Cinema Ritrovato edizione XL giorno 3 – Dao, Theatre of Horrors: The Sordid Story of Paris’ Grand Guignol, Lenny


Per la terza giornata abbiamo in servo spadaccini mutilati in cerca di vendetta, teatri sanguinolenti e tristi comici di stand up in lotta contro la censura. Ce n’è per tutti i gusti.

Giunti alla terza giornata nel paradiso dei cinefili, le alte aspettative non accennano a scendere, tra le formidabili coreografie di combattimento in Dao, passando per il documentario sul teatro più macabro della storia, fino ad uno dei film simbolo degli anni ’70.

Dao (T. Hark, 1995)

Tra le figure più importanti della cosiddetta Golden Age del cinema di Hong Kong, Tsui Hark decide, con Dao, di portare a compimento una profonda rivoluzione del wuxiapian, il genere tradizionale che racconta di personaggi mitici ed eroi epici della tradizione cinese.

La storia di Dao si svolge tutta intorno ad una fonderia famosa per la qualità delle sue armi, che sorge in un non meglio precisato villaggio della Cina antica. Lo snodo, come spesso accade, trova il suo perno in una storia di morte e vendetta, con il giovane Ding’an (Vincent Zhao) deciso a ritrovare l’assassino del padre. 

Ma tra le peculiarità che rendono Dao un wuxia atipico, vi si trova anche un delicato triangolo amoroso con al centro Ling, figlia del capo fabbro, contesa proprio tra Ding’an e Tietou (Moses Chan), attraverso il quale i giovani protagonisti capiranno, loro malgrado, le uniche regole in grado di dominare il barbaro mondo, non troppo diverso dal nostro, messo in scena da Hark.

Il regista honkonghese decide di dialogare ad armi pari con la tradizione del cinema di genere cinese, in particolare con quello di King Hu, leggendario regista di Dragon Inn (1967) e The Valiant Ones (1975), e lo fa stravolgendone completamente lo stile. Le scene di azione di Dao sono crude e turbinose, piene di ellissi e improvvise accelerazioni narrative. 

Raramente la macchina si sofferma sulle scene salienti di questi scontri mirabolanti, preferendo rimanere attaccato ai volti dei combattenti per meglio enfatizzarne le emozioni e gli sforzi atletici. 

È inoltre possibile ritrovare in Dao una delle dinamiche più interessanti del cinema action, ovvero quella che vede il suo protagonista nel guerriero mutilato che deve imparare nuovamente a combattere nonostante (o sfruttando) la sua nuova disabilità fisica.

Nel wuxia, film come il trittico di The One Armed Swordsman (1967, 1969 e 1971), diretti da Zheng Che, rientrano perfettamente in questa definizione, i cui echi spaziano però dallo spaghetti western, ad esempio nel Django di Sergio Corbucci (1966), al cinema di samurai giapponese, come nella saga di Zatoichi, lo spadaccino cieco

Eletto da Quentin Tarantino nel 2009 come uno dei suoi film preferiti dei passati vent’anni, Dao è un film d’azione formidabile e maturo, che riesce al suo interno a combinare i diversi elementi di una forgia da fabbro: il fuoco della vendetta, l’acqua fluida dei combattimenti e l’acciaio della spada

Prosegue qua sotto, prima di parlare di uno dei più bei film di Bob Fosse, l’inserto sul Grand Guignol a cura della cara collega Claudia Camarda, esperta di horror e perfetta per portarci nei sotterranei di questo teatro del terrore.

Theatre of Horrors: The Sordid Story of Paris’ Grand Guignol (David Gregory, 2025)

Cinema Europa, ore 20.00. Da grande appassionata del genere horror mi sembrava impensabile saltare la proiezione di Theatre of Horrors: The Sordid Story of Paris’ Grand Guignol, documentario focalizzato sulla storia del Grand Guignol di Parigi. 

Per chi non ne avesse mai sentito nominare, si tratta di un teatro parigino che dal 1897 (stesso anno della pubblicazione di Dracula) al 1963 affascinò e spaventò i suoi spettatori con messe in scena orrorifiche e sanguinolente, caratterizzate da effetti speciali all’avanguardia. D’altronde il Grand Guignol deve essere inquadrato all’interno di una grande corrente del panorama culturale francese: il naturalismo.

