Anton Newcombe e soci portano in scena a Milano una performance un po’ opaca, funestata da intoppi tecnici e inaspettate uscite di scena
“Problemi, problemi, problemi!”. Questa, oltre a essere la tipica esclamazione del telecronista di Sky Sport Carlo Vanzini quando una monoposto si pianta in mezzo a un GP di Formula 1, è stato anche il leitmotiv – o forse il mantra involontario – che ha accompagnato il concerto dei Brian Jonestown Massacre all’Alcatraz di Milano.
Unica tappa italiana del loro tour europeo 2025, la serata del 6 maggio è stata un viaggio turbolento tra suoni ipnotici, vibrazioni psichedeliche e guai tecnici. Un lungo susseguirsi di cambi di strumenti, lunghe pause tra un brano e l’altro per sistemare i suoni (viene da chiedersi cosa sia successo durante il soundcheck) e non ben precisate lamentele di Anton Newcombe, leader dei BJM, rivolte ai tecnici del banco regia hanno infatti azzoppato una performance tanto attesa dai fan del gruppo di San Francisco.
Aficionados di tutte le età che, nonostante un cielo coperto da nuvole cariche di pioggia e una delle partite di calcio più spettacolari dell’anno in programma la stessa sera, hanno comunque riempito il club di via Valtellina.
L’inizio di una grande serata…
A intrattenere il parterre di un Alcatraz sempre più pieno (anche se a metà capienza) ci pensano gli Error, band nata a Berlino nel 2019 per volere di Leonard Kaage, musicista e produttore svedese nonché chitarrista di un altro gruppo mitteleuropeo, The Underground Youth.
Una quarantina di minuti belli tirati, nei quali il quartetto tedesco sfodera una performance muscolare, fatta di chitarre sature di fuzz, ipnotici giri di basso e ombrose linee vocali che intonano strofe e ritornelli incentrati sull’alienazione contemporanea, l’ingiustizia sociale e la disillusione nei confronti dell’autorità.
Un onirico e vespertino wall of sound, in bilico tra post-punk, shoegaze e noise rock che oltre a strappare un meritato applauso da parte del parterre dell’Alcatraz, scalda a dovere il pubblico ben distribuito sotto al palco in vista dell’arrivo di Anton Newcombe e soci.
[rl_gallery id=”300143″]
… O almeno così sembrava!
Guardandosi attorno, il ventaglio umano che popola il parterre dell’Alcatraz è veramente ampio: dai “fan della prima ora” dei Brian Jonestown Massacre – ormai signorotti e signore over-60 – a pischelli di 18 anni o giù di lì che, tra piercing, capelli lunghi fino alle spalle e battibecchi su chi sia meglio tra Slowdive e My Bloody Valentine, trasudano “post-adolescenza alternativa” da ogni singolo poro.
Il locale è praticamente sold out. Un mezzo miracolo, considerando che siamo a Milano e che, a pochi chilometri di distanza, più precisamente allo Stadio San Siro, sta andando in scena una semifinale di Champions League da brividi tra Inter e Barcellona. Una partita che, già dopo il triplice fischio dell’arbitro, verrà acclamata da molti come una delle più belle nella storia del calcio.
Quando alle 21:30 i Brian Jonestown Massacre salgono sul palco, il parterre dell’Alcatraz è ormai bello pieno. Nonostante questo, ci si muove senza difficoltà praticamente in tutto il locale, riuscendo a godersi il concerto da ogni angolazione senza mai sentirsi troppo stretti. Una situazione praticamente perfetta.
Oltre agli applausi, il pubblico del club milanese accoglie l’entrata in scena di Newcombe con un tifo quasi da stadio, inneggiandolo con il suo nome italianizzato, “ANTONIO! ANTONIO! ANTONIO!“. Il poliedrico (anche se a volte intrattabile) leader della band californiana sorride mentre imbraccia la sua fidata chitarra, una vecchia Vox Cheetah rosso rubino, piazzandosi davanti un leggio con i testi dei brani. Sembra un ex fricchettone piombato casualmente in un saggio di fine anno organizzato da un scuola di musica.
Una nota di organo sospesa nell’aria unita al suono di chitarre che si collegano agli amplificatori: sono queste le prime note emesse dai Brian Jonestown dal palco dell’Alcatraz, aprendo le danze con la lisergica “Maybe Make It Right”. Un pezzo che sembra uscito direttamente dagli anni ’60, accompagnato da una caleidoscopica scenografia del tutto simile a quelle che accompagnavano i concerti dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead al Fillmore East durante la Summer of Love.
