Un racconto quieto e intimo che vede protagonista Alois Koch, in arte Al Cook, musicista autodidatta profondamente legato al blues.
Tizza Covi e Rainer Frimmel tornano a raccontare l’emarginazione e la solitudine, evolvendo il loro linguaggio più documentaristico rispetto ai precedenti lavori per concentrarsi sulla realizzazione di un’opera maggiormente meticolosa. A distanza di quattro anni da Vera, un ritratto sorprendente della figlia d’arte Vera Gemma alla ricerca del suo posto nel mondo, la coppia di registi italo-austriaci ci proietta nella vita di un musicista blues che ha rinunciato a concedersi al mostro dell’industria musicale.
Presentato alla Berlinale e distribuito prossimamente da Wanted Cinema, oltre ad essere il titolo del film, The Loneliest Man in Town è stato il più grande successo musicale del protagonista. La pellicola non si limita a un racconto incentrato sulla storia dell’artista, ma ne sottolinea la solitudine.
Si può quindi definire una riflessione sull’accettazione e sulla perdita, e anche per questo motivo il film contiene pochi dialoghi, lasciando spazio alla casa-rifugio del protagonista e ai suoi oggetti e riuscendo così a immergere lo spettatore dentro la storia presente, passata e – forse – futura di Alois.
La trama
Al Cook è un musicista blues che vive circondato dai ricordi nel suo appartamento a Vienna. I libri, le videocassette e i dischi in vinile sono tutto ciò che resta di una vita densa di esperienze. Mentre fuori dalle mura il mondo va avanti, una società immobiliare prende di mira la struttura in cui vive per demolirla.
Da qui il suo mondo crolla.
Trovandosi costretto a disfarsi dei tesori della sua vita uno dopo l’altro, Al Cook si trova di fronte a una domanda dolorosa: come si fa ad andare avanti quando i ricordi sono tutto ciò che resta?

Al Cook
La storia che hanno voluto raccontare attraverso le immagini la coppia Covi-Frimmel è unica soprattutto perché è una storia di finzione. O meglio, Al Cook è reale, così come lo sono anche i suoi dischi e la sua casa. Ma non esiste nessuna ditta insistente che la vuole demolire. A Vienna, però, vi è un escalation di situazioni simili, che aumentano il realismo della vicenda.
Alois Koch ha iniziato a fare musica quando aveva circa quattordici anni. L’esperienza chiave per lui fu andare al cinema e vedere Elvis Presley per la prima volta. Da qui da autodidatta ha imparato come suonare gli strumenti, come cantare in inglese con l’accento del Sud, nonostante non sia mai stato negli USA in vita sua. Sua moglie Brigitte lo definisce per questo motivo il “Karl May della musica”.
Il suo studio nel seminterrato, dove trascorre molto tempo, è cruciale, in quanto prende la forma di una sorta di tana segreta, consentendo dunque di guardare dentro la sua personalità. E l’appartamento, dove è nato e vive tuttora, parla di un’epoca diversa, ricco di oggetti ormai scomparsi, dal giradischi a un telefono Nokia coi tasti che non riesce nemmeno a utilizzare.
Questi due spazi si trasformano in personaggi silenziosi, rivelando la personalità dell’uomo e il suo passato di musicista.
Era importante concentrare la narrazione sulle immagini e, proprio per questo, la scelta di Al Cook si sposa perfettamente con il progetto. Il suo aspetto gioca un ruolo fondamentale: per lui i capelli devono essere acconciati correttamente e gli abiti che indossa riflettono perfettamente lo stile di fine anni Cinquanta, il momento in cui il suo mondo ha smesso di andare avanti.

L’estetica di un tempo sospeso
La cifra stilistica di Covi e Frimmel si conferma essenziale, quasi contemplativa. La scelta di girare (come di consueto) in pellicola Super 16mm non è solo un motivo tecnico, ma una necessità narrativa. In questo modo la grana della pellicola avvolge Alois e i suoi cimeli in una luce calda, rendendo tangibile la polvere dei ricordi. La macchina da presa funge da osservatore, rispettando i silenzi di un uomo che ha scelto di parlare attraverso le corde di una chitarra.
Il film gioca tutto sul contrasto tra interno ed esterno. Se l’appartamento è quasi un tempio dedicato agli anni ’50, fuori c’è una Vienna che demolisce e che ricostruisce. Esattamente come Al Cook, che diventa così l’ultimo baluardo di resistenza culturale.
Non è lui a essere fuori dal tempo, ma è il tempo a essere diventato talmente veloce da non essere più raggiungibile da chi necessita di sentir riecheggiare il suono di un vinile poggiato su un giradischi.

Conclusione
The Loneliest Man in Town è un’opera che richiede pazienza e abbandono. Non cerca il colpo di scena, ma la sua forza è incentrata sulle azioni quotidiane del protagonista e sulla sua forza riflessiva. Tizza Covi e Rainer Frimmel firmano un atto d’amore verso chi ha il coraggio di allontanarsi dall’uniformità del mondo odierno, trasformando la biografia di un musicista di nicchia in un richiamo universale sulla consapevolezza e, al tempo stesso, sulla perdita di identità.
Alla fine della visione, ciò che impressiona sono la personalità e la calma di Alois Koch, un uomo che avrebbe potuto farsi schiacciare dal progresso, ma che ha preferito restare solo con la sua musica. Il suo blues.
Perfettamente pettinato, mentre il mondo intorno cade a pezzi.
The Loneliest Man in Town è una pellicola che non parla di una fine, ma esalta la bellezza dei piccoli gesti, invitandoci a restare fedeli a noi stessi fino all’ultima nota.
a cura di
Simone Torricella

