In occasione della proiezione speciale milanese dello scorso 15 aprile all’Anteo – Palazzo del Cinema, la regista Emanuela Piovano e l’attrice Barbara Bouchet, coi giovani Nutsa Khubulava e Luca Chikovani, hanno presentato Finale: Allegro, un film che affronta in modo delicato il tema della fine della vita attraverso lo sguardo lucido di un’anziana pianista
Uscita nelle sale il 9 aprile, la pellicola è stata presentata in anteprima al Bif&st – Bari International Film&Tv Festival, dove Barbara Bouchet ha ricevuto il premio per la “Migliore Interpretazione femminile”. Un riconoscimento che riflette il valore della sua prova, che ha contribuito a rendere credibile un racconto che narra di una scelta difficile con estrema sensibilità, evitando ogni retorica e restituendo, invece, una prospettiva umana di profonda empatia.
La trama
Al centro di Finale: Allegro c’è Karina (Barbara Bouchet), un’ex pianista di successo ormai ottantenne che – nell’odierna Torino – mitiga la sua solitudine suonando il suo pianoforte in compagnia del gatto Veleno, decisa a scegliere autonomamente come e quando congedarsi dal mondo.
È però costretta a rimettere in discussione il proprio progetto, da un lato a causa di Elena (Anna Bonasso), l’amore di una vita ora segnato dalla malattia, e dall’altro per la vicinanza di Sùliko (Nutsa Khubulava), una giovane collaboratrice domestica georgiana con la quale nasce un rapporto da cui emergono dapprima le differenze culturali e, progressivamente, comprensione reciproca.
Ripercorrendo anche i momenti passati attraverso la memoria, il film delinea una vita fatta di abitudini e serenità, ma nella quale – quando tutto sembra già scritto – possono aprirsi nuove possibilità.
Il personaggio di Karina e il valore dei legami
Karina è una donna libera e anticonformista, cresciuta tra le battaglie femministe insieme al vecchio amico Max (interpretato da Luigi Diberti). Ha costruito la propria identità sull’autonomia e sul diritto di scegliere – chi amare, come vivere, e ora anche come morire -, appagata dalla vita vissuta e senza allettanti prospettive per il domani.
Barbara Bouchet restituisce questo personaggio con grande naturalezza, donandole il suo fascino, la sua ironia e una leggerezza mai superficiale. La sua Karina è indipendente e sicura di sé, ma anche attraversata da una fragilità sottesa ai dettagli quotidiani: dalla scena in cui suona al pianoforte la musica per il proprio funerale, a quella in cui sceglie con cura un elegante abito rosso per il congedo finale.

“Karina è una donna di un grande fascino, una donna autonoma, una donna forte, che non si fa mettere i piedi in testa… un po’ come me. Ho capito che questo è un personaggio che mi interessa molto e in cui mi sono rispecchiata”.
Barbara Bouchet
Se inizialmente Karina appare pronta ad affrontare la fine con una serenità spiazzante – arrivando persino a pianificare l’eutanasia in una clinica svizzera -, il peggioramento delle condizioni della donna che ama da sempre la costringe a rivedere le sue priorità. L’idea di morire prima di Elena, per non assistere alla sua sofferenza, lascia spazio alla consapevolezza di non poterla abbandonare.
Il loro rapporto è fatto ora di momenti gioiosi – tra balli, karaoke, aperitivi con lo Spritz e abiti scintillanti –, ora di altri più nostalgici, in cui il passato riaffiora con il ricordo della gioventù che Elena conserva intatto nonostante la demenza. Accanto a loro, la presenza di Max completa il ritratto di una terza età caratterizzata da legami di affetto e condivisione.

