La serie Netflix Sirens, uscita il 22 maggio, forte di un cast di eccezione racconta il potere di essere magnetici: una forza sottile che confonde, seduce e disorienta. Il potere lo detiene chi riesce ad essere ascoltato.
In Sirens, nuova miniserie Netflix scritta da Molly Smith Metzler e diretta in parte da Nicole Kassell, tutto ruota attorno al potere dell’influenza. Non c’è politica, non c’è guerra, ma c’è qualcosa di molto più quotidiano e universale: il potere che esercitiamo sugli altri quando siamo in grado di catturarne l’attenzione.
Quel potere in questo adattamento è un campo minato affascinante: Julianne Moore è perfetta nel ruolo di Michaela, una donna intrigante e ambigua che ospita nella sua villa lussuosa Simone, interpretata da Milly Alcock. A seguire la ragazza, quasi in missione, è la sorella maggiore Devon, portata in scena da Meghann Fahy.
In un fine settimana fatto di brunch, regole non dette e tensioni familiari, i ruoli si confondono: chi sta subendo? Chi manipola? Chi si lascia portare via? In Sirens, il potere è come una musica: non esiste se non c’è qualcuno disposto ad ascoltarla. Non si prende, si riceve. E chi riesce a farsi ascoltare, domina.
Le sirene nella mitologia e nell’immaginario di Sirens
Nella mitologia greca, le sirene non erano creature marine con la coda, come l’immaginario popolare ci ha abituato a pensare. Erano figure ibride: metà donna e metà uccello, sedute su scogli o prati fioriti, che attiravano i marinai con la voce. Il loro canto non era aggressivo ma era un richiamo seducente, irresistibile, capace di far perdere l’orientamento a chi ascoltava. Non costringevano nessuno: semplicemente, affascinavano. E chi cedeva, finiva per perdersi da solo.
In Sirens, questo mito viene completamente svuotato di ogni rappresentazione fisica o di genere. Non ci sono sirene visibili, ma il canto esiste. È un canto sociale, psicologico, relazionale. È l’atteggiamento, la presenza, la voce, il modo in cui qualcuno riesce a far sì che l’altro faccia esattamente ciò che vuole. La sirena diventa una forma di magnetismo: chi sa incantare l’ambiente intorno a sé, chi riesce a spostare le dinamiche e a piegare la realtà al proprio volere, è la sirena del racconto. E non importa se è uomo, donna, o altro: importa solo chi ha la forza di farsi seguire, e chi invece non riesce a sottrarsi.
Usare le relazioni per diventare se stessi
In Sirens, ogni personaggio utilizza (consapevolmente o meno) le altre persone come strumenti per diventare ciò che vuole essere. Non per manipolare o per salire socialmente, ma per compiere una vera e propria scalata interiore. È il caso di Simone, che viene scelta da Michaela non a caso, ma per ciò che rappresenta: qualcosa di grezzo, da trasformare.
È anche e soprattutto il caso delle tre amiche di Kiki, che diventano le portavoce più lucide di questo modo di vivere. Hanno scelto di essere “le amiche in vetrina” di una donna influente, sì, ma in cambio hanno ottenuto la vita che desideravano: non fanno più lavori che non le soddisfano, vivono immerse nello status che volevano raggiungere e si sono ritagliate un ruolo chiaro nel mondo che le interessa abitare.
Tutto, in loro, è intenzione: come parlano, come si vestono, come si muovono. È una legge d’attrazione consapevole e concreta: fai, vesti, agisci come la persona che vuoi essere, frequenta chi incarna quella vita, e la vita che desideri comincia ad assomigliarti. Non è illusione, è coerenza attiva tra desiderio e identità. Non aspettano che qualcosa le cambi: si costruiscono da sole il contesto per fiorire.
E poi c’è Devon, la sorella di Simone, che rappresenta un’altra possibilità: quella di chi ha accesso alla libertà, ma sceglie comunque il vincolo. Potrebbe partire, vivere l’avventura, lasciarsi andare all’amore. Ma resta. E non per debolezza, ma per responsabilità. Perché anche la rinuncia può essere una forma di costruzione. Anche la vita che non scegli fino in fondo, se accolta, può diventare la vita che ti definisce.
Il potere esiste solo se qualcuno lo riconosce
C’è un altro nodo centrale in Sirens, ed è forse il più spiazzante: il potere non è mai solo tuo. Lo possiedi davvero solo quando qualcuno sceglie di vedertelo addosso. Io non ho potere se chi voglio incantare non mi ascolta, non mi guarda, non mi riconosce. Il potere si attiva nell’interazione, nella ricezione, nell’attenzione che l’altro decide (o no) di concederti.
E allora, se quella persona non ti ascolta più, se non sente più il canto, forse è perché non è più sintonizzata sul tuo desiderio. E a quel punto, va lasciata andare. Non perché valga meno, ma perché non è più parte del tuo percorso. Come dice uno dei personaggi a Simone, in una delle frasi più forti della serie: “Ciò che non serve, lascialo andare.” E forse questo è il gesto più potente di tutti.
Un canto pieno di voci (anche dissonanti)
Sirens è una miniserie che non offre risposte, ma suggestioni. Tocca molti temi, dal potere all’identità, dalla seduzione all’autodeterminazione e li lascia vibrare insieme, anche quando si contraddicono. È una scelta che può disorientare: a tratti sembra non voler prendere una direzione precisa, ma forse è proprio lì il suo centro.
Come il canto delle sirene, non ti dice dove andare: ti attira, ti confonde, ti rispecchia. Ogni spettatore ci vede qualcosa di diverso, perché Sirens non è una narrazione chiusa ma una tensione continua tra ciò che si è e ciò che si vuole diventare. E forse è questa la sua verità più profonda: non conta cosa succede alla fine, conta cosa hai scelto di ascoltare lungo il percorso.
a cura di
Michela Besacchi
Articolo realizzato con l’ausilio parziale di intelligenza artificiale