In altre parole, gli spettacoli del Grand Guignol desideravano rappresentare gli orrori della vita in un modo assolutamente realistico e, soprattutto, privo di giudizio morale (ragion per cui, molto spesso, non era la “giustizia” a trionfare).

L’aspetto forse più interessante del documentario è la sua capacità di evidenziare l’enorme influenza del Grand Guignol sulla storia del genere horror. Per esempio, il sottogenere slasher, così come l’utilizzo del gore sono entrambi discendenti di questo tipo di teatro parigino: insomma, se oggi possiamo vedere al cinema film in cui parte del gusto è la creatività con cui un killer uccide le proprie vittime lo dobbiamo anche al Grand Guignol. Allo stesso tempo, però, nonostante la sua enorme rilevanza, si tratta una realtà tendenzialmente dimenticata da buona parte delle persone. Di più, la sede storica di Parigi ad oggi non conserva nemmeno tracce vaghe di questo suo passato. 

Cancellato dall’evoluzione di quello stesso cinema che, in primis, ha influenzato, il Grand Guignol merita dunque di essere riscoperto. Personalmente, spero che questo documentario contribuisca, anche solo un poco, a restituirgli la sua vecchia gloria.

Lenny (B. Fosse, 1974)

Se Roger Corman, che aveva vissuto in prima persona il mondo beatnik decidendo di ambientarci alcuni film, era stato in grado di coglierne i suoi elementi più distorti, Bob Fosse, decidendo di girare un biopic sul grande comico beat Lenny Bruce, qui interpretato da un Dustin Hoffman in stato di grazia, compie un’intelligente operazione nostalgia, lontana però da ogni retorica. 

Sulla scia di film anni ’70 che reimmaginavano, problematizzandola, l’America del secondo dopoguerra, come The Last Picture Show (1971) di Peter Bogdanovich, Fosse racconta la vita del controverso stand up comedian Lenny Bruce per cercare nella sua opera le origini della Controcultura, il cui slancio nel 1974 stava già cominciando a scemare. 

Attraverso la forma di una finta intervista fatta alla madre (Jan Miner), alla moglie Honey (Valerie Perrin) e al suo agente Artie (Stanley Beck) prende vita una ricostruzione non lineare e frammentata della vita di Lenny. Complice anche il montaggio del grande Alan Heim che accompagna questo avanti e indietro tra le fasi della vita del comico, sovrapponendo passi biografici a pezzi dei suoi show, spesso collegati tematicamente. 

Conclude la forma un bianco e nero di rara bellezza, frutto dell’abilità di Bruce Surtees, che divide il film in tre diverse tonalità di B/W: un bianco molto brillante per le scene di stand up, una fotografia più documentaristica per le interviste e infine, per i flashback, una da noir anni ’50. 

Il personaggio di Lenny viene mostrato in tutte le sue contraddizioni, non risparmiando il travagliato rapporto con la moglie Honey e con le droghe, divenute tragicamente parte integrante della sua vita fin dal trasferimento in California. La sua brillante carriera, dagli sgangherati strip clubs delle origini fino al grande pubblico, viene mostrata come un’ascesa verso il sole del successo degna di un Icaro della risata, e ha trovato una drastica battuta d’arresto nella campagna di censura mossa dalla polizia e dai giudici contro i suoi spettacoli, considerati offensivi alla morale e scabrosi.

Proprio le parole, e il potere in loro insito, rappresentano il fulcro di questo biopic. Lenny, crociato della libertà d’espressione, era riuscito con i suoi spericoli a mettere in crisi la bigotta morale americana, mettendone in luce la profonda ipocrisia, e per questo era finito numerose volte in carcere dovendo affrontare molteplici processi. 

Strozzato da un’ingiustificata oppressione da parte dei gangli statali, Lenny non aveva mai perso il coraggio di portare avanti la sua guerra giusta fino all’ultimo, venendo consacrato nell’Olimpo dei comici-critici sociali.

a cura di
Tommaso Rubechini e Claudia Camarda

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