Sotto un sole giallo: la recensione di “Supergirl”

Il nuovo film di Craig Gillespie segue Kara Zor-El in un percorso di crescita che passa attraverso l’incontro con Ruthye e il rifiuto di una vita definita dal trauma, in un cinecomic classico ma emotivamente efficace. Da oggi, 25 giugno, al cinema.

Nei cinecomic il trauma è spesso un punto di partenza, ma ancora più spesso diventa una prospettiva totalizzante: una ferita da coltivare, un rancore da trasformare in identità. Supergirl sceglie invece una strada più semplice, classica e, proprio per questo, sorprendentemente controcorrente. Il nuovo film dedicato a Kara Zor-El, la cugina di Superman, racconta infatti un percorso di scoperta di sé, emancipandosi dalla vendetta e dall’ossessione per il passato attraverso la riscoperta della propria “umanità” (o, sarebbe il caso di dire, “kryptonianità”), della propria bontà e, in fin dei conti, della propria forza.

Ed è proprio in questa sensibilità per la fragilità che risiede la specificità di Supergirl: laddove l’immaginario supermaniano è tradizionalmente associato alla certezza morale e alla limpidezza dell’azione, Kara (interpretata da una ruvida e carismatica Milly Alcock) si sbarazza della questione in una battuta: “Ma mio cugino è un nerd!”. Anche il suo cagnolino Krypto chiarisce fin dalle prime inquadrature del film la distanza da quel modello, facendo la pipì su un giornale che ritrae la trionfalistica faccia di Clark Kent.

Supergirl di Craig Gillespie, nelle sale da oggi, 25 giugno, non cerca dunque di replicare un paradigma eroico già consolidato, ma di presentare una figura ancora frammentaria, costretta a confrontarsi con il peso del proprio passato tormentato prima di poter comprendere chi desidera essere… In una space opera di formazione, un road movie intergalattico tutto da scoprire che racchiude, dentro a una movimentata e turbolenta avventura cosmica, il racconto di una giovane donna impegnata a riconciliarsi con sé stessa e con gli altri.

Una space opera di formazione, un road movie intergalattico tutto da scoprire, kryptonianamente… super!

E sia chiaro, questa attenzione alla vulnerabilità non vuole certo proporre una soft girl kryptoniana: al contrario, la Kara Zor-El pensata da Gillespie e dalla sceneggiatrice Ana Nogueira – che si ispirano al fumetto Supergirl: la donna del domani (2022) – è una vera e propria rockstar rabbiosa e impetuosa, con una scorza d’acciaio e un profondo dolore da esorcizzare. Ma, soprattutto, nulla la può fermare dal proteggere ciò a cui tiene di più, in primis il suo fedelissimo Krypto.

Oltre la perdita

Kara vive sulla sua astronave – che assomiglia più a un disordinato van – ben lontana dalla Metropolis di Superman (David Corenswet), liquidando in fretta le varie videochiamate del cugino e vagando tra i vari pianeti dal sole rosso, per effetto del quale è una persona normale, senza superpoteri. Un luogo dove può quindi sentire gli effetti dell’alcol e sbronzarsi dalla mattina alla sera, narcotizzando così la sua sofferenza.

Il giorno del suo ventitreesimo compleanno – in cui, come al solito, l’unico a farle compagnia è Krypto – il suo destino si intreccia con quello di Ruthye (Eve Ridley), un’adolescente in cerca di vendetta per la morte della propria famiglia, che è stata sterminata da un gruppo di briganti interstellari capitanati dal brutale Krem (Matthias Schoenaerts). Nonostante Kara sia inizialmente molto riluttante dall’accettare le seccature dalla piccola e petulante Ruthye, le due finiranno presto per avere un obbiettivo comune: sconfiggere una volta per tutte il villain Krem.

