Intervista con Amina Grenci: dal ruolo di story editor per Indiana Production a quello di sceneggiatrice de “L’amore, in teoria”

Amina Grenci è una giovane sceneggiatrice e story editor che, proprio quest’anno, ha assistito all’uscita del suo primo film, “L’amore, in teoria”, una romantic comedy tutta italiana firmata da Luca Lucini, con protagonista Nicolas Maupas. Durante l’intervista, Amina ci ha raccontato del suo percorso, delle sfide che ha dovuto affrontare e della grande avventura che ha rappresentato questa pellicola. Curiosi di saperne di più? Ve ne parliamo proprio qui, su The Soundcheck! 


Siamo qui con Amina Grenci, sceneggiatrice e story editor per Indiana Production. Innanzitutto grazie per questa intervista e per il tempo che ci stai dedicando. Parto subito col chiederti com’è iniziata la tua avventura nel mondo del cinema. Nutrivi questo sogno già da bambina, o è nato in te successivamente? 

Posso affermare con certezza di non aver mai contemplato la carriera nel mondo del cinema fino agli anni universitari, poiché da bambina il mio interesse era rivolto esclusivamente alla musica, di cui sono sempre stata una grandissima appassionata. Tutti i soldi che avevo li spendevo, infatti, in biglietti per i concerti e, fino all’università, ero intenzionata ad intraprendere quel tipo di percorso, specializzandomi nell’organizzazione e nella produzione di eventi musicali. 

Insomma, il cinema mi appassionava, ma mai avrei pensato di intraprendere una carriera in questo ambito. Tuttavia, durante il mio primo anno di corso in IULM ho iniziato a seguire le lezioni di Storia del cinema italiano tenute dal professor Gianni Canova e proprio lì, davanti ai miei occhi, si è spalancato un mondo! Un intero universo che, onestamente, avevo anche un po’ ignorato. Soprattutto per quanto riguardava il cinema italiano, alla cui visione avevo sempre preferito quello straniero o europeo. 

Mentre la mia passione per la Settima Arte cresceva, rimaneva però il dubbio su quale ruolo avrei potuto rivestire all’interno di questo settore. In questo mi ha aiutato frequentare un corso facoltativo di scrittura creativa tenuto da Antonio Scurati, che mi ha consigliato di iscrivermi al suo master, dove ho potuto mettere alla prova le mie capacità creative e narrative. 

Non solo: essendo attività obbligatoria la partecipazione ad uno stage, la mia scelta è ricaduta su Indiana Production, una realtà ai tempi molto più piccola (si parla infatti di sette anni fa!), ma già in forte crescita. Qui stavano cercando uno stagista che rimanesse poi successivamente come parte attiva del progetto. 

Insomma, un’occasione d’oro, capitata proprio al momento giusto! In Indiana, tuttavia, ho subito espresso il desiderio futuro di cimentarmi nella stesura di una sceneggiatura e devo ammettere che questa mia volontà è stata da loro ascoltata e supportata egregiamente, fino all’assegnazione di un vero e proprio copione di una Serie TV, attualmente ancora in lavorazione. 

Poi è arrivato L’amore, in teoria ed è cambiato tutto: questo è stato il primo vero progetto dove ho partecipato effettivamente in qualità di sceneggiatrice. 

Per Indiana Production tu svolgi anche il ruolo di story editor. Ma di cosa si occupa questa figura e perché è così importante all’interno di una produzione? 

Lo story editor è quella figura che si interfaccia in prima battuta con un autore interessato alla trasposizione di una sua idea in un film o in una Serie TV. Il risultato è una vera e propria chiacchierata dove, inizialmente, vengono chiarite la visione e la storia dell’artista. 

Da lì inizia poi il vero e proprio processo di sviluppo dell’opera, lungo il quale questa figura accompagna l’autore in tutto il percorso: dal concept di base, fino alla scrittura della sceneggiatura vera e propria. 

