Path, cortometraggio diretto da Lorenzo Muccioli è stato premiato lo scorso 10 luglio come Miglior Corto alla prima edizione del Long Story Short Festival. Un racconto intimo e poetico sulle relazioni umane.
Lo scorso 10 luglio si è conclusa la prima edizione del Long Story Short, nuovo contest riminese di CDL dedicato alla scrittura e produzione di cortometraggi nella città di Rimini, nell’arco di 4 giorni: dal 24 al 28 giugno.
Una vera e propria corsa contro il tempo per le sette troupe chiamate a confrontarsi con questa sfida dinamica e affascinante: dar vita a un cortometraggio curato in ogni sua singola componente, dalla regia al montaggio, dalla colonna sonora alla fotografia. Una gara che ha messo alla prova la creatività, la capacità tecnica e lo spirito di collaborazione dei giovani componenti di ciascun team.
L’obiettivo del Festival, chiaro fin da questa prima edizione, è stato quello di dare la possibilità ai tanti e talentuosi giovani di mettere in pratica le loro idee, la loro tecnica e la loro personalissima visione dell’arte cinematografica. Con la città di Rimini come teatro di questo intrigante laboratorio.
Le troupe, infatti, si sono cimentate in un viaggio artistico lungo un’immaginaria rete metropolitana di Rimini, articolata su tre linee (Ciano, Magenta e Gialla) con le proprie fermate e i propri Capolinea. Ciascuno corrispondente a una tematica di riferimento e a tre generi cinematografici diversi. Una sfida entusiasmante che, radicata nel cuore della città, ha portato alla realizzazione di sette cortometraggi diversi tra loro, ma ugualmente affascinanti.
Tra questi troviamo Path, realizzato dalla troupe della Squadra dei Falchi, premiato nella serata del 10 luglio al Cinema Tiberio con il riconoscimento più ambito, quello del Miglior cortometraggio.

“Path”
Path, diretto da Lorenzo Muccioli, porta sullo schermo una storia semplice ma profondamente umana e di grande impatto: una riflessione sul nostro rapporto con gli oggetti ma, soprattutto, con le persone. Il cortometraggio riflette sulla difficoltà, sempre più evidente, di coltivare rapporti autentici e di condividere davvero il proprio tempo con gli altri. Uno smarrimento sociale dovuto anche alla crescente dipendenza nei confronti della tecnologia e dei media, che finiscono per sottrarci tempo ed energie, allontanandoci dai rapporti reali, che da secoli scandiscono la nostra umanità.
Nel film, seguiamo il peregrinare (apparentemente senza scopo) di una figura enigmatica, Path (interpretato da Enrico Battarra, menzionato anche per la sua prova attoriale). Il nostro protagonista possiede un armadio pieno di oggetti – alcuni dimenticati, altri abbandonati – a cui cerca di trovare una nuova collocazione, uno scopo. Per farlo, dovrà individuare la giusta persona a cui consegnarli. Ecco, allora, che il regista dà vita a un racconto umano, in bilico tra realtà e finzione, che rifugge qualsiasi tipo di spettacolarizzazione.
Gli oggetti donati da Path sono strumenti che portano con sé una storia: occasioni mancate, possibilità sprecate, legami da ricostruire. Un telecomando in grado di riavvolgere il tempo e di trasformare un confronto apatico tra due partner in un momento pieno di risate e spensieratezza; o un lucchetto che, una volta sbloccato, permette di creare relazioni, di costruire nuovi rapporti sociali. Sembrano elementi insignificanti, vuoti, ma capaci di cambiare la vita delle persone che li ricevono.

Il sentiero da percorrere
Path denuncia una chiara e preoccupante incapacità di comunicare. I personaggi che incontra il protagonista, sono aridi, distanti gli uni dagli altri. Persone che condividono lo stesso spazio, ma senza davvero parlarsi, senza davvero vedersi, alienate da silenzi e distrazioni tecnologiche, siano esse un televisore o un paio di cuffie. Ecco, allora, che il nome del protagonista assume un significato ben preciso. “Path”, in inglese, richiama infatti il sentiero, un percorso da seguire, verso noi stessi e verso gli altri. Una strada da percorrere per riavvicinarci all’altro, per prendere nuovamente possesso di ciò che ci rende davvero umani.
La pellicola della Squadra dei Falchi mette quindi in scena una realtà allarmante, potenzialmente fatale, ma mai davvero priva di speranza. Il corto avanza una critica verso la società dei consumi contemporanea, ma non perde la fiducia nei confronti dell’essenza umana.
Il risultato è un’opera poetica e intima, che invita a rallentare, a prenderci una pausa dai ritmi frenetici della vita, per riscoprire il valore dei rapporti genuini e umani con gli altri. Per riconnetterci con quel significato profondo che lega indissolubilmente tutti noi.
a cura di
Alessandro Michelozzi