Dopo le vibrazioni garage punk di “Vacuum Boots”, la band si ferma per qualche istante, con Anton Newcombe intento a farfugliare qualcosa al banco audio lamentandosi per il troppo feedback delle spie sul palco. Un pacato battibecco che introduce “That Girl Suicide”, un vero e proprio blast from the past per i fan dei BJM.
Più pause di una partita di NFL
A partire da “Do Rainbows Have Ends”, si capisce che qualcosa sul palco non sta girando per il verso giusto. Le pause di uno o due minuti tra un brano e l’altro iniziano a essere un po’ troppo frequenti. A peggiorare le cose, ci pensa poi un continuo valzer di strumenti: ogni membro della band (tranne il bassista) cambia chitarra prima di ogni singolo pezzo, spezzando inevitabilmente il ritmo dell’esibizione.
Un perpetuo turnover di Vox, Fender e Gibson in grado di mette a dura prova i roadie in forza ai Brian Jonestown Massacre, costretti ad armeggiare senza sosta con le tantissime sei e dodici corde sistemate ai lati del palco.
Con il tandem formato da “When Jokers Attack” e dalla bellissima “Anemone” l’esibizione sembra che inizi a prendere quota. Invece, Newcombe si ferma nuovamente, tornando a lamentarsi con il pubblico e il banco regia per il volume troppo alto della sua spia, “So che a voi non importa, ma mi entra letteralmente nel cervello… E fa male cazzo!“.
Durante l’esecuzione di “Nevertheless”, al leader dei BJM si stacca persino il cavo della chitarra dall’amplificatore, rimesso a posto da uno dei roadie dopo qualche secondo di silenzio. A metà concerto, le canzoni scorrono in maniera più fluida, grazie anche al fantastico (e ben eseguito) trittico formato da “Pish”, “Don’t Let Me Get In Your Way” e “You Think I’m Joking?”.
Nel frattempo, un inconfondibile profumo di marijuana invade il pit dell’Alcatraz, regalando quel clima stoner che in un concerto dei Brian Jonestown Massacre calza a pennello. Sembra che tutto stia finalmente andando per il verso giusto fino a quando Joel Gion, lo storico tambourine man del gruppo, abbandona il palco barcollando, sorretto da uno dei tecnici. Che si tratti di un malore passeggero o dell’effetto combinato di qualche bicchiere (o sostanza) di troppo, resta un mistero.
Finale… In coda di fumo!
La chiusura di questo concerto, pieno di intoppi quasi quanto l’edizione 2024 di Una Voce per San Marino, è affidata a due brani che svettano nell’enorme catalogo musicale dei BJM: “Servo” e “Super-Sonic”. Nell’ultima pausa tra i due brani, un tizio con i rasta lunghi fino alle spalle viene portato via di peso da un energumeno della security: il probabile proprietario della canna precedentemente citata. Una conclusione perfettamente in linea con l’andamento surreale della serata.
Durante la lunga coda strumentale con la quale i Brian Jonestown Massacre si congedano dal pubblico dell’Alcatraz, il primo a uscire di scena è proprio Anton Newcombe. Seguendo le gesta di un noto capitano “caduto” da un transatlantico naufragato sull’Isola d’Elba, il leader dei BJM abbandona la nave senza salutare nessuno, forse perché esausto da una serata piena di guai tecnici (o per motivi non troppo dissimili a quelli che hanno messo fuori gioco Joel Gidion pochi minuti prima).
Le luci si riaccendono, e con loro anche i telefoni del pubblico. Molti di loro sono collegati per seguire il risultato del match di Champions tra Inter e Barcellona, decisamente più memorabile dell’esibizione opaca e piena di inconvenienti portata dai Brian Jonestown Massacre a Milano. Speriamo che, alla prossima tappa italiana, Anton Newcombe & co. si presentino sul palco più in forma. Sotto ogni punto di vista.
[rl_gallery id=”300112″]
Setlist
- Maybe Make It Right
- Vacuum Boots
- That Girl Suicide
- Do Rainbow Have Ends
- #1 Lucky Kitty
- Fudge
- Days, Weeks and Moths
- When Jokers Attack
- Anemone
- Nevertheless
- Pish
- Don’t Let Me Get In Your Way
- You Think I’m Joking?
- Nightbird
- Forgotten Graves
- A Word
- Servo
- Super-Sonic
a cura di
Luca Barenghi
Foto di
Emauela Giurano

