Hell’s Paradise: Jigokuraku, di Yūji Kaku, a prima vista potrebbe sembrare un tipico battle shonen ma, a una lettura più attenta, si rivela un manga carico di significati e sottotesti che offrono numerosi spunti di riflessione a tutti quei lettori che non vogliono fermarsi soltanto alle apparenze. Perché non parla soltanto di un’isola maledetta, ma di quanto una persona sia disposta a soffrire pur di sopravvivere.
Serializzato su Shōnen Jump+ di Shueisha a partire dal gennaio 2018, si è concluso nello stesso mese nel 2021. In Italia è edito da J-POP Manga, ma potete leggerlo anche su Zipaki.
La trama
Catturato durante una missione, Gabimaru, uno shinobi del villaggio di Iwagakure, è condannato a morte, ma nessuno sembra in grado di ucciderlo, a causa del suo corpo che sembra possedere poteri sovrumani. Sagiri Asaemon, la tagliateste incaricata di giustiziarlo, crede che ci sia qualcosa che lo tiene inconsciamente attaccato alla vita e per questo gli offre una via di fuga.
Lo shogunato sta organizzando una spedizione sullo Shinsenkyo, un’isola bellissima e misteriosa, con l’obiettivo di trovare l’elisir di lunga vita: il criminale che otterrà per primo la pozione riceverà la grazia e potrà tornare a vivere una vita normale. Siccome tutte le missioni precedenti si sono rivelate un fiasco e nessuno (o quasi) è tornato vivo, questa volta lo shogun ha deciso di inviare sull’isola un gruppo di condannati a morte, ognuno dei quali sarà accompagnato da un membro degli Asaemon.
Appena arrivati sull’isola, però, la situazione sfugge di mano: da una parte alcuni criminali si rivoltano contro i samurai e si uccidono tra loro, dall’altra quello che a prima vista sembrava un paradiso incontaminato si rivela essere un luogo carico di insidie e pericoli, in cui anche il fiore più bello potrebbe essere in grado di uccidere.
Sì, non vi ho detto molto, ma questa è una storia che va scoperta pagina dopo pagina.

Hell’s Paradise è una storia che parla di crescita, lutto, disperazione ed equilibrio. Ci sono violenza, sangue e mostri, ma ci sono anche persone in bilico tra la vita e la morte che, a un certo punto, non sanno più se vale la pena continuare a combattere.
Il cuore della storia potrebbe essere riassunto in una semplice domanda: cosa ti spinge a vivere?
Gabimaru è uno shinobi che dice di non provare più nulla, eppure tutto ciò che fa sembra essere spinto dall’amore. Sagiri dovrebbe togliere la vita eppure continua a interrogarsi sul valore di ogni esistenza. La morte permea ogni cosa, ma non è mai gratuita: serve a mettere in discussione il valore dell’esistenza o a dare la spinta per reagire e continuare a combattere.
È un manga che non parla solo di sopravvivenza, ma anche e soprattutto di umanità e disumanizzazione. Un’umanità che si costruisce tra dolore, scelte e consapevolezza. Ma una volta che si perde, è possibile recuperarla?
Tutti i personaggi devono fare i conti con i propri errori, le proprie paure e debolezze. È un’opera che non idealizza il bene e il male, ma mette in evidenza luci e ombre dei personaggi e del genere umano in generale.
Perché tutti arrivano sullo Shinsenkyo con un obiettivo ben preciso: chi è lì per uccidere e chi è lì per ottenere la grazia. Eppure, capitolo dopo capitolo, gli Asaemon e i criminali capiranno che l’unico modo per rimanere in vita e tornare a casa è unire le forze con quelli che ritenevano essere i nemici.
È un percorso di crescita, di contaminazione, in cui la speranza si fonde con la disperazione: per ogni compagno caduto, per ogni parte di sé che viene sacrificata in nome della sopravvivenza del gruppo.
Nonostante la brutalità, l’amore e i legami diventano centrali. In un contesto in cui tradire per sopravvivere sembra essere la strada più semplice, i rapporti e l’affetto tra compagni sono ciò che ancora i personaggi alla vita. E così anche la persona più egoista sarà disposta a mettere in gioco la sua vita per il bene di chi le sta intorno.

Lo stile
Il manga riesce a fondere brutalità e bellezza in modo unico. Da una parte abbiamo ambientazioni quasi eteree, piene di fiori, creature surreali e paesaggi quasi paradisiaci. Dall’altra ci troviamo davanti scene crude e violente, con corpi deformati, sangue e dettagli disturbanti.
Questo provoca nel lettore (o almeno in me) una sensazione di disagio, perché tutto ciò che è bello spesso è anche mortale.
I personaggi hanno volti estremamente espressivi e una grande importanza è dedicata agli occhi, che trasmettono emozioni intense e le battaglie che si agitano nel loro animo.
Uno degli aspetti più iconici dell’opera è senz’altro il design delle creature, fortemente influenzato da elementi buddisti, taoisti e mitologici, che trasmettono un senso di divino distorto. Non mancano elementi di body horror che accentuano il senso di inquietudine trasmesso da questi mostri.
L’autore alterna tavole aperte e ariose, che mostrano l’isola e le sue stranezze, a zoom e vignette più strette che focalizzano l’attenzione sui combattimenti o sugli stati d’animo dei protagonisti.
Hell’s Paradise non è soltanto un racconto di sopravvivenza ma anche un viaggio alla scoperta di ciò che ci rende umani. Tra bellezza e orrore, tra vita e morte ogni personaggio è costretto a guardarsi dentro e a chiedersi quanto sia disposto a sacrificare pur di andare avanti. Perché i mostri non sono soltanto le creature che abitano lo Shinsenkyo ma anche i demoni interiori e i fantasmi del passato dei protagonisti.
E mentre leggi ti rendi conto di avere una domanda che ti frulla per la testa: tu cosa saresti disposto a perdere pur di sopravvivere?
a cura di
Laura Losi