In che modo lo aiuta? Scrivendo delle vere e proprie note che analizzino il copione, prestando attenzione sia alla coerenza narrativa (fornendo eventuali spunti per lo sviluppo della storia e dei suoi personaggi), sia alla parte produttiva. 
Stiamo parlando, infatti, di un’industria e, soprattutto per quanto riguarda le majors, obiettivo primario rimane quello di vendere il prodotto facendo particolare attenzione a tutti quei costi che quest’ultimo porta con sé. Altro ruolo fondamentale dello story editor è, dunque, quello di abbattere i costi della sceneggiatura, eliminando ciò che non è necessario ai fini della trama. 

Inoltre, esso può avanzare proposte per il casting del film ed essere presente sul set per chiarire tutti quegli aspetti e quei passaggi della storia resi più ostici dalle riprese stesse, effettuate spesso per ambienti e quasi mai in ordine cronologico rispetto alla narrazione. Sia per il regista, sia per gli attori può, quindi, risultare complicato orientarsi all’interno dalla storia, soprattutto durante le riprese di una Serie TV: proprio qui interviene lo story editor che, insieme alla segretaria di edizione, può fungere da aiuto in più per le riprese. 

A tutto questo si aggiunge anche la parte di scouting da noi svolta mensilmente, che consiste nel proporre idee tratte da libri o fatti di cronaca; individuata quella vincente, si cercano poi l’autore ed il regista adatti per raccontarla.
Ed, ovviamente, la costante collaborazione con gli agenti e con i broadcasters (come Netflix, Prime Video, Rai, Sky), che presentano precise esigenze di mercato – figlie di un determinato momento storico – che devono essere soddisfatte. 

Insomma, lo story editor è una figura che si muove a 360° all’interno della produzione cinematografica, svolgendo compiti piuttosto vari e interfacciandosi con varie figure del settore. 

Questo ruolo ti ha in qualche modo aiutato come sceneggiatrice? 

Assolutamente sì! Questo perché hai già un’idea di quello che uno story editor cerca, nonché delle considerazioni fatte a livello produttivo. 

Nel mio caso questo “vizio professionale”, questa mia abitudine a ragionare in un determinato modo, mi ha aiutato molto anche a livello pratico, sia nella scrittura di note durante la stesura della sceneggiatura, sia nella maturazione di una certa consapevolezza e di una certa conoscenza in merito a cosa cerchi oggigiorno il mercato. Per me è stato sicuramente un percorso ideale. 

Quali sono gli elementi che, secondo te, caratterizzano una buona sceneggiatura dal punto di vista narrativo e produttivo?

Dal punto di vista narrativo, sicuramente quando, leggendola, riesco a vederla indistintamente davanti ai miei occhi. Quando non presenta nessuna frase o alcun elemento ambiguo al suo interno, e si dimostra senza dialoghi fuori luogo o di troppo. Personalmente, sto molto attenta a quest’ultimo aspetto, soprattutto a tutti quei discorsi improbabili inseriti all’interno di un copione (aspetto maggiormente criticato del cinema italiano).
Quando la storia riesce ad emergere dai piccoli gesti, da tutte quelle caratteristiche dei personaggi che mutano nel corso della narrazione.

Dal punto di vista produttivo, una storia potente e concentrata in pochi ambienti, in grado di essere raccontata senza sfarzo eccessivo, l’impiego di un cast stellare e di un budget elevato. Il sogno di tutti i produttori è quello di un film alla Carnage, con attori incredibili chiusi tutti in una sola stanza, in grado di reggere una sceneggiatura altrettanto incredibile. 

Se realizzare un film è un po’ come “fare una magia”, qual è l’elemento magico che utilizzi tu per scrivere? Qual è la tua visione? 

Non so se sia possibile auto-attribuirmi un elemento magico in questo momento. Diciamo che, per avvicinarmi a quell’idea di sceneggiatura appena menzionata, una strategia che attuo è sicuramente quella di leggere il copione ad alta voce, utilissima soprattutto se presente una persona in grado di farti da spalla. Ciò ti fa capire subito cosa non funziona, i discorsi che vanno tagliati e i gesti che gli altri personaggi devono compiere nel mentre. 

Non ho ancora trovato una tecnica particolare e sto sperimentando. Tuttavia, il filo conduttore che accomuna tutto ciò che ho scritto è il desiderio di renderlo vivo e reale. 
Inoltre, mi domando sempre se ciò che creo mi piacerebbe in quanto spettatrice. Cerco quindi di sviluppare una narrazione che convinca in primis me, cosicché possa riuscirci poi anche con tutti gli altri. Non so se si possa definire magia, ma questo è il metodo che utilizzo. 

