Intervista a Loris G. Nese, regista di “Una cosa vicina”

Loris G. Nese presenterà il suo primo lungometraggio, Una cosa vicina, alle Giornate degli Autori del Festival del Cinema di Venezia. Una storia personale che ibrida il documentario con le immagini d’archivio e l’animazione. In attesa della première il 29 agosto, noi di The Soundcheck abbiamo avuto l’occasione di intervistare il regista salernitano. 

Loris G. Nese, regista trentatreenne salernitano, presenterà il suo primo lungometraggio Una cosa vicina alle Giornate degli Autori del Festival del Cinema di Venezia. Nese è già noto per i suoi cortometraggi che gli hanno permesso di partecipare a numerosi festival di grande calibro (Sundance, Torino, Locarno e la stessa Venezia). Una cosa vicina, però, oltre ad essere il suo esordio al lungometraggio, è anche il racconto di una storia di famiglia molto personale che ha avuto inizio nell’infanzia del regista con la morte di suo padre.

Il film avrà la sua première venerdì 29 agosto in occasione dell’82° edizione del Festival di Venezia. Sono previsti anche un Q&A con il regista e una replica sabato 30 agosto alle 13.00. In attesa del Festival, però, noi di The Soundcheck abbiamo avuto la possibilità di conversare con Loris G. Nese. Ecco per voi l’intervista!

Parto subito chiedendoti cosa ti abbia spinto a raccontare una storia così personale al tuo esordio al lungometraggio?

Questo è un film che ha avuto un percorso di gestazione molto lungo: le sue prime versioni, poi rielaborate in una forma più strutturata, risalgono ormai a quasi una decina di anni fa. Da un punto di vista produttivo, Una cosa vicina ha infatti previsto tanti incontri fino a culminare nella mia società di produzione, fondata insieme a Chiara Marotta.

Di fatto, la ragione alla base di questo progetto è che mi viene automatico scrivere di ciò che mi riguarda. Probabilmente, in realtà, l’idea di raccontare questa storia è antecedente a quei famosi dieci anni di cui parlavo prima. Infatti, quando alle superiori ho incontrato per la prima volta i gangster movies della nuova Hollywood, mi sono trovato a pensare che, forse, dopotutto, quelle situazioni un po’ le conoscevo. Poi, ovviamente, la realizzazione è stata più complessa, banalmente riuscire a rielaborare il mio vissuto con il giusto linguaggio cinematografico, così da riuscire a parlare a tutti.

Il film evidenzia come una storia cambi se raccontata dalla cronaca o dai ricordi di una famiglia. Hai creato un raccordo tra le due versioni?

Uno dei punti di vista che più mi interessava raccontare era quello di chi resta. Cosa accade alle persone che non hanno tirato i fili della questione, quando un meccanismo familiare si inceppa. Volevo però che il film fosse non ponesse dei confini tra il giusto e lo sbagliato ma che, anzi, li sfumasse. Al contrario della cronaca che, invece, tende a una narrazione unilaterale.

I contesti criminali sono sempre una risposta a qualcosa di molto più ampio e complesso, dunque mi interessava trovare le radici di queste situazioni. Il punto era anche tentare di sviluppare narrazioni alternative a quelle della cronaca e della serialità televisiva che, spesso, segue una direzione quasi shakespeariana, romanticizzando i fatti.

Un altro elemento che fa da parallelo alla storia è la doppia anima di Salerno. Che rapporto hai con la città?

Sicuramente è una città che amo, ma che ha anche i suoi lati negativi. Ciò che mi interessava raccontare era come la città fosse un po’ lo specchio delle dinamiche familiari, o meglio, come le dinamiche familiari riflettessero una struttura che riguardava tutta la città e il territorio. Salerno ha subito grandi trasformazioni dal 1954 ad oggi, in particolare con l’alluvione che ha portato alla formazione di questi complessi di case popolari, tra i quali c’è quello in cui sono nato e cresciuto. Nel mio film ho cercato di mostrare la fascinazione che può esserci, così come i sentimenti contrastanti.

Il film è anche un ibrido di stili differenti. Come hai affrontato il lavoro di intreccio tra riprese documentarie, immagini d’archivio e animazioni?

Ho sempre ricercato la varietà nei miei lavori. Fin dal mio primo cortometraggio del 2018, Quelle brutte cose: un live-action drammatico dove inserivo archivi familiari. Poi ho sperimentato con l’animazione e con la mescolanza tra tecniche. Mi piace pormi dei paletti iniziali che mi portino a sviluppare universi narrativi e immaginari estetici, però amo anche lasciarmi andare per capire dove posso arrivare.

Con questo film all’inizio avevo in mente un documentario tradizionale, poi ho inserito le animazioni, cercando di mantenere sempre una mente aperta. L’immaginario che ne è nato tendeva ad ammiccare  anche al cinema horror degli anni Ottanta e Novanta, con cui sono cresciuto e che pensavo potesse racchiudere al meglio l’idea di inquietudine infantile e preadolescenziale. 

Da veterano dei festival, quanto sei emozionato di presentare il tuo primo lungometraggio proprio a Venezia?

Sono molto contento ed emozionato, perché il mio percorso nel cinema è iniziato proprio a Venezia con il primo cortometraggio. In realtà, frequento Venezia da più di dieci anni e penso di non aver mai perso il mio approccio da spettatore.

Hai riscontrato delle difficoltà nel passaggio dal cortometraggio al lungometraggio?

Diciamo che è una proporzione, quindi tutto il lavoro che si fa su un cortometraggio di un quarto d’ora deve essere moltiplicato fino ad arrivare ad un film di un’ora e mezza. Sicuramente è un lavoro più impegnativo, ma anche più ricco e soddisfacente.

Nonostante i numerosi impegni del momento, hai già qualche progetto futuro di cui ci puoi parlare?

Sì, in realtà ho già scritto la sceneggiatura del mio prossimo film e ne stiamo portando avanti lo sviluppo con Lapazio Film. Tornerò a indagare la periferia salernitana e ad elaborare dinamiche di marginalità sociale, ancora una volta legate all’infanzia.

In chiusura, hai qualche consiglio da dare ai giovani che aspirano ad entrare nel mondo del cinema?

Difficile dare un consiglio: personalmente ho sempre cercato di essere un po’ strafottente. Il cinema è un ambiente estremamente chiuso ed esclusivo nel senso proprio del termine, anche perché la sua accessibilità oggi è un grosso problema. Riuscire ad entrare in una scuola è molto difficile, così come potersela permettere e lasciare casa per andare a studiare nelle poche città in cui queste realtà esistono. Quindi, la cosa più sensata per me oggi è provare a mettere insieme le forze di amici e giocarsela sperimentando.

a cura di
Claudia Camarda

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