L’altro sguardo sulla vita attraverso Sùliko
Fondamentale nel percorso di Karina è anche l’incontro con la giovane georgiana Sùliko, definita “un enigma” per la sua riservatezza: distante da lei – donna occidentale che rivendica il diritto all’autodeterminazione – per cultura ed esperienza, la ragazza è cresciuta in un Paese in guerra e in un contesto conservatore in cui “gli omosessuali li mandano in convento”. La quotidianità condivisa fa sì che tra le due si sviluppi un dialogo e un’attenzione alle fragilità e alle difficoltà l’una dell’altra: se Karina aiuta Sùliko minacciata da un fidanzato violento (interpretato da Luca Chikovani), quest’ultima le apre una prospettiva nuova sulla vita e la morte.
Particolarmente bello e significativo il dialogo finale, in cui la ragazza giudica egoista la decisione di una morte assistita, poiché non considera il dolore di chi resta, e ricorda all’anziana che la vita – nonostante tutto – è un dono e che anche lei ha ancora tanto da dare. Si confrontano, quindi, da un lato la visione di una vita come un valore da difendere a ogni costo, profondamente propria di chi è vissuto in un contesto di sopraffazione, e dall’altro il diritto di poter scegliere, prima che la malattia o la vecchiaia decidano al posto nostro.

Una visione intima e autentica
Con Finale: Allegro, Emanuela Piovano costruisce un racconto raro per la tematica trattata, nel panorama italiano contemporaneo. La trama esile e la narrazione che procede lentamente (forse fin troppo), immergono con efficacia nel ritmo di uno spaccato di vita senile basato sulla semplicità dei rapporti: più che sull’accumulo di eventi, infatti, è proprio sulle relazioni tra i personaggi che si concentra la pellicola.
Lo sguardo si fa intimo anche grazie alla camera a mano, che segue da vicino i protagonisti: questa scelta registica, come sottolineato dalla stessa Piovano, nasce dal desiderio di cogliere i momenti più veri, di “assecondare, inseguire andare alla ricerca proprio di questi tra le pieghe e non quelli della battuta, della fiction”.
L’autenticità della narrazione è rafforzata dal grande spazio lasciato all’improvvisazione, che rende il film poco artefatto, capace di restituire con immediatezza la delicatezza delle emozioni, attraverso dialoghi spontanei e ricchi di umanità, con vari frammenti di ironia.
La Bouchet, secondo le parole di Luca Chikovani, “ha saputo essere presente nel momento e viverlo come se fosse reale, senza recitare. Più sei capace di vivere quel momento e più si è veri, e questa cosa è assolutamente arrivata al pubblico”.

La musica come protagonista
Un ruolo fondamentale nel film – come si evincerà anche dal titolo – è rivestito dalla musica, presente nella narrazione attraverso i brani suonati al pianoforte dalla protagonista e gli spartiti conservati in soffitta, oltre che all’interpretazione da parte di Frida Bollani Magoni della canzone Futura di Lucio Dalla. La colonna sonora è invece composta dalle sonate settecentesche di Hyacinthe Jadin e dalle canzoni del cantautore Gianmaria Testa (tra cui Dentro la tasca di un qualunque mattino, che parla di un amore discreto e nascosto, vissuto nella quotidianità), fino al brano conclusivo di Françoise Hardy: scelte che accompagnano con coerenza il percorso emotivo e le esperienze di vita di Karina.
Il bivio tra morte e rinascita
Liberamente tratta dal romanzo L’età ridicola di Margherita Giacobino, la pellicola affronta un tema ancora poco esplorato: quello dell’amore e delle emozioni nella fase più avanzata della vita. Non un amore idealizzato, ma un sentimento più quieto e profondo, basato sulla condivisione, sulla comprensione reciproca e sulla presenza.
Finale: Allegro è un film che, raccontando senza pretese le fragilità dell’età – ma anche la forza e la purezza dei legami -, invita ad aprirsi a ciò che la vita può ancora offrire. Un racconto che, pur confrontandosi con la morte, riesce a trasmettere serenità e speranza, in un viaggio verso il mare.
Prodotto da Kitchenfilm, Making Movies & Events, Testukine e Nocturnes Productions, con il sostegno di Eurimages e Film Commission Torino Piemonte, Finale: Allegro è in sala dal 9 aprile distribuito da No.Mad Entertainment.
a cura di
Micol Perotti

