Il ritorno degli Opeth di mister Michael Akerfeldt (per gli amici, Michele) è stata letteralmente la quiete prima della tempesta. In grande spolvero anche gli americani Blood Incantation
Il meteo avvertiva: temporali attesi tra il tardo pomeriggio e la prima serata. Il meteo non si è smentito: non è accaduto nulla di tutto ciò. Questo significa che il timore via via è andato scemando e ha fatto spazio alla rassegnazione dei 32 gradi bolognesi alle 19:00, quando un nutrito numero di esseri umani dalle varie fattezze (ora canuti, ora giovini virgulti, ora allegra famigliola con t-shirt di Antrax, Opeth, Iron Maiden e Napalm Death) si sta appropinquando al palco del Sequoie Music Park per il ritorno degli Opeth del buon Michele, noto ai più come Mikael Åkerfeldt.
Si parte con garbo, come d’uopo per il galateo musicale
Una birra alla modica cifra di euro 7,20, un brindisi cordiale e la serata si avvia con gli americani Blood Incantation atti a presentare ben due brani nei loro 40 mituti di setlist. Due brani che in realtà sono due suite, “The Stargate” e “The Message”, che a loro volta compongono nell’interezza l’album del 2024 “Absolute Elsewhere”. Un piccolo gioiello di progressive death metal con virate quasi psichedeliche.
Due obelischi in polistirolo, un telo tra il fantascientifico e lo spichedelico e bordate di tecnicismi: tanto basta affinché i presenti possano gradire e godere l’offerta. Il piccolo pit è murato e il restante prato ha già un più che ragionevole numero di sommelier della musica.
Fa piacere per la band, se lo merita anche il cantante e chitarrista Paul Riedl, il quale si guadagna un plauso dal sottoscritto diventando a tutti gli effetti un personale punto di riferimento. Te lo prometto: prima o poi anche io prenderò coraggio e farò cresce i capelli a destra, sinistra e dietro. Per la possente alopecia centrale, madre natura mi sta aiutando senza particolari problemi.
Messeri, nobildame, è giunto il momento
Cambio palco silenzioso e rapido, ce ne accorgiamo solo perché sullo schermo centrale compare l’elegante logo degli Opeth. “Il teatro La Scala se le sogna queste cose” penso, mentre cerco di spiegare a un’amica come Paul Riedl sia diventato il mio punto di riferimento di eleganza e stile.
Il cielo è ancora limpido, qualche nuvola all’orizzonte non trasmette preoccupazione alcuna. Troppa luce, ma non c’è tempo per attendere Signora Tenebra: gli Opeth salgono sul palco, elegantemente di nero vestiti. Qualche accenno di saluto (sono educati, questi svedesi), un sorriso sotto i baffi e si parte per un viaggio verso l’eleganza e la baldanza: “§1” dall’ultimo album della band “The Last Will and Testament” scorre con piacevole godimento, seguita da “Heart In Hand” (proveniente da “In cauda venenum” del 2019) e poi un bel tuffo nel futuro: “Godhead’s Lament” direttamente da “Still Life”, anno 1999.
Parola d’ordine: rimanere eleganti, anche a fronte di una erezione e/o incontrollata lubrificazione
Durante un concerto degli Opeth è difficile pogare. Qui non stiamo facendo ironia: i momenti di pogo sono rari, il resto del concerto è attenzione, godimento interno e attesa per la prossima battuta di Akerfeldt su argomenti a caso. Anche perché come fai a pogare su “Windowpane”? Lì ci sarebbe solo da commuoversi e cercare di capire, dopo 33 anni, come diavolo faccia una band a passare da una delicatezza melanconica del genere a “The Grand Conjuration” così, con una naturalezza pari solo a quella del ruscello che lambisce le rocce in alta montagna, prima con dolcezza e qualche metro dopo con una irruenza sconsiderata.
A un certo punto qualcuno nella folla si è sentito male. Il buon Michele, mentre stava disquisendo su qualche pregevole minchiata, si ferma, capisce che c’è qualcosa che non va e prende tempo, mantenendo lo sguardo verso la folla.
“Stava svenendo. Ora è tutto ok? Bene. Mi sento uno di una boyband. Questo genere di cose succede alle boyband”
Mikael Åkerfeldt, vigilante del benessere comune
Una volta accertato dell’intervento della sicurezza, tutto torna alla normalità e si può procedere con “Demon Of The Fall”, giusto per riprendere fiato.
La classe non è acqua. Infatti non è piovuto
Gli Opeth del 2026 possono vantare la miglior formazione da quando Martin Lopez e Peter Lindgren abbandonarono la band. Sound robusto, preparazione tecnica notevole e un affiatamento invidiabili.
Menzione d’onore per il batterista Waltteri Vayrynen (classe 1994, un bambino rispetto agli altri membri): ha superato egregiamente l’esame “Deliverance”, dove non è facilissimo stare al passo coi cambi di tempo e di ritmo tra doppia cassa e quant’altro.
L’unico neo della serata non è dipeso dagli svedesi: soprattutto all’inizio, per un quarto d’ora buono i volumi provenienti dalle casse del Sequoie Music Park erano settati alla membro di segugio, per non dire alla cazzo di cane.
Durante il resto del concerto la situazione è migliorata, salvo qualche sporadico svarione (il basso che mandava in tilt il sistema audio facendolo “scoppiettare”, o momenti in cui improvvisamente la doppia cassa sovrastava quasi tutto il resto, salvo poi tornare tutto alla relativa decenza sonora).
Assistere al bis con “Deliverance” eseguita con goduria estrema e all’orizzonte lampi e folate di vento che via via si fanno sempre più insistenti è un rito pagano naturale. Si conclude così una serata lisergica e catartica, con Akerfeldt che ha sparato meno battute del solito ma sempre amabilmente idiote. L’ironia svedese deve essere patrimonio dell’umanità assieme alle battute storiche sui vecchi Cucciolone.
Torniamo alle auto con folate di vento a inimicarci la vista, la tipica polvere di cantiere bolognese addosso e un’unica uscita da imboccare. Nessun nervosismo, nemmeno quando qualcuno ha iniziato a suonare il clacson. Cosa diamine suoni se siamo tutti fermi, o messere delle lontane lande di Fanculonia?
Ohibò, perdonate il mio scivolone maleducato sul finale.
Setlist Opeth
- §1
- Hjärtat vet vad handen gör
- Godhead’s Lament
- §7
- The Devil’s Orchard
- Windowpane
- The Grand Conjuration
- Demon of the Fall
- §3
- You Suffer (Napalm Death cover)
- The Drapery Falls
- Hex Omega
Encore - Deliverance
a cura di
Andrea Mariano

