Yungblud – La recensione di Idols Pt. 1

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“Idols Pt. 1” di Yungblud è un omaggio moderno ai giganti del rock, tra nostalgia, identità e nuove ambizioni

Chi apre un disco con un brano da nove minuti, che sembra tre canzoni diverse cucite insieme? Di certo, non un artista prevedibile. Yungblud lo fa, senza esitazioni, come a sfidare un pubblico che oggi consuma musica a scatti, in formato breve e iper-digeribile. Già dall’inizio, manda un messaggio chiaro: non intende piegarsi alla logica del mercato o ai ritmi frenetici delle piattaforme. “Idols Pt. 1” prende spazio, respira, pretende attenzione. E proprio per questo, conquista chi sa ascoltare davvero.

Le chitarre hanno un sapore vintage, l’assolo è teatrale: c’è qualcosa degli Aerosmith, ma il suono resta sorprendentemente fresco. Nel 2025, il rock dovrebbe essere morto. Ma lui non ne vuole sapere, e anzi, sembra volerlo far risorgere dal centro esatto del mainstream. Quarto disco in studio, età: ventisette. Un’età simbolica nel mondo del rock, che lui indossa con sicurezza e una punta di incoscienza.

Non si tratta di un revival né di un esercizio di stile, ma di un viaggio personale attraverso le influenze che lo hanno formato. La scelta è precisa: ignorare le tendenze per tornare all’essenza. Raccontare se stesso partendo da chi, prima di lui, ha acceso la fiamma. E in questo, Yungblud riesce a essere autentico, senza scimmiottare nessuno e senza dimenticare di essere figlio del suo tempo.

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Un’eredità musicale reinventata con stile e passione

Nelle tracce dell’album si riconoscono facilmente le impronte dei grandi del britrock e del pop-rock britannico degli anni ’90 e 2000. Ci sono gli echi di Blur, The Verve, Oasis, ma anche le aperture melodiche alla U2 e il gusto teatrale della prima era Queen. L’ispirazione non si ferma qui: c’è spazio per Bowie, per i Cure, per quell’arte di mescolare stili con grazia e senza paura. Eppure, nulla suona come una semplice copia: Yungblud prende e trasforma, rende personale ciò che avrebbe potuto sembrare solo omaggio.
È come se avesse preso l’album dei sogni dei fan del rock britannico e lo avesse riscritto con la sua voce.

“Zombie” ne è l’esempio perfetto: è una canzone d’amore, ma scritta con la consapevolezza del disincanto di oggi. È dolce, malinconica, quasi ipnotica. E per qualche minuto, ci fa dimenticare che le storie, spesso, finiscono. “Change” sembra evocare Ziggy Stardust: il grido che esplode nel solo è quasi un messaggio dall’aldilà, potente e necessario. “Monday Murder” è una gemma che Robert Smith avrebbe potuto scrivere, ma non lo ha fatto. Qui, invece, parla con voce nuova. C’è passato, sì, ma è filtrato da una sensibilità presente. Non è vintage: è rielaborazione, vita vera.

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Una nuova voce tra le icone del rock

Con “Ghosts”, Yungblud raggiunge un’intensità che richiama gli U2 dei tempi migliori: quelli capaci di unire profondità e leggerezza in un colpo solo. È un brano che cresce, si apre, accompagna, senza mai forzare la mano. Un equilibrio raro, da artista ormai maturo. Ma è “War” a segnare lo stacco netto: qui la sua voce gioca, si fa ironica, danzante. L’intro orientale dona un tocco esotico e affascinante.

Si ha la sensazione di assistere a qualcosa di nuovo, autentico, radicato nel presente ma con una forza espressiva fuori dal tempo. Nel finale, le tracce “Idols Pt. II” e “Supermoon” sembrano un sogno psichedelico registrato negli Abbey Road con Elton John e gli Oasis. A quel punto, ogni riferimento scompare. Si sente solo lui, Dominic Harrison, un artista consapevole di sé e delle sue possibilità. Capace di saltare da un genere all’altro con leggerezza, sostenuto da una voce calda, vibrante, impossibile da ignorare.

Yungblud non interpreta un personaggio: è sé stesso, ferito e affamato, come i ragazzi a cui si rivolge, come chi cerca verità nella musica. “Idols Pt. 1” è il manifesto di una nuova generazione di rocker: sensibili, fragili, coraggiosi. Diversi, ma in fondo fatti della stessa materia. Quella che, da sempre, rende il rock qualcosa di necessario: la voglia di dire chi sei, anche quando nessuno vuole ascoltare.

a cura di
Mattia Mancini

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