Esce domani nelle sale Illusione, il nuovo film di Francesca Archibugi con protagonisti Michele Riondino, Jasmine Trinca e la giovane Angelina Andrei. Un’opera drammatica incentrata sulla tratta e sullo sfruttamento sessuale delle giovani dell’Est Europa, già presentata al pubblico in occasione della Festa del Cinema di Roma nell’ottobre 2025
Senza dubbio, Illusione è una pellicola ambiziosa per i temi proposti, che – nell’alternanza tra presente e passato – riesce a creare una tensione che accompagna gli spettatori durante le due ore di racconto. Tuttavia, alla fine, il film sembra non riuscire ad essere realmente all’altezza delle aspettative che lui stesso si prefigge.
La torbida vicenda tra Romania, Strasburgo e Perugia
La storia si apre a Perugia, dove Rosa Lazar (Angelina Andrei) viene ritrovata in fin di vita in un fosso, vestita con abiti costosi. Quindicenne moldava cresciuta nella miseria di Buftea, in Romania, Rosa era partita con la speranza di diventare modella e aiutare economicamente la madre. Inseguendo il sogno di una vita migliore, la ragazza si allontana da casa insieme al cugino, finendo però intrappolata in una rete di prostituzione minorile che attraversa l’Europa e coinvolge figure potenti, legate perfino al Parlamento Europeo.
La narrazione si muove su due piani temporali: da una parte il presente, con le indagini sul ritrovamento della ragazza e la sua permanenza in una struttura religiosa gestita da Suor Lucia (Aurora Quattrocchi); dall’altra il passato di Rosa, attraverso flashback che la seguono tra Bucarest, Bruxelles e Strasburgo, dove frequentava ambienti dal lusso scintillante – club esclusivi e hotel pluristellati – in netto contrasto con le periferie degradate da cui la ragazza proviene.
Lo spettatore viene così accompagnato nella ricerca della verità che si cela dietro al ritrovamento della giovane.
Il sostituto procuratore Cristina Camponeschi (interpretata da Jasmine Trinca) intuisce subito che dietro il caso si nasconda qualcosa di più grande dell’ennesimo caso di prostituzione e vede in Rosa la chiave per portare alla luce un sistema fatto di abusi, denaro e sfruttamento. Parallelamente, lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino) è incaricato di seguire la ragazza attraverso sedute di terapia d’appoggio che, nelle intenzioni della PM, sono finalizzate a ricavare informazioni utili per le indagini, mentre per lo specialista rappresentano l’occasione per aiutarla e curarla. Ma i suoi atteggiamenti, mal interpretati, iniziano a essere guardati con sospetto suscitando dubbi sulla sua integrità morale.

L’ambiguità del rapporto tra Stefano e Rosa
Accanto alla componente investigativa e thriller, il centro emotivo del film è proprio il legame tra Stefano e Rosa. Un rapporto ambiguo che sfiora il morboso, e che la pellicola prova a esplorare indagando la psicologia dei personaggi, in particolare l’intreccio di trauma, bisogno d’affetto e dipendenza emotiva di lei e il tormento di lui, costruendo un thriller psicologico.
Stefano appare fin dall’inizio come l’unico capace di conquistare la fiducia della ragazza, la quale si apre con lui, ride, canta, balla sensualmente davanti ai suoi occhi, gli si avvicina con una naturalezza quasi infantile, ma allo stesso tempo provocatoria. Cerca in lui uno sguardo complice, una figura di riferimento che la faccia sentire importante.
Angelina Andrei restituisce al pubblico una Rosa Lazar complessa, che unisce dolcezza e fragilità. Un personaggio disturbante e, a tratti, inquietante proprio nella sua eccessiva innocenza: una ragazza particolarmente bella, “espansiva, aperta, molto allegra… troppo allegra”, come descritta dallo psicologo nei suoi appunti. Un’adolescente che sembra vivere “in un film fantasy”, inconsapevole non solo della brutalità del mondo che la circonda, ma anche del proprio dramma vissuto; delle violenze subite: nonostante i pericoli, Rosa concede a tutti la sua fiducia, i suoi sorrisi e i suoi abbracci.
Dietro quell’espansività ingenua fatta di spensieratezza si percepisce però qualcosa di “strano”, che nasce da un profondo trauma: colei che negli ambienti corrotti era soprannominata superficialmente “la vergine moldava”, nasconde nella sua personalità un disturbo schizotipico.

