Willie Peyote torna con il suo sesto album in studio, il ritratto funambolico della caduta interminabile di una società che vive sospesa tra la percezione del collasso e l’impossibilità di arrivare davvero al fondo
Negli ultimi quindici anni Willie Peyote – al secolo Guglielmo Bruno – si è imposto come una delle voci più riconoscibili della scena cantautorale e rap italiana, costruendo un linguaggio capace di fondere ironia, critica sociale e scrittura d’autore.
Da “Educazione Sabauda” (2015) a “Sindrome di Tôret”, (2017), passando per il successo sanremese di Mai dire mai (La locura) e il più recente Grazie ma no grazie, il suo percorso è stato segnato da una costante evoluzione, senza mai perdere quella lucidità con cui osserva il presente. “Anatomia di uno schianto prolungato” (Turet, Universal Italia) rappresenta un nuovo capitolo di questo cammino dove conserva la lucidità con cui ha sempre osservato il presente, ma rinuncia alla tentazione di restarne un semplice spettatore.
Il titolo prende spunto da Anatomia di una caduta di Justine Triet, ma Willie ne ribalta il senso. Lo schianto, per definizione, dura un istante. Qui, invece, si prolunga, si trascina, diventa il rumore di fondo della contemporaneità. Guerre, crisi climatiche, polarizzazione politica, precarietà economica, relazioni sempre più fragili: tutto sembra sul punto di crollare eppure continua ostinatamente a restare in piedi.
Sarebbe facile, però, liquidare il disco come l’ennesimo manifesto politico di un autore che ha costruito buona parte della propria carriera sull’osservazione critica del presente. Sarebbe anche riduttivo. La vera novità di “Anatomia di uno schianto prolungato” è un’altra: per la prima volta, il bersaglio principale non è il mondo, ma chi quel mondo lo osserva.
Willie Peyote continua a essere ironico, tagliente, sarcastico, ma rinuncia progressivamente alla postura del moralizzatore onnisciente. Stanco di lottare contro i mulini a vento e di ricercare la logica dello scontro permanente, abbraccia un cambio di prospettiva dove la critica sociale convive con il dubbio, con la vulnerabilità, con la consapevolezza che crescere significhi anche smettere di avere sempre una risposta pronta.
A caduta libera, in cerca di uno schianto
Chi conosce i Subsonica non faticherà a ricordare immediatamente l’incipit di In cerca di uno schianto. L’artista piemontese non si limita a citarlo: lo prende in prestito, lo trasforma nel titolo della traccia d’apertura e lo usa come chiave d’accesso al suo nuovo album.
È un omaggio alla band che più di ogni altra ha contribuito a definire il suono e l’immaginario della Torino degli ultimi trent’anni, ma è anche qualcosa di più. Perché se nella canzone di Samuel e soci lo schianto è un punto d’arrivo, in “Anatomia di uno schianto prolungato” diventa una condizione esistenziale. Non c’è l’impatto liberatorio di una caduta improvvisa: c’è il logoramento di un equilibrio precario, la sensazione di vivere in un tempo che continua a scricchiolare senza cedere mai davvero.
Non è un caso che il brano, inizialmente pensato per i titoli di coda del (suo) documentario “Elegia Sabauda”, sia diventato l’inizio di questo disco. Come se Willie avesse deciso di ripartire proprio da lì, dal racconto di una Torino che è molto più di uno sfondo geografico. È una città che forma il carattere, educa al disincanto, insegna che si può essere profondamente legati a un luogo senza mai idealizzarlo.
Burrasca, non è una canzone che cerca di spiegare il caos, ma di attraversarlo con l’idea che l’unico antidoto al disorientamento sia la condivisione. “E col mare in burrasca resisto se mi aggrappo a te”, un gesto infinitamente coraggioso nel dibattito pubblico contemporaneo: stringersi gli uni agli altri mentre il vento continua a soffiare.
Se Burrasca rappresenta il manifesto emotivo del disco, Kodak ne è probabilmente la fotografia più delicata. È un brano sul tempo, sul tentativo di fermare ciò che inevitabilmente continua a cambiare: “Non mi basta dire che passa il tempo \ Non mi basta dire che passa anche senza di te”.