Per quanto riguarda la mia visione, anche questa è in fase di definizione. Sono però sicura di ciò che non mi interessa raccontare, ovvero tutte quelle storie lontane dal mio quotidiano – e dal quotidiano in generale. I cosiddetti film di genere, che mi divertono ma non mi emozionano più di tanto. Perché, per rapirmi, un film deve parlarmi in un certo modo.
Avere a che fare con me. Aspetto che tutte queste storie così distanti dal mondo reale non hanno. 

Ciò che mi auguro è di riuscire a raccontare storie in cui le persone si possano realmente rivedere. In tutti quei piccolissimi comportamenti e dettagli che non sfuggono ad un occhio attento, che ritroviamo in noi stessi e che ci fanno capire che una pellicola funziona. 

Come sei entrata a far parte del progetto de “L’amore, in teoria”? 

Il progetto è stato proposto ad Indiana da Gennaro Nunziante, intenzionato a creare un’opera che parlasse ai giovani, discostandosi un po’ dal suo genere per cimentarsi in quello della commedia romantica. Inizialmente io seguivo il progetto da story editor, ma, grazie alla necessità di inserimento di alcuni giovani sceneggiatori nel progetto, a Kim Gualino venne l’idea di provare ad inserirmi all’interno del progetto. 

Alla fine, a lavorare alla sceneggiatura siamo rimaste in due: io e Teresa Fraioli, ai tempi ancora studentessa della scuola Holden, ma già scrittrice di grandissimo talento. Trovandosi a Londra e poi a Torino, inizialmente con lei mi sono vista di persona solamente due volte, ma nelle nostre prime riunioni su Zoom si è creata un’intesa incredibile, raggiunta anche grazie ad un continuo scambio di idee e confidenze che ci hanno aiutato nella stesura. 

Così, abbiamo incontrato Nunziante e con lui abbiamo iniziato a mettere mano al copione, che durante il percorso ha subito diverse modifiche. A partire proprio dal protagonista, le cui caratteristiche sono leggermente mutate per adattarle meglio a Nicolas Maupas, l’attore scelto per il ruolo. Il quale, in fase di scrittura, ha lavorato assieme a noi, proponendo modifiche ed offrendoci il suo punto di vista su Leone. 

Successivamente la regia è stata assegnata a Luca Lucini (il primo, a quel punto, ad avere voce in capito sul film) e Nunziante ha iniziato a ricoprire di più il ruolo di supervisore della sceneggiatura. Inoltre, tra me, Teresa e Lucini si è instaurata subito una certa sintonia creativa (forse perché Luca è il padre delle commedie romantiche della nostra generazione) e ciò ci ha aiutato molto nella stesura del copione.

Che lavoro avete svolto sui personaggi?

Su Leone siamo partite chiedendoci come mai questo personaggio fosse rimasto così ancorato all’amore non corrisposto per Carola e non avesse mai avuto esperienze sessuali, trovando una risposta nel periodo che tutti noi abbiamo affrontato qualche anno fa – e che ha decisamente limitato le nostre interazioni e i nostri rapporti: quello del Covid. 

Tuttavia, ci è sembrato che questo suo lato infantile dovesse presentare radici più profonde, rivelate dal prematuro decesso della madre, parte fondamentale della sua vita. Alla quale il ragazzo aveva tacitamente promesso di conquistare l’ambita compagna di classe, bloccandosi così su quell’intento. 

Un altro aspetto su cui ci siamo interrogate è stato come riuscire a rendere credibile l’insuccesso di un ragazzo come Nicolas con le donne. Abbiamo quindi lavorato con lui sulla costruzione di un personaggio che, nonostante il bell’aspetto, presentasse diverse difficoltà relazionali dovute alle sue insicurezze personali, spostando la nostra attenzione sulla mancante sicurezza di sé e sulla goffaggine. Se ci fai caso, Leone diventa attraente nel momento in cui inizia a credere in se stesso e a sviluppare un suo pensiero, acquisendo così maggiore forza e determinazione. 