Partiranno, così, insieme all’avventura, in una convivenza in partenza difficile, ma che rivelerà a poco a poco il valore dell’amicizia. E, infatti, è proprio nel rapporto con Ruthye che il film trova una delle sue dimensioni più interessanti: se, in superficie, la giovane aliena sembra assumere il ruolo della classica spalla da proteggere, ben presto diventa evidente come il suo percorso di vendetta finisca per riflettersi su quello di Kara, trasformandosi in uno specchio attraverso cui la protagonista è costretta a rileggere le proprie ferite.

Nel tentativo di guidare Ruthye lontano dall’ossessione che la consuma, Supergirl si ritrova a fare i conti con il proprio dolore irrisolto, comprendendo progressivamente quanto sia sterile continuare a vivere all’interno di una perdita che definisce ogni scelta e ogni relazione. È una dinamica che dona alla pellicola una sensibilità diversa rispetto alla tradizionale origin story supereroistica: qui non assistiamo semplicemente alla nascita di un’eroina, ma ad un processo di riconciliazione reciproca, in cui entrambe le protagoniste imparano che sopravvivere a una tragedia non significa necessariamente trasformarla nella propria identità.

L’ombra del mercenario

A fare da ulteriore contrappunto a questo percorso interviene anche Lobo, interpretato da Jason Momoa. L’attore possiede il physique du rôle perfetto per incarnare il celebre mercenario spaziale: spaccone, imprevedibile, sopra le righe quel tanto che basta per rubare la scena ad ogni apparizione.

Eppure, la pellicola sembra non sapere fino in fondo cosa farsene. Pur regalando alcuni momenti divertenti e contribuendo alla crescita di Ruthye attraverso un’improbabile funzione quasi educativa, il personaggio rimane infatti confinato ai margini del racconto, più come presenza iconica che da vera figura drammatica. Considerato il carisma che Momoa porta sullo schermo, viene naturale desiderare qualche scena in più, capace di approfondirne motivazioni e personalità, andando oltre il semplice ruolo di contraltare alle due protagoniste.

L’identità come riconciliazione

È però nel suo nucleo simbolico che Supergirl chiarisce davvero la propria idea di eroismo. Nei cinecomic contemporanei il trauma è spesso trattato come una condizione permanente, una ferita da custodire gelosamente perché unica fonte possibile di forza.

Qui accade l’opposto. L’identità non coincide con il dolore, e la crescita di Kara passa proprio attraverso il rifiuto di questa equazione. I suoi poteri, la sua capacità di agire e persino il suo rapporto con il mondo sembrano trovare nuovo vigore nel momento in cui smette di definirsi esclusivamente attraverso ciò che ha perso.

In questa prospettiva il sole giallo, da sempre elemento fondativo della mitologia kryptoniana, assume il valore di una metafora particolarmente eloquente: non una forza che arriva dall’esterno a salvarla, ma la manifestazione di un’energia che può emergere soltanto quando si accetta di guardare oltre il lutto e di riconciliarsi con sé stessi. È un’intuizione semplice, molto classica, ma proprio per questo capace di distinguersi, in un panorama spesso ossessionato dalla sofferenza come destino.

Un cinecomic classico, dalla sincerità emotiva disarmante

Supergirl non è un film particolarmente audace. Craig Gillespie sceglie una messa in scena solida e funzionale, senza cercare rivoluzioni formali o narrative, e alcuni passaggi risultano inevitabilmente prevedibili. Tuttavia, quando la spettacolarità cosmica lascia spazio ai conflitti interiori dei personaggi, il film riesce a trovare una sincerità emotiva che lo rende più interessante di quanto la sua struttura apparentemente convenzionale lasci immaginare.

In definitiva, dopo anni di supereroi tormentati, cinici o schiacciati dal peso delle proprie origini, Supergirl torna a raccontare qualcosa di sorprendentemente classico: la ricerca di sé stessi. Lo fa attraverso un racconto lineare, compatto e privo di particolari rivoluzioni narrative, ma sostenuto da una convinzione sincera nel valore della gentilezza come forza trasformativa. Ed è proprio lì, nelle sue intuizioni più semplici, che Supergirl trova i suoi momenti migliori.

a cura di
Flaminia Muzii

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