Quattro film horror… orribili

Quattro film horror… orribili
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Ogni tanto vogliono essere volutamente esagerati, altre volte si prendono troppo sul serio. Altre volte semplicemente sono brutti. A voi quattro film horror che prendono alla lettera il nome del genere stesso

Vuoi raccontare una storia paurosa, terrificante, che faccia raggelare le ossa. Invece ti ritrovi a essere lo zimbello del gruppo, facendo la figura del fesso. In effetti trovare una scatoletta di tonno e mangiarla senza accorgersi che è scaduta da due settimane ed essere ancora vivo dopo una notte attaccato al regal trono di ceramica non è una storia spaventosa, né tantomeno un’avventura epica. Nel cinema horror accade la stessa cosa ogni pomeriggio (perché la notte è buia ed è fatta per dormire).

Registi e sceneggiatori che hanno la folgorazione sulla via di Damasco pur abitando in un sobborgo americano, dalle parti di Beverly Hills o in Dakota, pur avendo come stella polare del terrore Pingu che urla trasfigurando la sua bocca in orribile tromba. Pur avendo la percezione di paura equiparabile a quella di una capra. 

Ecco 4 film horror che non hanno senso di esistere, ma esistono e non capiamo ancora perché esistano.
Ma solitamente le liste sono almeno di 5 cose” direte voi. Al sottoscritto piacciono i numeri pari. “E allora perché non hai fatto una lista con 10 film?”. Amo risparmiare fiato. “Ma devi scrivere”. Tacete, per carità di Dio.

Black Sheep (2006, Nuova Zelanda, regia di Jonathan King)
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Spoiler pesante della versione abruzzese di “Black Sheep”

Ok, ammettiamo: l’idea di base non è malvagia. O meglio, le premesse per uno splatter originale ci sono tutte, in passato è stato fatto ben di peggio… Non ci viene in mente nulla, ma fidatevi.

Henry Oldfield, ragazzo da sempre cresciuto in città, decide di raggiungere il fratello Angus in un paesino sperduto della Nuova Zelanda per aiutarlo nella gestione di una fattoria e per affrontare una volta per tutte la sua fobia verso gli ovini. È come se un abruzzese svenisse davanti a un paio di arrosticini. A complicare le cose ci pensano strani esperimenti condotti sugli arrosticini sulle pecore in non meglio identificati laboratori segreti – ricavati forse da parte del patrimonio venduto da Bilbo Baggins per pagare i debiti accumulati tra erba pipa e malaffare vario – da parte di non meglio specificati scienziati (probabilmente i famosi autori delle ricerche pubblicate in continuazione sull’Internétte “Lo dice la scienza”).

Codesta roba ha vinto anche alcuni premi. Minori, ma li ha vinti. Riconoscimenti di cui tuttavia diffidiamo, perché bisogna drogarsi come Maradona, Steven Tyler, Ozzy Osbourne e Rosa Russo Iervolino per premiare un film del genere. Ci sono momenti splatter e grotteschi degni di nota che strappano una truce sghignazzata, altri sono di linobanfiana eccellenza: la scena dell’aggressione della pecora nel furgoncino è il non plus ultra, battuta solo dalla trasformazione in uomo-pecora (no, non è una battuta), forse chiaro omaggio all’intramontabile cult “L’uomo lupo contro la Camorra”.

Gli arrosticini di pollo, quelli sì che sono horror. “Black Sheep” è nefandezza tra le valli neozelandesi. Non avrebbero potuto girarlo in Abruzzo per il semplice fatto che tutto si sarebbe risolto in vedi pecora assassina – uccidi pecora assassina – trasforma pecora assassina in arrosticini – mangia arrosticini. Ecco, abbiamo appena creato le premesse per un eccellente fantasy. Peter Jackson, se stai leggendo, non rubarci l’idea.

