Le recensioni di Path e Emilio, due dei sette cortometraggi in concorso a Long Story Short, il nuovo contest riminese di CDL, protagonista dell’estate cinematografica locale
La prima edizione del contest riminese Long Story Short si avvia alla sua conclusione, con la serata finale in programma per domani, venerdì 10 luglio. Saranno dunque annunciati i vincitori al Cinema Tiberio a partire dalle ore 18.30 (qui per un approfondimento sulla premiazione).
I sette cortometraggi realizzati durante il contest saranno presentati al pubblico e i premi saranno conferiti ai vincitori di ogni categoria. Si concluderà con questo momento finale un percorso che ha messo alla prova creatività, capacità tecnica e spirito di collaborazione. Un’occasione per scoprire il risultato di un esperimento produttivo intenso e celebrare il lavoro dei giovani autori che hanno trasformato Rimini nella protagonista di storie molto diverse tra loro.
Last but not least, trovate in quest’articolo le recensioni degli ultimi due cortometraggi rimanenti: Path di Lorenzo Muccioli e Emilio di Luca Canerecci.
Path della Squadra dei Falchi (Francesca Maffei)
Path è il cortometraggio diretto da Lorenzo Muccioli, con la Squadra dei Falchi. Il film racconta di Path, personaggio quantomeno singolare, che ha un armadio in cui misteriosamente compaiono oggetti. La sua voce fuori campo ci racconta che non si tratta di oggetti qualunque, ma di cose dimenticate o buttate che in realtà non avevano ancora esaurito il loro scopo. Il lavoro di Path è semplice: trovare un posto a questi oggetti, darli a chi ne ha bisogno, ma forse non se ne rende conto.
Così, l’uomo vede una ragazza che compra una piantina e capisce che ciò di cui necessita è un telecomando in grado di riavvolgere il tempo e trasformare le litigate con il proprio fidanzato in momenti di risate. Allo stesso modo, la silenziosa solitudine di una fermata del pullman può diventare l’occasione per far nascere nuove amicizie, grazie a un lucchetto che riesce a sbloccare i confini dell’isolamento di tre sconosciuti.
Un cortometraggio dolce, con un’idea molto originale alla base: guardare con occhi nuovi qualcosa che sembrava aver perso significato e scoprire che può ancora avere un’utilità inaspettata.

La troupe che ha girato Path, la Squadra dei Falchi, ha intrapreso la linea magenta, dedicata al tema del contrasto. Nello specifico, ha scelto il genere distopico (per un approfondimento sulle linee e i temi del festival trovate qui un articolo dedicato).
In realtà, la messa in scena e la dolcezza del cortometraggio rimandano più al genere del realismo magico, che alla durezza tipica della distopia. Pur non mancando alcune critiche alla società contemporanea, il sentimento che attraversa il film è quello dell’ottimismo e della speranza riposta in chi continua ad amare il mondo.
Questa riflessione si sviluppa soprattutto attorno a due aspetti della società contemporanea: il primo riguarda il modo in cui diamo ogni cosa per scontata, fino a renderla dimenticabile. Quando ogni cosa è sostituibile, tutto diventa anche invisibile. In Path, oggetti su cui normalmente nessuno si sofferma acquistano una rilevanza nuova, accentuata dall’attenzione dei personaggi nei loro confronti.
A livello visivo, l’attenzione sugli oggetti è esaltata dal modo in cui vengono maneggiati dai personaggi: si instaura un collegamento diretto e tattile tra personaggi e oggetti.
In secondo luogo, emerge il tema delle connessioni umane. Tra i personaggi in scena, Path escluso, sembra esserci sempre distanza, fisica ed emotiva, almeno fino all’intervento del protagonista. Il cortometraggio mostra un mondo in cui si è sempre più soli insieme, persi ognuno nel proprio microcosmo. Un isolamento alimentato dalla tecnologia, che si tratti di un televisore o di un paio di cuffie.
Il punto è che, pur condividendo lo spazio, non c’è più una comunicazione autentica, come se una barriera invisibile separasse le persone senza un motivo apparente. Path (che giustamente richiama il termine inglese che indica il sentiero o la strada, fisica o meno) propone allora una via alternativa: un mondo in cui questa barriera viene valicata e ci si riconnette, grazie a quegli stessi oggetti che prima davamo per scontati.
Emilio della squadra Fawrs (Alessandro Michelozzi)
A un anno di distanza dalla morte del padre, Emilio si imbatte in tre ragazzi pericolosi, decisi a chiedergli 20.000 euro. Esattamente la stessa cifra che i tre avevano generosamente donato ad Emilio per le cure del padre. Trovandosi alle corde, il protagonista si vede costretto a fare i conti col proprio passato, ad affrontare una volta per tutte le conseguenze delle sue azioni. E il prezzo da pagare sarà molto alto.
Diretto da Luca Canarecci per Fawrs, Emilio è un cortometraggio che trova nella regia il suo principale punto di forza. Dinamico, teso e coinvolgente, il film accompagna lo spettatore all’interno di una lunga e pericolosa notte in cui il protagonista è costretto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte. Uno spunto narrativo non particolarmente originale, ma che viene valorizzato da una messa in scena solida, chiara e ambiziosa.

La scelta del piano sequenza rappresenta infatti il cuore dell’opera: il mezzo mediante cui il regista costruisce la tensione, permettendo allo spettatore di seguire ogni singolo passo del protagonista, senza perdersi nemmeno un suo respiro. La macchina da presa segue Emilio senza mai abbandonarlo, trasformando il suo peregrinare in una Rimini notturna in un’esperienza immersiva, e donando all’opera ancora più imprevedibilità. La regia, vorticosa e frenetica, ricorda titoli come il bellissimo Victoria di Sebastian Schipper, anch’esso girato completamente in piano sequenza e con cui Emilio condivide una natura febbrile e carica di tensione emotiva. Anche qui, infatti, il piano sequenza non è usato come semplice vezzo creativo, ma amplifica il coinvolgimento emotivo di chi lo guarda, rimanendone rapito all’interno dell’azione.
A sostenere questo importante ed efficiente sforzo registico contribuiscono le prove degli attori, credibili e mature, chiamati a confrontarsi con una modalità di ripresa che richiede precisione e costante attenzione.
Canarecci dimostra così una notevole consapevolezza del mezzo cinematografico, scegliendo di mettere la tecnica al servizio del racconto anziché trasformarla in un esercizio di stile. Sebbene il soggetto non presenti particolari spunti di originalità, Emilio convince per la capacità di mantenere costantemente alta la tensione e di coinvolgere lo spettatore dall’inizio alla fine. Un cortometraggio tecnicamente affascinante e narrativamente solido, in grado di tenere gli spettatori incollati allo schermo fino a un finale forse un po’ sbrigativo, ma sicuramente spiazzante e di grande impatto.
a cura di
Francesca Maffei
Alessandro Michelozzi

