A quattro anni di distanza da Il Gatto con Gli Stivali 2, la stessa coppia di registi torna con L’isola dei Ricordi: un tripudio creativo e di sperimentazione visiva che attinge pienamente dal foklore filippino e alza l’asticella a un nuovo standard in casa DreamWorks.
La DreamWorks Animation sta vivendo una nuova età dell’oro: quattro anni fa Il Gatto con Gli Stivali 2 aveva sorpreso il mondo intero, un sequel che nessuno si aspettava dopo così tanti anni, con un estro artistico senza pari e una maturità notevole per i temi trattati. Nello stesso arco di tempo abbiamo avuto anche i due Troppo Cattivi (2022-2025), Il Robot Selvaggio (2024), Dog Man (2025), tutta una serie di titoli riusciti e dall’elevatissimo valore artistico, che giustamente prendevano come modello di riferimento quanto fatto in casa Sony con i due Spider-verse (2018-2023).
Fin dai primi trailer L’isola dei Ricordi si dimostrava essere l’ennesimo progetto promettente e se a ciò si aggiunge che alla regia ci sarebbero stati Januel Mercardo e Joel Crawford, gli stessi de Il gatto con gli stivali 2, l’aspettativa era alle stelle. Dopo la proiezione allo scorso Annecy il sentore sembrava confermarsi: si parlava del film solo in termini entusiastici. Giunti al 24 settembre il film finalmente arriva nei nostri schermi con Universal e la domanda a questo punto giunge: ci avrà soddisfatti?

La trama
Filippine. Jo e Raissa sono amiche fin dall’infanzia, ma dopo il diploma le loro strade sembra stiano per separarsi. Durante la loro ultima notte insieme, le due si imbattono in un portale che le trasportano sull’isola fantastica di Nakali, un luogo magico popolato da creature folkloristiche di cui hanno sempre sentito parlare dalla nonna di Jo.
Le due si risvegliano la mattina seguente prive dei loro ricordi e in compagnia di Raww, un bizzarro licantropo-cane che pare abbia passato con loro una folle notte di spericolare avventure. Presto scoprono che dovranno affrontare la pericolosissima Manananggal che dà loro la caccia e pagare al demone Batiba un oneroso prezzo per tornare a casa: il ricordo della loro amicizia. Jo e Raissa devono così trovare un modo per potersene andare senza doversi dimenticare l’una dell’altra.

Una notte da leonesse
Sì. Senza girarci intorno, la premessa è proprio quella di Una notte da leoni (2009) e già questo basta per capire come ci si trovi su traiettorie completamente diverse dai canonici film d’animazione delle grandi major. Il film ci porta, infatti, in un’avventura vertiginosa dalle nobili intenzioni – su temi che riguardano l’amicizia, la famiglia, le scelte di vita, i ricordi, – ma che di fatto si traducono in una montagna russa di incontri, scontri, conoscenze, incidenti, fughe, equivoci, dove le due protagoniste sono sempre al centro assoluto della vicenda, così come lo è il loro rapporto, anche se al loro fianco si aggiungono progressivamente sempre più improbabili creature fuori da ogni possibile canone narrativo. Seguendo lo spirito dissacratorio del film potremmo definire questa nuova frenetica e schizzata fatica DreamWorks come un Paura e Delirio nelle Filippine.
Lo studio dei due personaggi principali è funzionalissimo in questo: Jo è il tipico tornado traboccante di energia sempre pronta a far festa e pronta a trascinare chiunque nell’avventura più spericolata; Raissa invece è molto più pacata, razionale, riflessiva e crescendo ha iniziato a diventare sempre più cauta prima di gettarsi a capofitto in certe pazzie. Eppure, insieme sono perfettamente complementari e a metterlo alla prova è il momento in cui il film assume più il carattere del mistery e le due devono far fronte comune per tornare sui loro passi e ricostruire la vicenda della notte passata.

Rimanere stupefatti da un immaginario da noi inedito
I registi e sceneggiatori del film Joel Crawford e Januel Mercado (che collaborano in DreamWorks da ormai 15 anni) hanno realmente un profondo legame con le Filippine: la moglie di Crawford è filippina e Mercado è filippino-americano. Perciò, quando i due hanno avuto l’opportunità di lavorare su un progetto originale è venuto naturale che decidessero di realizzarne uno che avesse le proprie radici su un immaginario che era loro profondamente caro e che andasse ben oltre la semplice influenza.
E questo è in assoluto l’aspetto più sorprendente de L’isola dei Ricordi: poter vivere un’avventura in un ambiente folkloristico così sfaccettato e ricco che per noi è qualcosa di totalmente inedito e perlopiù sconosciuto, per il mondo dell’animazione poi, del tutto inesplorato. Poter immergerci in un mondo esotico che conta una varietà così ampia di creature mai viste, sistemi magici, leggende, amuleti, ci mette nella condizione di essere totalmente impreparati a tutto ciò che verrà e non riuscire mai a intercettare quali saranno i prossimi incontri che scardineranno tutto.
A Nakali ci si imbate in Aswang (la versione filippina di creature mutaforma) di tutti i tipi e stazze: come guerrieri fungo, vampire, uomini pesce, personaggi di volta in volta sempre più bizzarri e con spesso un irresistibile sapore queer. Tutte presenze che rendono questi luoghi ricchissimi e brulicanti di vita, di cui vorremmo conoscere molto di più. Danno nel complesso proprio l’idea di star assistendo a una grande epopea fantasy ma sotto allucinogeni, vista dagli occhi di due irrefrenabili amiche che insieme sono capaci di sconvolgere un’intero ecosistema tutto in una notte.

