.

Nel corso della pellicola, la sua figura viene analizzata in modo onesto, senza prese di posizioni, nelle sue continue contraddizioni. Le sue sedute con Alaoui non mostrano una donna priva di emozioni ed empatia, ma psicologicamente frammentata e in costante autoanalisi. Ne esce fuori un essere umano, grigio – come noi tutti – ed è proprio questo a rendere il racconto agghiacciante. Perché sembra incredibile sia stata capace di fare ciò di cui si è resa colpevole.

Storie di detenzione

Non è la prima volta che Di Costanzo racconta storie di detenzione senza giudizi sommari: nel 2021 il suo Ariaferma aveva già colpito i selezionatori di Venezia, che nella 78esima edizione l’avevano inserito Fuori Concorso. Il film con Toni Servillo e Silvio Orlando dimostrava già tutta la volontà del regista di voler dialogare con lo spettatore sulla vita carceraria e sulle anime che albergavano nei detenuti. Non a caso la scelta di veri ex detenuti, che rendeva questo messaggio ancora più efficace.

In Ariaferma queste persone venivano mostrate più umane che mai e, sotto questa lente, Elisa continua a portare avanti questo discorso tanto caro al regista.

“L’idea del film è nata durante la scrittura e la realizzazione di “Ariaferma”, il mio film precedente, e, in un certo senso, ne rappresenta una continuità. Se “Ariaferma” era un film sulle relazioni in carcere, lasciando fuori campo i crimini commessi dai detenuti, “Elisa” è invece la storia di un percorso interiore, quello di una donna che ha compiuto un atto di estrema violenza.”

Leonardo Di Costanzo, regista del film

Nella sua volontà di continuare a indagare la realtà detentiva, questa volta il regista trae ispirazioni dal saggio Io Volevo ucciderla dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali. I due sono interessati da anni a condurre studi sui crimini violenti che vengono commessi da persone insospettabili, non provenienti da contesti di forti marginalità sociali o da vittime di gravi patologie. Ciò che rende peculiari queste atrocità è che, agli occhi dell’opinione pubblica, gli autori di questi ultimi mai sarebbero stati capaci di compiere tali gesti.

“Elisa è un personaggio di cui percepiamo la sofferenza, ma anche la freddezza e la capacità avuta nel manipolare le persone a lei vicine. Seguendo la sua vicenda, oscilliamo tra la comprensione del
suo percorso interiore e il rifiuto profondo verso chi è stato capace di compiere un atto tanto estremo.”

Leonardo Di Costanzo
Il peso dei propri fallimenti

Elisa proviene da un contesto familiare relativamente normale. Certo, non privo di conflittualità tra i vari membri, ma nulla di troppo insolito paragonato a tanti altri.
Una famiglia relativamente normale che non l’aveva mai maltrattata, ma, anzi, che le aveva assegnato la responsabilità di condurre la segheria di famiglia.

Compito che, però, la donna non è riuscita a portare a termine e che ha comportato la chiusura dell’attività di famiglia. Un fallimento, un’etichetta che le si attaccherà addosso e che le peserà come un macigno per tutta la vita.

Sentirsi responsabile della rovina dell’attività l’ha, infatti, fatta sentire giudicata: una fallita. La sorella Katia (Roberta Da Soller) invece, era riuscita realizzarsi nella vita, fuori dal nucleo familiare e l’invidia derivata, unita alla paura di essere giudicata da lei per il suo fallimento, bastano ad Elena per ucciderla e dar fuoco al suo cadavere.

Insomma, non la più normale delle reazioni, ma ci accorgiamo del totale senso di alienazione della protagonista in più riprese. Nel corso della pellicola, infatti, più volte il padre (Diego Ribon) le si reca in visita nella struttura di detenzione e… i due non sembrano essere proprio gran chiacchieroni! Ma sarà la stessa Elisa, nei primi colloqui col Alaoui, a rivelare come il suo rapporto con il padre sia realmente cominciato solo dopo il terribile crimine compiuto.

Una protagonista gelida, che non riesce (?) a ricordare

La pellicola può convincere o meno, ma sulla performance di Barbara Ronchi c’è poco da discutere. Per tutta la durata del film, l’attrice è sempre totalmente calata in questo ruolo glaciale, triste e, allo stesso tempo, imperscrutabile. A più riprese lo spettatore ha difficoltà a inquadrare questa donna enigmatica, a capire quanto sia reale la malvagità dentro di lei e quanto la parte sincera e pentita. Mettere a fuoco quale sia la sua vera natura risulta difficile, consapevoli di trovarsi di fronte ad una persona dai gesti tanto brutali e calcolati, celati dietro atteggiamenti estremamente umani.

Questi atti violenti – come da lei affermato – vengono da Elisa dimenticati perché delle amnesie glielo impediscono. Queste non le permettono di essere lucida e sono il motivo per cui è stata ritenuta incapace di intendere e di volere durante il processo. I suoi incontri con Alauoi, volti a ripercorrere questi ricordi nebulosi, la costringono a una continua autonalisi, a rimuginare quei momenti più e più volte sotto chiavi interpretative diverse.

L’amnesia della protagonista è dunque un tentativo del suo cervello di tutelarla da ricordi tanto nocivi o una parte che continua a portare avanti per essere ritenuta incapace di intendere e di volere?

La vera cella è nella nostra testa

La regia non regala mai sequenze mozzafiato, ma riprende sempre il tutto con una staticità probabilmente ricercata. Eppure, in più momenti il film insiste con dei suggestivi campi larghi che inquadrano il luogo di detenzione di Elisa. Questi ci mostrano in realtà un ambiente alpino ampissimo e aperto che, seppur circondato dalla neve – che rende il tutto ancor più glaciale -, è lontano dalla solita immagine claustrofobica tipica delle carceri.

La vera gabbia di Elisa è rappresentata da sé stessa, perché la detenzione è ormai parte di una routine consolidata. Ma è il suo sguardo a essere visibilmente spento, morto, ormai prigioniero di una mente totalmente rassegnata e vittima di continua autocommiserazione.

Elisa ha scontato solo metà della sua pena, ma il personale stesso fatica a credere che una persona così mite sia stata capace di quei crimini.

Il ruolo del criminologo

La protagonista appare apatica e distante dagli atti violenti che ha compiuto in passato, ma le sedute con Alaoui la costringono a ripercorrere i ricordi e le conseguenti emozioni provate durante i delitti. Gli incontri tra i due diventano momenti per far riemergere quella rabbia che l’aveva spinta a compiere tali gesti.

La causa che motiva il criminologo è limpida e nobile: non vuole che chi ha commesso un crimine resti per sempre prigioniero del proprio atto. Crede, invece, che tutti abbiano la possibilità di elaborare i propri errori e poter andare avanti.

Alaoui è un personaggio estremamente credibile: incarna l’immagine di un criminologo molto razionale, ma, allo stesso stempo, empatico e intuitivo, capace di coniugare professionalità e sensibilità.

Il suo personaggio fa sicuramente da portavoce al regista, colui che è realmente interessato a voler indagare questi temi. Fino a che punto la nostra razionalità può accettare il cambiamento di chi ha già pagato per le proprie colpe e compreso le proprie azioni? Queste persone dovranno pagare e sentirsi colpevoli per tutta la vita?

La nostra emotività e desiderio di giustizia dovrebbe spingerci a desiderare una condanna eterna per queste persone irremovibili?

Dialogo e conflitto interiore emergenti dal confronto che il criminologo ha anche con un altro personaggio, in una scena chiave della pellicola. Ma che, di fatto, non porterà a nessuna risposta assoluta.

a cura di
Alfonso La Manna

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