Io, in particolar modo, mi sono inoltre concentrata su alcuni personaggi secondari, che ritengo fondamentali per lo sviluppo di una narrazione e che, in questo caso, rappresentano ognuno un diverso tipo di amore. Per la loro costruzione ho attinto direttamente dalla mia vita, inserendo in loro i tratti caratteristici di alcuni miei vecchi amici universitari. I tre fedeli confidenti di Leone sono pieni di sfaccettature e, consapevoli delle loro debolezze, compiono anch’essi un percorso, mutando e maturando nel corso della pellicola. 

Quello di Meda ha, invece, subito in parte una mutazione: nato da un’idea di Nunziante, il barbone doveva infatti fungere da sveglia per il protagonista, prendendolo letteralmente a “pesci in faccia”. In sceneggiatura, il personaggio era quindi molto più rude, ma molte delle scene dove emergeva, di fatto, questo suo lato predominante sono state tagliate.

Il risultato? Una sorta di folletto magico che arriva in soccorso al protagonista quando quest’ultimo ne ha più bisogno. All’inizio questa cosa non mi convinceva molto, ma poi, davanti al risultato finale, mi sono resa conto che funzionava. 

E per quanto riguarda la carrellata di volti in bianco e nero che, a mano a mano, interrompe la narrazione? 

In quel caso l’idea è stata di Luca Lucini che, richiamando un po’ Harry ti presento Sally, ha realizzato alcune interviste ai giovani attori o alle comparse del film, ponendo a ciascuno la domanda chiave: “Cos’è l’amore per te? Qual è stata la più grande pazzia che hai fatto per amore?”. Molti hanno risposto in maniera estremamente sincera, discostandosi dal proprio personaggio; altri hanno invece seguito la linea di azione e l’arco narrativo del ruolo da loro interpretato.  

Queste carrellate di volti consentono allo spettatore di prendere fiato, infondendo in lui la consapevolezza di star guardando qualcosa di vero. 

Noi sceneggiatrici sentivamo, invece, maggiormente la necessità di dare un senso a tutte queste interruzioni e abbiamo deciso di rendere questo argomento la tesi di laurea di Leone. 

Amore, tra scelta e paura: come si collegano tra di loro questi due elementi secondo te? 

Io credo che, ai nostri giorni, un film come Tre metri sopra il cielo – simbolo della nostra generazione – non sarebbe più apprezzato così tanto, perché troppo distante dalla realtà attuale. Per prepararmi alla stesura di questo copione ho ascoltato numerosi podcast tenuti da ventenni e, in tutti, la parola più accostata a questo sentimento era quella della paura. 

Al giorno d’oggi le relazioni sono estremamente difficili, un continuo “vorrei ma non posso” caratterizzato dal terrore di non saper gestire un determinato sentimento. Viviamo in un periodo storico in cui, anche a causa della quantità infinita di stimoli che riceviamo quotidianamente, non siamo più in grado di affrontare le nostre emozioni, avendo paura di perdere il controllo.

Il messaggio che volevamo lanciare con L’amore, in teoria è legato all’importanza dell’agire, al di là del risultato: non lasciare che le cose accadano e basta, facendole invece succedere da protagonisti attivi. 

Senza rimorsi, né rimpianti. 
Senza recriminarsi nulla. 
Consapevoli di averci provato, nonostante tutto. 

“L’amore, in teoria” racconta tanto, secondo te, anche sulle relazioni moderne?

Sì, emblema di esse è sicuramente il personaggio di Rocco, che utilizza le app di incontri ed è abilissimo a chattare online, ma che non riesce mai, di fatto, a costruire relazioni stabili. 

Volevamo sottolineare, inoltre, quanto sia difficile attualmente conoscere persone dal vivo in modo spontaneo. E ciò risulta estremamente limitante, perché su queste app o su questi siti la prima scrematura è prettamente fisica e perché un sentimento vero nasce in primis dall’interazione dal vivo. Anche la facilità del gesto con cui si scarta la persona…, non lo so, lo trovo assurdo. Perché assieme ad essa stai scartando un mondo e non te ne rendi nemmeno conto.

Attualmente si parla molto di educazione sessuale, ma sempre troppo poco di quella sentimentale: quanto pensi sia importante l’educazione sentimentale al giorno d’oggi? 