Denti (Teeth – 2007, Stati Uniti d’America, regia di Mitchell Lichtenstein)
L’evoluzione dei poster promozionali del film, fino all’eleganza della versione italiana

No, non è una rivisitazione low budget de “Il Silenzio Dei Prosciutti” “Il Silenzio Degli Innocenti”. No, non è la storia del cannibale di Milwaukee. Non è la maxi storia di come la mia vita è cambiata capovolta sottosopr… È la storia di una bella ragazza (Dawn O’Keefe) che ha un fastidioso problema lì, proprio lì, lì nel mezzo, per dirla a la Ligabue. Dawn è anche parte di una congregazione puritana atta alla castità, ma non si capisce bene come e perché questa sua forma estrema di castità sia comparsa.

I primi anni del Terzo Millennio sono stati caratterizzati da registi americani che hanno saccheggiato in lungo e in largo gli horror asiatici, tuttavia se nell’originale “Sexual Parasite: Killer Pussy” diretto da Takao Nakano ben presto si sfocia nel grottesco e nell’esagerazione, in “Denti” si cerca in tutti i modi di fare i finti impegnati, salvo poi buttarla tutta in caciara e realizzare una concatenazione di persone depenalizzate (in senso stretto) e morti a casaccio. A essere onesti l’ora e mezza passa anche con una certa concentrazione verso la pellicola, se non altro per vedere fino a che punto l’idiozia della non-trama vada a braccetto con l’idiozia della non-sceneggiatura.

Nightmare 6 – La fine (Freddy’s Dead: The Final Nightmare – 1991, Stati Uniti d’America, regia di Rachel Talalay)
La nota finale “Demenziale conclusione dell’amatissima saga horror-giovanisilstica di Freddy” di Sorrisi e Canzoni TV è pura poesia anni ’90

Se a partire dal 2006 circa il cinema è impazzito per la riscoperta del treddì e per la tecnologia che finalmente poteva permettere effetti visivi e di percezione della profondità decenti, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 tentativi di portare la terza dimensione sul grande schermo si sono sprecati. Sì, cari Millennians: quegli occhialini di carta con una lente rossa e una blu sono esistiti davvero. Sì, dovevano in qualche modo funzionare (poi si sono accorti della cagata e li hanno riciclati come omaggio all’interno delle confezioni di Choco Pops).

La serie di The Nightmare On Elm Street aveva già provato l’ebrezza dell’orrore inteso come risultato d’incontro tra idee trite e ritrite e mancanza di ispirazione tra la ciurma di bonobo stipendiati per scrivere una storia decente, e incredibilmente con Nightmare 6 riuscirono a tirar fuori dal cilindro una storia decorosa, indagando l’infanzia di Freddy Krueger e scoprendo perché e come è nato il malefico e scarnificato incubo. Dov’è il problema? Gli intermezzi realizzati appositamente per dare un senso a quel 3D della parte finale della pellicola e ai soldi in più spesi per gli occhialini farlocchi. Quasi meglio di Bubsy 3D ma peggio del Lion Trophy Show: capite bene che sono scene tutt’altro che funzionali, tutt’altro che adrenaliniche o ricche di tensione o pathos.

Piranha 3DD (2010, Stati Uniti d’America, regia di Alexandre Aja)
Piranha 3d horror orribile
Evoluzione delicatissima dei poster promozionali (ci sono altre varianti in giro)

A proposito di treddì, a proposito del discorso esposto poco sopra come cappello introduttivo per “Nightmare 3D”, dobbiamo aggiungere che qualsiasi cosa abbia un “3D” nel titolo è quasi inesorabilmente una cagata pazzesca. Fragorosa, imponente, la cloaca maxima del cinema, il valzer del gretto, la standing ovation della latrina cinematografica. Ecco cosa c’è dietro ogni titolo che piazza “3D” in bella vista. Non come aggiunta, ma proprio come titolo vero e proprio.

“Piranha 3DD”. Doppia “D”. Figuratevi. Tanta gnocca, tanta computer grafica, tanti cameo (David Hasselhoff oramai vive solo di comparsate). È talmente brutto che è dovere morale ingozzarsi di pop corn durante l’attenta visione. Oppure drogatevi, forse è meglio.

a cura di
Andrea Mariano

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Andrea Mariano

Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

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