Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, edito da Einaudi, è ufficialmente entrato nella rosa dei sei finalisti al Premio Strega 2026. Non aspettatevi una lettura confortevole: questo libro è un viaggio senza fermate e senza filtri, un memoir coraggioso in cui il percorso della malattia psichica e delle cartelle cliniche si confonde con una realtà ovattata, ritmata dall’uso (e abuso) di farmaci.
L’autore si racconta con un’autenticità disarmante, lasciando emergere tutta la fatica, la paura e il dolore che i disturbi mentali portano con sé, sia per chi li vive sulla propria pelle, sia per chi resta al loro fianco.
“Mi chiamo Alcide Pierantozzi e sono un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido”
Dalle difficoltà scolastiche alla diagnosi

Le radici del malessere affondano nel periodo della scuola. Le difficoltà di Alcide si manifestano presto nel rapporto con gli insegnanti e con difficoltà in tutte le materie, eccetto l’italiano e in un’autostima che crolla progressivamente. Dopo una doppia bocciatura, Pierantozzi conclude il liceo in un istituto di recupero anni, per poi scegliere la facoltà di filosofia all’università: una mossa strategica “per non permettere a nessun professore di mettere becco in quello che stava diventando la sua ragione di vita: la letteratura”.
La svolta, drammatica e chiarificatrice, arriva con la visita dal Dottor Malvestio, uno psichiatra omosessuale scelto dall’autore alla ricerca di una maggiore empatia. La diagnosi è un verdetto durissimo da accettare: spettro autistico, bipolarismo e forti tendenze psicotiche. Un quadro clinico complesso, esasperato dall’abuso di alcol e droghe mescolati ai farmaci psichiatrici.
Lo sbilico: scrivere per non cadere nel vuoto
Scritto in prima persona, Lo sbilico trascina il lettore in una realtà in cui non ci si sente mai al sicuro. Le allucinazioni e i pensieri intrusivi possono arrivare in qualsiasi momento; nulla ha una collocazione certa, nemmeno le parti del corpo. In questo caos mentale, esiste un unico punto fermo: la parola.
La scrittura diventa un’ancora: attraverso la costruzione delle frasi la realtà si ricompone e i pensieri si allineano, anche se solo per il tempo della scrittura.
Le medicine sono vissute contemporaneamente come una panacea e una condanna. Se da un lato aiutano a contenere i disturbi, dall’altro creano effetti collaterali limitanti, in un circolo vizioso in cui l’autismo si somma al disturbo psichiatrico.
Lo sbilico: il ruolo della famiglia e il peso della malattia
Vivere “lo sbilico” significa stare al mondo sul filo di un precipizio, ogni singolo giorno. In questo scenario, l’unica figura capace di arginare le crisi dell’autore è la madre, una presenza fondamentale ma inevitabilmente schiacciata dal peso della situazione.
“La mia mamma: quanta libertà e quanta vita le ho sottratto, con quale giogo l’ho caricata…”
Pierantozzi descrive con lucidità spietata la forza della malattia, capace di esprimersi attraverso parole “cattive” ed esagerate. Sentimenti incontrollati che escono per ferire, ma che non rispecchiano il vero pensiero dell’autore, bensì il suo essere “posseduto” da qualcosa di immisurabile che ogni volta lo sovrasta fino a far rompere gli argini.
Analisi e temi chiave del libro di Pierantozzi
Dalla lettura di questo straordinario memoir emergono, secondo me, due riflessioni cruciali: la prima riguarda l’inadeguatezza del sistema scolastico. Il libro evidenzia quanto la scuola sia spesso impreparata di fronte alla neurodivergenza e alle fragilità psichiche. La decisione di un insegnante può segnare la vita di un ragazzo: nel caso di Pierantozzi, la bocciatura in terza superiore ha rischiato di essere la goccia capace di far traboccare il vaso. Fortunatamente, il suo amore viscerale per la letteratura ha aperto un varco di salvezza, proteggendo un talento che la scuola avrebbe dovuto valorizzare fin dal principio.
E anche sul tema della solitudine dei caregiver. L’opera accende un riflettore necessario sui genitori di figli con gravi diagnosi psichiatriche. Famiglie spesso lasciate sole a gestire crisi devastanti, dove basta una minima distrazione o la stanchezza accumulate a far crollare un equilibrio già precario.
Perché leggere Lo sbilico
Quello descritto da Alcide Pierantozzi è un mondo fragilissimo, costantemente in bilico, che lascia il lettore senza forze ma arricchito. L’autore ci fa un regalo immenso: la possibilità di vedere e sentire ciò che prova chi vive in questa condizione, permettendoci di entrare nella sua mente e comprendere, anche solo per un istante, cosa significhi abitare sull’orlo del precipizio.
Consiglio la lettura a tutti: è un libro necessario, un’opera che toglie il fiato e che arricchisce Il panorama letterario italiano di una voce potente e destabilizzante.
a cura di
Anna Francesca Perrone

