Un villaggio costiero devastato da un terremoto. Le autorità che parlano di una misteriosa epidemia che sta trasformando gli abitanti in creature dall’aspetto mostruoso. Una quarantena che rende ancora più distante il mondo.
È da questa premessa che prende forma Il Mare Infetto di Kim Bo-young. Un breve romanzo horror che riesce a coniugare tensione, inquietudine e una profonda riflessione sulla natura umana.
A un primo sguardo, il libro sembra inserirsi nel filone del body horror. Ci sono corpi che mutano, contagi inspiegabili, trasformazioni raccapriccianti e un senso costante di degrado fisico. Tuttavia, Kim Bo-young non utilizza questi elementi solo come semplice esercizio di paura. Li rende strumenti per raccontare qualcosa di molto più universale. La domanda che attraversa tutta la narrazione è semplice e destabilizzante: chi sono davvero i mostri?
L’epidemia diventa così una metafora della paura del diverso e dell’esclusione. Racconta i meccanismi con cui una comunità decide chi merita di essere salvato e chi, invece, deve essere allontanato. Il romanzo riflette sui limiti dei nostri pregiudizi e sulla facilità con cui, di fronte all’ignoto, scegliamo di disumanizzare l’altro pur di sentirci al sicuro.
A rendere l’esperienza di lettura ancora più coinvolgente contribuisce l’atmosfera costruita dall’autrice. Il mare non è uno sfondo rassicurante, ma una presenza costante, umida e opprimente. L’odore di salsedine si mescola a quello del pesce marcio, mentre il paesaggio costiero assume contorni sempre più decadenti e soffocanti. L’ambientazione, dalle spiagge alle stanze delle case decanti, diventa quasi un personaggio. Questo amplifica ulteriormente il senso di isolamento e di inevitabilità che accompagna l’intera vicenda.
Le creature che popolano il romanzo, pur nella loro deformità, non sono mai semplici mostri. Al contrario, risultano tragiche, dolorosamente umane e spesso impossibili da dimenticare. È proprio questa ambiguità a rappresentare uno dei maggiori punti di forza dell’opera. Il lettore si trova continuamente a rimettere in discussione il proprio sguardo, fino a chiedersi dove risieda davvero l’orrore.
“Orribile, si” lo interruppi. “Gli abitanti di questo villaggio sono diventati ripugnanti. Però, non credo che le persone brutte siano per forza malvagie. Le due cose non sono correlate.”
Nonostante la sua brevità, Il Mare Infetto riesce a dare nuova vita a tematiche che potrebbero sembrare già ampiamente esplorate dalla narrativa horror. Epidemie, quarantene e mutazioni sono elementi che negli ultimi anni sono stati raccontati innumerevoli volte. Kim Bo-young li affronta però con una sensibilità originale, trasformandoli in uno strumento per riflettere sull’emarginazione, sulla paura collettiva e sulla fragilità delle nostre certezze. È difficile, inoltre, non cogliere quanto queste pagine risuonino con alcune esperienze recenti vissute a livello globale, rendendo il romanzo ancora più attuale e significativo.
Per me è il secondo romanzo che leggo di Kim Bo-young e, ancora una volta, la sua scrittura mi ha conquistata. Il ritmo è serrato, la narrazione procede senza dispersioni e riesce a mantenere viva la tensione dall’inizio alla fine. Pur trattandosi di un testo breve, lascia spazio a immagini potenti e a interrogativi che continuano ad accompagnare il lettore anche dopo aver chiuso il libro.
Il Mare Infetto dimostra come l’horror possa essere molto più di un genere dedicato alla paura. Quando è scritto con intelligenza, diventa uno specchio dei nostri timori più profonde e uno strumento capace di interrogare la società, mettendone in luce contraddizioni e fragilità.
a cura di
Andrea Romeo