Penso che le notizie parlino al posto mio. È agghiacciante la frequenza con cui si stiano verificando certi fatti di cronaca, che riguardano in misura sempre maggiore i giovani. Credo che alla base ci sia – come stavamo dicendo prima – la paura nei confronti di tutti quei sentimenti che non siamo in grado di gestire e di un possibile rifiuto. 

Tutto ciò ha origine da forti disagi, che possono sfociare nella più grave tragedia in assoluto o bloccare le persone in una sorta di paralisi relazionale che impedisce loro di avere relazioni di alcun genere. Ritengo, dunque, di importanza fondamentale l’educazione sentimentale, nonostante non abbia idea di chi possa impartire determinati insegnamenti ai giovani. Forse solo gli psicologi, a seguito di una selezione estremamente meticolosa. 

Un elemento molto valido del film è sicuramente la colonna sonora e, in particolare, le canzoni di Tananai, che si sposano benissimo con il film, quasi fossero due linguaggi diversi – uno musicale e uno cinematografico – che qui si equivalgono. Da cosa ha avuto origine questa scelta?

Questa scelta nasce da una storia divertente che riguarda Luca Lucini, il quale proviene dal mondo dei videoclip musicali. 
Ai tempi di Tre metri sopra il cielo era stato proprio lui a segnalare Tiziano Ferro e ad insistere per l’inserimento di Sere Nere nel film, contribuendo di fatto al successo dell’artista. 

Anche per L’amore, in teoria Lucini cercava un cantante che sposasse il progetto e che rappresentasse la “voce” di questa nuova generazione. Mi è quindi venuto in mente Tananai, che ha accettato la nostra proposta: inizialmente gli abbiamo chiesto di leggere la sceneggiatura e scrivere un apposito pezzo, ma lui aveva già in cantiere Alibi, che è diventato il brano portante della pellicola. Ovviamente sapevamo che un artista come Alberto avrebbe rappresentato una pubblicità enorme per il film, ma ci tengo a sottolineare che la restante colonna sonora è stata curata da Andrea Cotroneo, anche lui alla sua primissima esperienza. 

Ci siamo inoltre resi conto di come il tono del film cambi con l’inserimento della giusta musica. Sono molto contenta anche dell’inserimento di Vivo, il pezzo di Andrea Laszlo De Simone in apertura al film, poiché serviva un brano che dettasse quel ritmo narrativo.

Ti senti mai come una “mosca bianca” fuori dal tempo, non appartenente completamente né alla generazione dei nostri genitori, né a quella nativa digitale che è venuta dopo di noi? 

Sì, mi sento così continuamente. Mi sono accorta che, nell’arco di pochissimo tempo, sono passata dal considerarmi estremamente giovane a sentirmi ormai superata da chi, anagraficamente più piccolo di me, sembra essere spuntato dal nulla, all’improvviso. 

Siamo la generazione abituata ad essere considerata da sempre troppo inesperta per il panorama lavorativo, mentre le nuove generazioni native digitali stanno al passo con i tempi e sono molto più avanti di noi. È infatti facile assistere a ventenni assunti a tempo indeterminato, scampati alla lunga gavetta che noi abbiamo dubito subire. Questo è estremamente positivo: finalmente i giovani hanno una loro voce in capitolo!

E siamo penalizzati anche a livello emotivo, poiché troviamo ancora giusti i valori con i quali siamo stati cresciuti, ma guardiamo con ammirazione l’apertura al mondo propria della gioventù odierna, la loro forza e le loro lotte. 
Cerchiamo di spiegare ai nostri genitori questi nuovi ideali senza, però, mai realmente aderirvi, poiché non coincidono a pieno con i nostri e non ci rappresentano totalmente. 

Cambiando domanda, qual è la tua linea di pensiero rispetto a due fenomeni considerati da molti come estremamente negativi, ovvero l’AI e il politically correct?

Per quanto riguarda l’Intelligenza Artificiale, non credo che quest’ultima rappresenti ancora un grande problema per il cinema d’autore, in quanto quest’ultimo mi pare irriproducibile. Attualmente, l’AI attinge a stili esistenti e storie che sono già state raccontate, non avendo accesso all’unicità del mondo autoriale. Con l’avvento di essa potremmo addirittura tornare a riconoscere un valore maggiore alle opere create dall’essere umano, che l’AI non riesce ad uguagliare. 