Anche Mi arrendo, impreziosita dalla presenza di Brunori Sas, sfugge alle logiche del featuring costruito per intercettare algoritmi e playlist. L’intesa tra i due nasce dalla scrittura, prima ancora che dalla musica. Entrambi raccontano l’età adulta senza trasformarla in una caricatura nostalgica, cercando di restituirne crepe, ambiguità e senso di inadeguatezza. La frase “A forza di scavare ora dentro c’abbiamo il Grand Canyon” è una delle immagini più riuscite dell’intero album: ironica, amara, perfettamente coerente con la poetica di due cantautori che hanno sempre preferito le sfumature agli slogan.
Più controversa è Luigi, ispirata alla vicenda di Luigi Mangione. Non si tratta di una celebrazione né di una giustificazione. Il punto non è il gesto – un omicidio – ma il modo in cui il web trasforma qualsiasi evento in narrazione collettiva, qualsiasi figura in simbolo, qualsiasi tragedia in contenuto. È una riflessione sul rapporto tra rabbia, consenso e rappresentazione, che conferma come la sua scrittura continui a preferire le domande alle sentenze.
I featuring seguono la stessa logica del disco: non cercano il colpo a effetto, ma arricchiscono il racconto. Oltre a Brunori Sas, anche Noemi in Che caldo fa a Testaccio, aggiunge una sfumatura intensa e cinematografica a un brano che intreccia vissuto e immagini urbane. Più inattesa, ma perfettamente coerente con la varietà sonora dell’album, è la presenza di Jekesa in Air B&B, che introduce nuove sfumature ritmiche e contribuisce ad ampliare ulteriormente il respiro di un lavoro che rifiuta di rinchiudersi in un’unica definizione stilistica.
Preferisco non sapere è la traccia di chiusura, dove la critica sociale si dissolve quasi completamente, lasciando spazio al rapporto con l’assenza e con la memoria: “Quando sei vicina, è una luna di miele \ Se sei lontana, preferisco non sapеre”.
L’eleganza del riccio (piemontese)
Musicalmente, l’album segna un’evoluzione significativa muovendosi dal rap per arrivare al lavoro di una band al completo: funk, soul, hip hop, rock alternativo, fiati, chitarre e una sezione ritmica che respira insieme restituiscono un suono caldo, organico, lontano dalle produzioni ipercompresse che dominano buona parte della scena contemporanea.
La “Sabauda Orchestra” non accompagna semplicemente il frontman: ne amplifica la scrittura, la rende fisica, le permette di oscillare con naturalezza tra groove e introspezione. È un disco che si prende il tempo di suonare, e oggi non è affatto scontato.
Scorrendo le tracce, qualche passaggio sembra meno incisivo e la scrittura rinuncia a quell’affondo che in passato rendeva memorabili certi passaggi. Ma è un compromesso quasi inevitabile per un disco che preferisce la coerenza alla ricerca del singolo da playlist. Qui non c’è la volontà di stupire a ogni costo; c’è, piuttosto, la necessità di costruire un racconto unitario, in cui ogni canzone aggiunge un tassello a un discorso più ampio.
Ed è proprio questa la differenza principale rispetto ai lavori precedenti. Willie Peyote non ha perso la capacità di osservare il presente con lucidità. Ha semplicemente smesso di considerarsi esterno a ciò che racconta. Le sue contraddizioni entrano nelle canzoni insieme a quelle della società. L’ironia non serve più a prendere le distanze, ma a creare vicinanza. Il sarcasmo continua a essere un’arma, ma non è più l’unica.
“Anatomia di uno schianto prolungato” osserva il rumore di un mondo che sembra sul punto di rompersi, riconoscendo che chi racconta quello schianto ne è parte tanto quanto chi lo ascolta. Questa consapevolezza è il valore aggiunto di questo nuovo capitolo di Willie, tra i più convincenti della sua carriera.
Perché la maturità non consiste nell’avere più risposte, ma nel trovare il coraggio di interrogarsi anche sulle proprie certezze.
a cura di
Edoardo Siliquini