Anche Michele Riondino interpreta con credibilità il ruolo di uno psicologo empatico e comprensivo, combattuto tra la volontà di mantenere il distacco professionale e l’incapacità di resistere al bisogno della ragazza di sentirsi amata e protetta. Il suo coinvolgimento incrina il matrimonio con la moglie (Vittoria Puccini) e alimenta i sospetti di chi lo circonda, trasformandolo agli occhi degli altri in un uomo “pericoloso”.
A complicare la situazione c’è infatti il vicequestore Pizzirò (Filippo Timi), figura volgare e intrisa di pregiudizi, che lo spingono ad accusare apertamente Stefano di prestare “attenzioni indebite” nei confronti della giovane moldava, rievocando continuamente un episodio violento del passato dello psicologo – che aveva preso a pugni un uomo – per dimostrare come dietro la sua apparente sensibilità si nasconda altro.
Sottotrame dispersive
È così che emerge il problema di fondo di Illusione: il film apre continuamente nuove linee narrative che non solo non aggiungono significato alla trama principale, ma non risultano nemmeno motivate nel contesto o sufficientemente approfondite.
La crisi matrimoniale di Stefano, il suo passato violento, il rapporto improvvisato con la PM e la macchietta della suocera (Francesca Reggiani), interessata al possibile profitto mediatico della vicenda, creano sottotrame superflue che finiscono spesso per disperdersi nel nulla. Un esempio per tutti: l’ovvietà del far ricadere nella storia d’amore due figure opposte come Stefano e Cristina – lui empatico, lei fredda e insensibile a causa di una delusione d’amore, secondo gli stereotipi – in una scena inserita come forzatura all’interno della continuità narrativa. Si tratta, in generale, di episodi che interrompono anche la tensione via via costruita, smorzando il pathos della pellicola.

Il risultato è una pellicola che sembra voler essere contemporaneamente un legal thriller internazionale, un racconto psicologico, un dramma familiare e una romance, finendo per generare confusione e non approfondire abbastanza temi di spessore come la prostituzione minorile, le mafie dell’Est Europa, la corruzione dei potenti, la fragilità dell’adolescenza, il miraggio e i pericoli di una vita di lusso.
Aspettative disilluse
Dal punto di vista tecnico ed estetico il film è indubbiamente curato, con primi piani intensi e un’attenta scelta dei luoghi. Francesca Archibugi costruisce un’atmosfera cupa e inquieta, fatta spesso di ambientazioni notturne, grigie e piovose che immergono lo spettatore in un’atmosfera di ansia, mentre l’alternanza temporale mantiene viva la curiosità lungo tutto il racconto.
La costruzione della pellicola sembra infatti promettere una svolta finale così intensa e sconvolgente da giustificare la tensione accumulata durante la visione. Più volte i personaggi accennano a una vicenda più profonda di quanto non sembri all’apparenza, arrivando effettivamente a smascherare un’enorme rete di prostituzione minorile che coinvolge giornalisti, avvocati e parlamentari. Il problema è, però, che, nel momento in cui ciò viene svelato, tutto è liquidato frettolosamente nell’arco di pochi minuti attraverso spiegazioni rapide e rese quasi marginali, prive del potente impatto emotivo a cui il film aveva preparato.
Manca quindi un vero colpo di scena e lo spettatore – pur di fronte a un lieto fine sotto ogni punto di vista – non riesce a uscirne appagato, ma piuttosto distratto dalla sensazione che manchi qualcosa.

Un cast di livello che non basta a salvare il film
Nonostante i diversi limiti, Illusione riesce comunque a catturare l’attenzione, grazie a una tensione di fondo che funziona e a un mistero che coinvolge. La componente drammatica è forte, così come il senso di disagio che accompagna molte scene.
Con un cast di grande livello che prova costantemente a conferire profondità ai personaggi – spesso più di quanto la sceneggiatura riesca a fare -, il film risulta assolutamente godibile e, a tratti, anche disturbante, nonostante lasci addosso soprattutto una sensazione di delusione e mediocrità.
Diretto da Francesca Archibugi – che firma anche la sceneggiatura insieme a Laura Paolucci e a Francesco Piccolo -, Illusione è prodotto da Fandango con Rai Cinema, in coproduzione con Tarantula. Da dopodomani al cinema con 01 Distribution.
a cura di
Micol Perotti
Articolo realizzato con l’ausilio parziale di intelligenza artificiale