Al contempo, ritengo che molti autori minori e mestieranti dalle tematiche e dalle storie sempre uguali, nonché totalmente privi di una propria visione, verranno ben presto sostituiti da essa. 

Per quanto riguarda, invece, il politically correct, c’è stato un periodo delirante nell’industria cinematografica che ora mi pare si stia superando. Perché, se da un lato trovo giusta la presenza delle minoranze in un film, dall’altro non ne condivido l’inserimento forzato. Questa operazione rende, infatti, l’opera meno autentica, senza contribuire minimamente all’incremento della sua bellezza e della sua unicità. 

Lo stesso per tutte quelle pellicole e quei prodotti cinematografici assegnati a registe donne in quanto tali: io non vorrei mai essere scelta per la realizzazione di un film per tale motivo, ma perché ciò che scrivo piace. Questa, per me, è e dovrebbe essere l’unica motivazione valida. 

Non si dovrebbe creare inclusione in questo modo, poiché essa è frutto di un procedimento che non dovrebbe presentare forzature dal punto di vista artistico, ma risultare invece naturale e – di conseguenza – riconosciuto come parte della quotidianità. 

Cosa manca attualmente, secondo te, al cinema e alla serialità italiana di oggi? 

A parere mio – ma anche secondo i produttori e i mercati – mancano delle buone commedie, intese non esclusivamente come film comici, ma come vere e proprie comedy, dall’ironia sottile e mai esagerata, ma pur sempre presente. 

Qualche anno fa il problema era circoscritto al ricambio attoriale, mentre ora noto come, con l’esordio delle nuove generazioni, anche gli emergenti risultino estremamente talentosi e degni di nota. Forse il fatto di nascere già con il telefono in mano li predispone maggiormente a questo tipo di mestiere.
Credo anche che, attualmente, la recitazione accademica e la dizione perfetta siano un po’ passate di moda. A favore, invece, dell’elevato impiego delle varie cadenze dialettali, che io apprezzo molto (sempre in virtù di quella maggiore aderenza alla realtà propria della mia scrittura). 

Un’ultima domanda: che consiglio daresti ad uno studente desideroso di intraprendere una carriera nel mondo del cinema? 

Questa è una domanda molto difficile per me. Spesso vengo contattata dagli stessi studenti, che mi chiedono consigli a cui, però, faccio fatica a rispondere, perché il mio percorso è stato particolare e dettato da una serie di coincidenze fortuite. In ogni caso, il mio consiglio è quello di entrare in una casa di produzione (come ad esempio nelle vesti di story editor) ed iniziare partendo da lì. 

Leggere diverse sceneggiature o guardare tanti film è sicuramente un ottimo metodo di apprendimento, così come un primo utilizzo dei programmi di scrittura. Per il resto, esistono manuali che impartiscono le principali regole ma, secondo me, sono tutti molto fini a se stessi, poiché non esiste realmente nessuno in grado di insegnarti a scrivere. 

Importante sarebbe comporre tutti i giorni qualcosa, così come fare uno stage o un master che, pur rappresentando per alcuni un grosso sacrificio economico, potrebbero consentire una via d’accesso più diretta a questo mondo. Per quanto mi riguarda, il mio consiglio è quello di orientarsi verso una realtà più piccola, dove la formazione sia più completa e dove si possa presentare possibilità di inserimento.

Inviare proposte in qualità di autori (ma mai intere sceneggiature, attenzione!), partecipare a festival e concorsi (primo tra tutti il Solinas) ed in ultimo, purché fondamentale, trovare un agente. Molti pensano che ciò rappresenti solo una spesa, mentre non lo è affatto. L’agente, infatti, non è pagato e trattiene semplicemente la sua percentuale dalla paga concordata con la stipula del contratto. 

L’autore deve trovare semplicemente la persona giusta. Quella che creda in lui e in ciò che scrive, arrivando così a proporlo alle case di produzione con cui è in contatto. 

a cura di
Maria Chiara Conforti

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