Mother Mary: la recensione in anteprima del nuovo film di David Lowery

David Lowery torna in A24 con Mother Mary, tra estetica pop, impianti teatrali e tensioni psicologiche: un film visivamente potente che però fatica a trovare una direzione narrativa solida e lascia emergere tutti i limiti di una sceneggiatura esile.

David Lowery è un regista che negli ultimi anni si è ben distinto nella scuderia di A24 come uno dei loro cineasti più talentuosi e promettenti. Ha ottenuto l’attenzione nel panorama dell’horror con il suo Storia di un fantasma (2017), racconto malinconico sul tempo e sulla perdita, per poi passare a Old Man & the Gun (2018), una crime story che rifletteva sulla vecchiaia, per poi conquistare molta più notorietà con il dark fantasy Sir Gawain e il Cavaliere Verde (2021), coming of age cavalleresco, tutto basato sull’attesa, di un destino segnato fin dalla partenza.

Nonostante il regista abbia ben presto dimostrato una certa ecletticità, lavorando per diverse produzioni Disney tra film e serie tv, è sempre con A24 che ha proposto i suoi lavori più stimolanti, oltre che registicamente notevoli, e ha iniziato soprattutto a delineare certi elementi di ricorrenza, come appunto un forte interesse a porre una particolare attenzione sulle dinamiche temporali dei suoi racconti.

Con Mother Mary, in uscita in Italia con I Wonder Pictures il 14 maggio, il regista statunitense tenta questa volta di esplorare una diversa dimensione: il mondo glamour delle popstar, con Anne Hathaway a interpretare l’omonimo personaggio, in questo 2026 cinematografico che sembra voler dominare a tutti i costi.

Ci troviamo stavolta di fronte o meno al film che promuove Lowery come autore a tutti gli effetti?

La trama

Mother Mary è una popstar di fama mondiale che da oltre dieci anni vive lontana dai riflettori e dai grandi palchi. Nel tentativo di rilanciare la propria carriera con un nuovo tour, decide di chiedere aiuto a Sam, ex migliore amica e costumista che in passato aveva contribuito a costruire la sua immagine pubblica.

Dopo la loro rottura, però, le due hanno preso strade diverse: Sam è riuscita a costruirsi una vita e una carriera lontano dall’ombra della cantante, mentre Mary è rimasta intrappolata nel peso della propria figura pubblica.

Il loro incontro riapre vecchie ferite mai davvero guarite e costringe entrambe a confrontarsi con il rapporto che le aveva unite anni prima.

Il mondo delle popstar visto da Lowery

Mother Mary vuole indagare le dinamiche del mondo pop e, proprio per questo, Lowery racconta queste sequenze chiave come fossero veri e propri concerti performati da Anne Hathaway, costruendo sequenze talmente vere che sembra di vedere la star nei panni di una Beyoncé del caso.

Questi momenti sono in realtà le scene che intervallano i lunghi monologhi tra le due protagoniste, che finiscono quasi per trasformare il film in una sorta di pièce teatrale divisa in capitoli in cui la coppia deve confrontarsi per giungere a una quadra.

Mother Mary, man mano, acquisisce sempre più connotati oscuri, e l’elemento paranormale diventa metafora del rapporto tra le due protagoniste, ma il film fatica a trovare una dimensione tra dramma, horror, e puro film musicale, perdendo progressivamente un senso di coesione generale.

Lowery non sceglie mai davvero una direzione narrativa chiara tra la decostruzione del mondo dello star system – come potevano fare il The Neon Demon di Refn (in modo concettuale) o il recente The Substance della Fargeat (che sceglieva un linguaggio molto più diretto) – oppure il semplice racconto di puro dramma del rapporto di subordinazione tra le due protagoniste.

La sensazione è che il film rimanga intrappolato in uno strano limbo, dove i personaggi parlano a lungo senza però rivelare mai qualcosa che li faccia davvero uscire dalla loro bidimensionalità. Anche nei momenti in cui il film prova a scavare nel loro dolore e nel loro rapporto, le due protagoniste continuano a risultare distanti, estranee e difficili da empatizzare.

Grande impatto visivo, ma una storia poco incisiva

Nelle sequenze che seguono e intervallano i lunghi confronti tra la diva e la sua ex compagna, la regia costruisce scene ipnotiche e sorprendenti, con piani sequenza che seguono i personaggi lungo set che si trasformano durante la scena stessa, oppure attraverso transizioni particolarmente notevoli, soprattutto nei momenti in cui le due assistono ai propri ricordi, scegliendo una soluzione simile al Millennium Actress di Satoshi Kon (2001) appena visto nelle sale italiane.

La buona regia e il grande impianto visivo di Lowery, però, non riescono a sopperire a un soggetto troppo debole e risibile per sostenere l’intero arco della pellicola, e la sensazione finale è quella di ritrovarsi a chiedere se non sia troppo poco quello che Mother Mary tenta di imbastire.

Il film si poggia su un’idea già di per sé furba, cioè quella di reggersi su un’estetica forte e su un ambiente narrativo intrigante come quello delle popstar. Ma anche prodotti senza grandi pretese come K-Pop: Demon Hunters avevano costruito un intreccio più convincente, oppure il Trap di Shyamalan che lo usava come sfondo di un thriller puro. O ancora la miniserie Sciame (2023) che era riuscita molto meglio a ritrarre in modo oscuro e cupo il reame della musica, sfruttando quell’ambiente per creare un setting da horror psicologico con un’idea più stratificata.

Quando la confezione intrigante non basta

Quello che manca a Mother Mary è lo sviluppo di una sceneggiatura forte, capace di far immedesimare davvero nella crepa tra le due protagoniste e nel dolore che le divide. Perché tutto sembra allestito in fretta solo per dare un contesto alla voglia di Lowery di cimentarsi nella costruzioni di grandi visual e inquadrature d’impatto, senza che dietro ci sia una idea strutturata di storia.

Non mancano le ricorrenti scene surreali e grottesche ormai quasi prevedibili e garantite delle produzioni A24, troppo sistematiche e programmate per riuscire davvero a sorprendere gli spettatori ormai abituati alle loro produzioni recenti. Ciò che inizia a farsi evidente, soprattutto per chi resta al passo con tutte le loro uscite legate all’horror, è che la casa cinematografica stia iniziando a ripetere dei pattern e delle soluzioni narrative sempre più simili di produzione in produzione, facendo eccezione di quelle affidati ai loro autori migliori.

Conclusioni

Visivamente memorabile e di grande impatto. Ma, tolto lo stupore per le belle immagini, ben poco riesce davvero a sedimentarsi nella memoria. Si assiste come a un primo lungo atto di costruzione che però non va oltre il superficiale, che conduce in fretta a un finale troppo generico.

Per David Lowery è un risultato troppo altalenante, soprattutto considerando che, tralasciando incursioni lavorative più commerciali, sta costruendo una filmografia variegata e di tutto rispetto, capace di spaziare tra i generi con grande classe. Per questo Mother Mary non riesce a stupire come gli altri suoi lavori, risultando più un esperimento poco riuscito.

a cura di
Alfonso La Manna

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