Una direzione artistica sorprendente
Le ultime pellicole DreamWorks avevano già dimostrato una rinnovata volontà di sperimentare con tecniche e stili diversi per la direzione artistica: avevano abbandonato del tutto le ricerca del fotorealismo levigato e senza sbavature, a favore della totale anarchia. Ora 3D, 2D, texture fumettose, pennellate, iniziavano tutte ad amalgamarsi creando uno stile unico per ogni film, imparando e assimilando ben presto quanto aveva fatto Sony con gli Spider-verse.
Non a caso anche in questo caso, il sopracitato titolo è sempre quello che viene più in mente durante la visione: è l’unico possibile paragone perché DreamWorks non aveva mai alzato l’asticella a un livello così alto, tale che da questo momento sarebbe impossibile tirarsi indietro. E pensare che la realizzazione del film sia iniziata solo l’anno scorso rende il tutto ancora più sbalorditivo.

Le contaminazioni presenti ne L’Isola dei Ricordi sono veramente innumerevoli e impossibili da scovar tutte, in primis proprio per la massiccia presenza di tutte quelle che riguardano l’immaginario filippino.
Sappiamo poi che, come accaduto per Troppo Cattivi 2, anche qui la stessa Sony ha collaborato proprio alle animazioni e così il film è diventato un vero e proprio laboratorio di sperimentazione: disegni imperfetti, occhi super stilizzati come negli anime, baloon fumettistici, texture di tutti i tipi si alternano senza sosta. Talmente tanti che a occhio nudo è quasi impossibile riuscire a star dietro alle infinite trovate registiche senza perdersi tutti i piccoli dettagli. Se a ciò si aggiunge che la regia catapulta lo spettatore in un turbinio continuo di colori psicheledici, inquadrature messi in punti macchina impossibili, grandangoli continui e sequenze action al cardiopalma, è del tutto impossibile non rimanerne sconvolti.

Uno studio d’animazione filippino coinvolto
Vitale è stato che i registi avessero piena conoscenza dell’immaginario a cui stavano attingendo, perché infatti quello che non si percepisce mai è l’idea di star assistendo a una caricatura locale, a un’approssimazione o peggio a un’appropriazione culturale fatta dall’occidente. Al contrario, anche nella direzione artistica c’è grande influenza dell’arte locale e si percepisce tutta le dedizione con cui i registi vogliono mettere questa grande rappresentazione del paese, come fosse un manifesto al mondo intero di questa ricchezza culturale tutta da scoprire.

Totalmente impreviste poi anche le incursioni di queste folli sezioni flashback che alternano stili d’animazione alla Dragon Ball o a videogiochi come Street Fighter, tutte animate dallo studio filippino Snipple Animation di Manila, che hanno dato un contributo enorme e aggiunto al film tra le sequenze più divertenti e ispirate. Si amalgamano perfettamente nell’isteria e nel caos anarchico di una narrazione perennemente incontenibile su dei binari fissi.
Considerazioni finali
Se c’è un difetto che è ascrivibile a L’Isola dei Ricordi è proprio la sua irrequietezza e voglia di non fermarsi mai, che rischia a tratti di essere un’arma a doppio taglio: come accaduto recentemente anche con produzioni come Zootropolis 2 o Ne Zha 2. Avere un ritmo così indiavolato finisce a volte per causare l’effetto opposto e appesantire troppo la narrazione, lì dove a volte sarebbero stati necessari più momenti distensivi, anche solo per assimilare meglio i vari passaggi tra gli avvenimenti o empatizzare maggiormente con le protagoniste.
Per il resto, ritrovarsi di fronte una produzione così importante, che ha dietro una visione così libera e anarchica dell’animazione come linguaggio e non la incasella nei soliti schemi narrativi, è quanto di più lodevole si potesse desiderare.
L’isola dei Ricordi in fondo parla di quanto crescere significhi prendere a volte direzioni diverse e quanto questo a volte comporti lasciarsi delle persone alle spalle. Nulla che non sia mai stato trattato, nel campo animato basti pensare ai vari Toy Story. Eppure lo fa con un linguaggio talmente sagace, fresco, ispirato, da riuscire davvero a fare breccia in tutti. E il film non manca mai l’occasione di divertire e stuzzicare anche i più grandi (le citazioni a Predator tra tutte).

Ed è davvero un limite culturale l’aver scelto un setting così poco conosciuto per noi? Tutt’altro. La scelta dei luoghi si rivela molto più che una semplice ispirazione esotica, ma come un legame profondo con una storia che si percepisce come sentita dai registi. Come un’ode d’amore alla propria terra. Talmente riuscita da rendere L’Isola dei Ricordi di una valenza universale a cui è impossibile rimanere indifferenti.
a cura di
Alfonso La Manna

