La recensione di “Ricchi… da morire – Delitti in famiglia”: in un mondo perfetto sarebbe finita diversamente

Tra black comedy e satira del privilegio, il film di John Patton Ford aggiorna il classico di Robert Hamer in chiave contemporanea, interrogando il rapporto tra ambizione individuale e potere economico. Da oggi 17 giugno al cinema.

“In un mondo perfetto sarebbe finita diversamente”: è la frase che riassume al meglio il cinismo e il determinismo materialistico dell’universo di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia (nelle sale da oggi, 17 giugno), in un finale a sorpresa che, pur nell’humour nero che sottende al film, lascia una nota amara in bocca: lo strapotere economico spadroneggia grazie alla sua insopprimibile capacità di perpetuarsi, anche quando sembrerebbe essere stato sconfitto una volta per tutte.

John Patton Ford aveva esordito alla regia nel 2022 con l’ottimo I crimini di Emily, che sembrava fatto su misura per il talento di Aubrey Plaza. Adesso, il suo ritorno sul grande schermo viene effigiato dal volto ambiguamente classicheggiante di Glen Powell; una scelta, tra l’altro, ideale per mettere in scena un remake del celebre Sangue blu di Robert Hamer, una commedia nera del 1949 fatta di omicidi, aristocratici insopportabili e vendette servite con impeccabile eleganza britannica.

Ripercorrere le orme di un classico del cinema è sempre un’operazione rischiosa, poiché il confronto con la purezza dell’originale è del resto inevitabile. Ma Ricchi… da morire dimostra come, con i dovuti aggiornamenti, un congegno narrativo ben costruito possa funzionare ancora oggi. Perché, se è pur vero che il soggetto è ripreso da un’altra pellicola, non è affatto scontato riuscire a restituire il racconto nell’attualità in tutta la sua ferrea tenuta.

La trama

Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace: tutto ha inizio in un carcere, dove un detenuto sta aspettando che per lui si compia, di lì a poche ore, la pena capitale. Un prete viene mandato da lui, come da consuetudine, per officiare gli estremi sacramenti, ma si ritroverà invece ad ascoltarne la personale versione dei fatti che lo avrebbero – a detta sua ingiustamente – portato lì. Il condannato a morte Becket Redfellow, interpretato da Powell, inizia così il suo tutt’altro che ordinario memoir.

Il destino di Becket è segnato fin dalla nascita. Viene alla luce da una giovanissima rampolla della – oscenamente ricca – dinastia dei Redfellow, che tuttavia viene rinnegata proprio per aver scelto di tenere il figlio di uno squattrinato musicista. Costretto a un’esistenza inaccettabilmente comune, il piccolo Redfellow può solo… crescere aspettando che tutti gli altri eredi passino a miglior vita, per poter mettere finalmente le mani sulla fortuna che gli spetterebbe di diritto.

Tuttavia, gli anni scorrono, e… ancora nessun morto. L’uomo lavora adesso in un negozio di camicie, nel quale un giorno entra per caso il suo amore d’infanzia, la snobissima e aristocratica Julia – interpretata da una magnetica Margaret Qualley. L’incontro con Julia rinverdisce la sua più sfrenata ambizione: sette Redfellow lo separano dall’eredità e, se non ci pensa la natura, sarà allora lui a toglierli di mezzo personalmente uno ad uno.

Ricchi, schifosamente ricchi

Con l’omaggio a Sangue blu Ford si inserisce nella tradizione della black comedy. Anche se, più che di una commedia, si può parlare in questo caso di una satira razionale che, a tratti, si limita alla fredda constatazione di quanto siano schifosamente ricchi… i ricchi. Becket, infatti, nel suo tentativo di emancipazione non vuole sovvertire, ma identificarsi con il potere, pur rappresentato da personaggi beffardamente caricaturali.

Ricchi… da morire si affida non a caso a un robusto cast secondario, capace di dare corpo all’intrecciato microcosmo di privilegi che anima il film dall’inizio fino all’ultimo atto. Ed Harris impersona il truce patriarca dei Redfellow, una presenza austera e quasi monumentale in grado anche di apportare un tocco thriller alla vicenda. Memorabile è poi il personaggio di Steven, interpretato da Topher Grace, un invasato pastore evangelico affiliato alla criminalità organizzata.

Zach Woods, nei panni del cugino artistoide di Becket, porta invece in scena il suo consueto talento per l’assurdo e il registro deadpan, aggiungendo leggerezza ai momenti più grotteschi. Bill Camp, dal canto suo, si conferma uno di quegli interpreti caratteristi capaci di impreziosire ogni inquadratura con poche, calibratissime sfumature, nell’interpretazione dello zio “buono” e generoso.

Si può veder echeggiare in Becket/Powell il fantasma di Patrick Bateman (con cui l’attore si era già confrontato, per certi aspetti, in Hitman di Richard Linklater). Se però Becket manca, pur nella sequela omicida, del sadismo di Bateman, ad accomunare questi due assassini del tardo capitalismo è la loro perversione terminale del mito americano dell’uomo nuovo – o del self-made man – capace di reinventarsi crimine dopo crimine, un po’ per sopravvivenza e un po’ per ritualità catartica, in parallelo con la capacità eternamente autorigenerante del potere del denaro.

Questa potenza vitale corrotta e morbosa è simboleggiata dal fascino viziato e altezzoso di Julia, una presenza decadentemente eterea che aleggia per tutto il film comparendo come il diavoletto sulla spalla di Becket e spingendolo a portare fino in fondo la sua “missione”, anche quando lui non vorrebbe.
Anche quando si sentirebbe già soddisfatto con quello che ha.

Ambizione vs. normalità

Nel film si avverte infatti anche un’altra tensione. Quella tra due modelli di vita, entrambi incarnati da personaggi femminili: da una parte Julia, lo “spettro del passato” che vuole spingere Becket verso la ricchezza sfrenata e insaziabile; dall’altra il suo amore dell’età adulta, la dolce ed essenziale Ruth (Jessica Henwick), che lo attira invece verso un’esistenza normale, dove l’ambizione economica senza fine è limitata da un sano buon senso.

L’opposizione duale tra Julia e Ruth, una demoniaca e l’altra angelicata, risulta un espediente narrativo appiattente e ormai stantio. Da qui hanno origine gli unici momenti di stanca di una sceneggiatura altrimenti del tutto convincente e solida. Nel suo complesso, il film funziona con grande coerenza, ma è proprio in questa contrapposizione così netta che la scrittura mostra alcuni limiti.

Questa costruzione polarizzata dei personaggi femminili contribuisce in realtà, seppur indirettamente, a rafforzare la struttura ideologica del racconto. La loro antitesi, più simbolica che realmente dialettica, si inscrive infatti in un universo pervaso da una logica di potere schiacciante, difficilmente scardinabile. È proprio in questo assetto che Ricchi… da morire, pur nella solidità del suo congegno e nell’efficacia del tono satirico mutuate da Sangue blu, rivela la sua cifra più marcatamente contemporanea rispetto al film precedente: la progressiva erosione di un’idea di esternità rispetto al sistema economico.

Il denaro non si configura, infatti, soltanto come oggetto di contesa, ma come principio organizzatore dell’esperienza stessa, entro cui anche le possibilità di sottrazione o di deviazione finiscono per assumere la forma di varianti interne, senza mai mettere realmente in discussione l’architettura complessiva del potere. Ed è forse proprio in questa impossibilità di immaginare un “fuori“, un’alternativa al potere economico che il film lascia il suo segno più persistente.

a cura di
Flaminia Muzii

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